Economia

Ilva di Taranto, la storia infinita di un pasticcio all'italiana

Dal 1965 a oggi politica e cattiva gestione sono riuscite a far crollare l'ex gigante della siderurgia europea

ILVA: Europe's biggest steel plant to stay open during clean up

Barbara Massaro

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La più grande azienda siderurgica d'Europa. Quindici milioni di metri quadrati di superficie nella zona Tamburi di Taranto progettati per ospitare il futuro dell'industria del ferro: nasce sotto questi auspici quella che sarebbe diventata l'ILVA di Taranto.

In principio era Italsider

E' il 1961 e le Acciaierie di Cornigliano si fondono con l'ILVA - Alti Forni e Acciaierie d'Italia dando vita a Italsider - Alti Forni e Acciaierie Riunite ILVA e Cornigliano che diventerà  Italsider nel 1964.

E' una proprietà pubblica che vuole costruire il più grande polo industriale del sud Italia. Viene inaugurato così nel 1965 lo stabilimento Italisider di Taranto. In breve tempo la fabbrica pugliese diventa il più grande e importante stabilimento di ferro e acciaio d'Europa, il serbatorio che rifornisce non solo il ricco nord Italia, ma mezzo vecchio continente. Dà lavoro, crea ricchezza e occupazione ed è uno dei fiori all'occhiello dell'Italia del boom economico.

La privatizzazione: arrivano i Riva

Poi arriva la grande crisi degli anni '80. Italsider viene acquisita nel maggio del 1995 dal gruppo Riva, fondato nel 1954 da Emilio con il fratello Adriano e assume il nome attuale di Ilva. Si tratta di una privatizzazione (iniziata sotto il governo Dini) da 2.500 miliardi di lire per una società la cui valutazione era stata fatta nei termini dei 4.000 miliardi. Si parla di "svendita dell'Ilva" e si grida allo scandalo e all'inciucio.

Ai Riva sarebbe spettato il difficile compito di rilanciare l'Ilva, ma proprio in quegli anni iniziano a emergere i primi legami tra l'impatto ambientale del polo siderurgico e l'impressionante numero di casi di tumore (spesso infantile) di abitanti nella zona. 

Il sequestro

Nel 2012 la magistratura tarantina dispone il sequestro dell’acciaieria per "gravi violazioni ambientali". Indagati tutti i vertici dell'azienda e i presidenti Emilio Riva (in carica fino al 2010) e il figlio Nicola.

L'azienda viene definita dai giudici "fabbrica di malattia e morte" e l'eco dello scandalo dell'Ilva di Taranto inizia a essere conosciuto a livello mondiale. I periti nominati della Procura di Taranto hanno calcolato che in sette anni sarebbero morte 11.550 persone a causa delle emissioni, in particolare per cause cardiovascolari e respiratorie

All'Ilva, allora, lavoravano 12.859 persone, più tutti coloro che erano coinvolti dall'indotto della fabbrica. Per tutelare lavoro e produzone industriale il Governo (a palazzo Chigi sedeva Mario Monti) decide di non chiudere lo stabilimento ma di emettere un decreto che autorizzi la prosecuzione della produzione.

Il commissariamento

A maggio 2013 il gip Patrizia Todisco dispone un maxi-sequestro da 8 miliardi di euro sui beni e sui conti del gruppo Riva, denaro che sarebbe frutto dei mancati investimenti della famiglia Riva in tema di tutela ambientale.

Alla fine dell'anno, però, il maxi sequestro viene annullato dalla Corte di Cassazione e i Riva lasciano il CdA. Il Governo decide di commissariare l'azienda. Il primo commissario nominato è Enrico Bondi, poi affiancato da Edo Ronchi. Un anno dopo i due vengono sostituiti da Piero Gnudi e Corrado Carrubba.

A gennaio 2015 l'azienda, con un'altra legge firmata ad hoc dall'allora governo Renzi, passa in amministrazione straordinaria e i commissari diventano tre: a Gnudi e Carrubba si affianca Enrico Laghi.

L'arrivo di Ancelor Mittal

Del gennaio 2016, invece, è il bando che invita a candidarsi se interessati ad acquisire l'Ilva. A vincere la gara pubblica è la multinazionale franco indiana Arcelor Mittal che assume onori e oneri di rilanciare l'Ilva.

E così dopo 5 governi e 4 commissari nel 2018 sul finire della legislatura e del governo Gentiloni, Arcelor Mittal prende in mano il timone dell'ex Ilva con l'obiettivo di rilanciare il polo tarantino. Impresa non facile visto le centinaia di morti sulla coscienza della fabbrica e gli anni difficili del commissariamento.

Conditio si equa non per la firma dell'accordo con l'Italia è che Arcelor Mittal possa usufruire di un'immunità penale circa i danni del passato.

Si tratta del cosiddetto scudo penale, provvedimento creato ad hoc per garantire protezione legale sia ai gestori dell’azienda (i commissari), che ai futuri acquirenti relativamente all’attuazione del piano ambientale della fabbrica. Evitare, cioè, che attuando il piano ambientale, normato da un Dpcm di settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti del siderurgico restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato.

Del resto quale imprenditore sano di mente si sarebbe accollato un'industria con quella storia senza avere un minimo di tutele?

I pasticci di Di Maio

E qui si arriva (quasi ai giorni nostri). E' il luglio 2018 quando l'allora ministro per lo sviluppo economico Luigi Di Maio chiede di avviare un'indagine circa la legittimità della gara d'assegnazione dell'Ilva a Ancelor Mittal.

Si parla di gara viziata, ma l'Avvocatura dello Stato sottolinea che non esistono gli estremi per annullarla.

Maio rilancia e in conferenza stampa, 23 agosto 2018, dichiara: "Se oggi, dopo 2 anni e 8 mesi, esistessero aziende che volessero partecipare alla gara, noi potremmo revocare questa procedura per motivi di opportunità. Oggi non abbiamo aziende che vogliono partecipare, ma se esistesse anche solo una azienda ci sarebbe motivo per revocare la gara”.

All'interno del dl crescita, maggio 2019, si avanza l'ipotesi di eliminare lo scudo penale e di mettere i vertici Ilva, presenti e passati, di fronte alle loro presunte negligenze e responsabilità in termini di vita umana.

Ancelor Mittal molla il colpo: "Non si possono cambiare le carte a partita in corso" dice nel novembre 2019 rimettendo la patata bollente nelle mani del Conte bis.

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