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Politica

Il Governo rischia di crollare per l'Ilva e l'alleanza Pd-M5S a Taranto

Tutti i retroscena di quanto avvenuto ieri in commissione, con il governo salvato dall'astensione di Fratelli d'Italia mentre Pd e grillini litigavano

Il governo si spacca per salvare il sindaco di Taranto, che però è già caduto per spaccatura della sua stessa maggioranza che ha presentato le firme d’avanti al notaio per sciogliere il consiglio comunale. Ovviamente, come per tutto ciò che accade in Puglia, sindaco di Taranto vuol dire Michele Emiliano. Non c’e nulla infatti che lui non controlli, nel Pd (le cui riunioni continua a presenziare nonostante il Csm e la consulta glielo abbiano vietato), nel centro sinistra e financo nel centrodestra. La cosa però questa volta ha fatto fibrillare davvero il governo, tant’è che è intervenuto direttamente Salvini “È la seconda volta che la maggioranza si spacca e alla fine non si vota a favore dell’Ilva: una cosa fondamentale. Ora mi aspetto da Draghi che intervenga al suo rientro dall’America“.

Tutto è accaduto domenica notte in commissione finanza e industria al Senato. La cosa grave è che oggetto della lite è, ancora una volta, il futuro industriale del Paese attraverso l’Ilva di Taranto, ormai pubblica nelle mani di Acciaierie d’Italia.

In commissione si discutevano gli emendamenti al decreto Energia varato in consiglio dei ministri il 18 gennaio. L’articolo 10 inserisce una garanzia sace per Ilva, e 150 milioni per la tanto finora declamata decarbonizazione.

Ma subito il Movimento 5 Stelle, tramite il vice di Conte Mario Turco, è partito con la tarantella presentando degli emendamenti soppressivi.

Tra questi uno per inserire allo stabilimento Ilva la Valutazione del Danno Sanitario, che come abbiamo spiegato più volte (ma Turco sembra non capire) viene già fatta, è vincolante per il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale, e quella di Taranto è l’unica acciaieria ad avere.

Gli accordi di maggioranza erano che questo non fosse uno degli emendamenti prioritari da votare. Senonché la notte del voto il Movimento 5 Stelle tramite Fenu e Di Piazza ha violato l’accordo mettendolo in votazione, nonostante la contrarietà del Pd che tramite Collina ha chiesto agli alleati progressisti di non spingere su temi sensibili.

Messo in votazione però il Pd si è accodato ai 5 stelle, violando espressamente il mandato di partito consegnato da Letta, Malpezzi e Misiani che avevano detto di votare contro.

A quel punto si sono accodati anche i due parlamentari di Leu Errani e De Petris nonostante fosse stato proprio il sottosegretario di Leu Maria Cecilia Guerra a esprimere in commissione parere negativo a nome del governo (e non Giorgetti che invece non c’era).

L’emendamento è finito 14 pari, e per regolamento del Senato quindi non è passato. A votare contro Lega, Forza Italia e Leonardo Grimani di Azione. Astenuti due senatori di Fratelli d’Italia e Mauro Marino di Italia Viva.

Nel merito parliamo davvero di un emendamento spot, con 150 milioni in Ilva si fa ben poco a fronte dei 4 miliardi che servono per il piano industriale, e che deve mettere lo stato da quando Conte ha deciso di nazionalizzarla, senza però stanziare i relativi finanziamenti a coprire quelli privati perduti mandando via ArcelorMittal. Eppure per un emendamento bandierina è successo un putiferio. A Roma e soprattutto a Taranto.

Enrico Letta e soprattutto Misiani, che per il Pd segue la vicenda Ilva, è andato su tutte le furie con Collina, reo di aver disatteso la linea data dal partito e di aver fatto votare tutto il Pd presente in commissione contro il governo. Il senatore Collina a fine serata ha dovuto mandare una nota prendendosi tutta la responsabilità dell’accaduto: ”La scelta di votare a favore dell'emendamento proposto dai 5s sull'Ilva nasce solo dalla volontà di non rompere un'alleanza politica che sul territorio tarantino sostiene un candidato a sindaco. Di fronte alla forzatura del m5s, che ha voluto mettere ai voti un emendamento" che "avevamo bloccato in tutte le riunioni di maggioranza, ho scelto di votare a favore, convinto che l'emendamento sarebbe stato bocciato. Mi assumo la responsabilità della scelta”.

La nota emanata evidenzia il tentativo di Letta, di fronte al rimbrotto di Salvini, di difendere la lealtà del Pd a Draghi. Eppure non sono riusciti a rispettarla, lasciando che fossero le astensioni di Fratelli d’Italia a salvare il governo.

Come dice Salvini questa è la seconda volta che accade. Vi avevamo raccontato che già nel Milleproroghe il governo, all’unanimità, aveva passato 575 milioni per il piano ambientale di Acciaierie d’Italia, poi cancellato sempre tramite un emendamento soppressivo.

Draghi, che quel giorno era a Bruxelles, andò su tutte le furie e si precipitò a Roma in riunione di maggioranza per rimbrottare i suoi. Anche quella volta Letta fece partire la caccia al colpevole, che nello specifico era Francesco Boccia, fido di Emiliano, che provò a vincolare quei fondi alla nomina a Commissario del Governatore.

Nel decreto Energia i fondi si sono ridotti da 575 a 150 milioni, la cifra cioè che i commissari hanno detto essere avanzata dai fondi già allocati per le bonifiche, e quindi superflua. Questi 150 milioni però restano nelle mani dell’amministrazione straordinaria, proprietaria dello stabilimento, e finalizzati ala decarbonizzazione.

Non si sa come per la campagna elettorale delle amministrative a Taranto questo banale investimento è diventato “lo scippo delle bonifiche”. Bloccate invece proprio dal Commissario nominato da Turco.

Tutto cavalcato da lui che nei comunicati che invia alle redazioni continua a firmarsi “gia sottosegretario del Governo Conte II”, e che da allora è rimasto senza poltrona.

E’ Turco che ha formato la coalizione con il Pd a Taranto, a favore della ricandidatura del sindaco uscente Rinaldo Melucci. Anzi più che uscente, caduto. Come abbiamo detto infatti prima di Natale i consiglieri di maggioranza a Palazzo di città si sono dimessi facendo cadere l’amministrazione.

Nonostante la richiesta di primarie, e la linea politica controversa e dettata da Emiliano quindi sempre in rotta con quella nazionale, il Pd ha deciso di ricandidarlo. A blindarlo il commissario del partito mandato da Zingaretti a Taranto: Nicola Oddati. Che la settimana scorsa è stato costretto alle dimissioni perché oggetto di una indagine a suo carico per corruzione della Procura di Napoli, fermato dalla finanza alla stazione Termini con in tasca 14 mila euro in contanti. Nella stessa indagine anche il tesoriere del Pd di Taranto, Luciano Santoro, con ipotesi 10 mila euro di corruzione per l’appalto di un palazzo a Taranto. Proprio loro due sono stati i grandi sponsor della ricandidatura di Melucci. Ma ci ha messo la faccia anche Letta, che qualche mese fa era a Taranto accanto a Melucci ed Emiliano, come sempre senza dire una parola su Ilva.

Appena arrivato Oddati commissario del Pd in città chiese scusa per il Pd precedente. Non una parola invece, né di scusa nè di spiegazione, quando è andato via nel silenzio generale delle sue dimissioni per l’indagine della Procura. Con lui però il partito ha marcato una posizione fortemente anti industrialista, nonostante le persone che lo rappresentano a Taranto siano le stesse che c’erano prima, sia ai tempi di Renzi che di D’Alema. Ma che da sempre sono tutte state comandate da Emiliano. Il quale in tutti questi anni ha inquinato i pozzi cavalcando le posizioni più populiste contribuendo a una rappresentazione lontana dalla realtà scientifica e obiettiva dei fatti. Ma anche dalla Consulta che ha blindato tutti i decreti, che Emiliano (come Boccia e tutti i suoi) continua a chiamare incostituzionali.

Cosi Melucci ha accompagnato il Comune al seguito della Regione. Ad esempio è ancora pendente il ricorso contro il piano ambientale segnato nel dpcm del 2017 che potrebbe far saltare la vendita, l’ingresso dello stato, il piano industriale, e tutto il resto.

Eppure il Sindaco da parte sua non è mai stato un ambientalista, anzi. C’è un episodio che spiega bene la sua indole. Appena entrata ArcelorMittal nello stabilimento Melucci accolse i due indiani Aditya e Lakshmi Mittal nella sua stanza festeggiando l’ingresso con un selfie passato alla storia della città. Massimo Battista, già candidato sindaco dei 5 stelle e poi fuoriuscito per il tradimento del movimento proprio su Ilva, dipendente oggi in cassa integrazione Ilva in as, racconta che in quei giorni mentre Melucci era in campagna elettorale per la Presidenza della Provincia, e Battista era uno dei grandi elettori, ricevette una telefonata, che ha registrato, da parte del Sindaco che gli chiedeva il numero di matricola. Forse Melucci ricordava i tempi in cui erano i partiti a fare le assunzioni in fabbrica. Epoca finita con i 98 mila euro versati dai Riva per la campagna elettorale di Bersani nel 2008.

Altra foto storica è quella di Melucci in conferenza stampa con l’ad di ArcelorMittal Lucia Morselli e Michele Emiliano all’interno dello stabilimento.

Ma ora c’è la campagna elettorale e l’alleanza con i 5 stelle, ma anche con Bonelli che continua a chiedere la chiusura di Ilva, e altri ambientalisti integralisti della città, che lo porta a una posizione di facciata anti industria. Nonostante mantenga sempre i rapporti con l’alta dirigenza di Acciaierie d’Italia.

Ma se questa linea locale viene sostenuta dal Pd nazionale, come ieri in commissione al senato, non solo mette in crisi il governo Draghi, ma soprattutto 10 mila lavoratori e l’acciaio di stato in un momento in cui non se ne può fare a meno.

Del resto la coalizione tra pd e 5 stelle per la città di Taranto, rappresentata da Rinaldo Melucci e Mario Turco, ha come obiettivo “continuare il cantiere Taranto del governo Conte II”. E proprio durante il cantiere Taranto del Governo Conte II che a dicembre 2019 Conte, Gualtieri, Patuanelli e Arcuri firmarono l’attuale piano industriale Ilva a 8 milioni di tonnellate con 3 altoforni e un forno elettrico.

Il resto, come l’emendamento dei 150 milioni, è becera propaganda elettorale di provincia. Con il timbro dei segretari nazionali di partito.

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