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(Rosita Brienza)
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Taranto attende rassegnata di conoscere il destino suo e dell'Ilva

Viaggio nella città al centro da anni di una vicenda industriale e politica senza fine

A Taranto il cielo è terso, spicca l’azzurro del mare e le bandiere d’Italia e d’Europa sventolano sulla facciata di Palazzo di Città. E mentre gli autotrasportatori hanno organizzato un presidio permanente davanti alla portineria C dell’acciaieria dell’ex Ilva, l’eventuale chiusura della fabbrica fa preoccupare 13mila famiglie. Per questo, l’aria che tira è tesa.

“Ilva? Sempre peggio. Dovrebbe chiudere. La città vivrebbe meglio senza”. Sono le parole di Floriana, postina instancabile che con il suo scooter continua a lavorare e a consegnare la posta anche durante l’ora di pranzo. Non è l’unica voce a esprimere sentimenti di rabbia contenuti dalla necessità di avere un lavoro stabile per mantenere la famiglia. Per questo, le testimonianze di tante persone raccontano la controversa realtà dell’acciaieria tarantina che da anni continua a mietere vittime di cancro e a portare ricchezza al territorio.

“Per noi tarantini, l’Ilva rappresenta un eterno ricatto tra lavoro e salute. Il lavoro è importante – racconta il barista del centro storico, Gianluca D’Ippolito -, ma lo è anche la salute. Tutti noi abbiamo un amico o un parente che ha perso la vita per il cancro. La zona più colpita è il quartiere Tamburi o Statte, entrambi a ridosso dell’acciaieria. Qui tanti muoiono. Penso che, soprattutto adesso che l’acciaieria è ferma e continua a inquinare, è importante prendere una decisione: o farla funzionare a pieno ritmo oppure chiudere definitivamente i cancelli. Si potrebbe investire in altri settori, per esempio sul turismo. L’abbiamo visto con le navi da crociera. Qui succede di tutto quando arrivano i turisti in crociera. Si potrebbe lavorare per far nascere strutture ricettive e accogliere i turisti. Ma lo Stato ne parla da 30 anni e da 30 anni continua a non fare niente”.

La gente è scoraggiata e i più giovani pregano affinché i loro genitori non siano costretti un giorno ad accettare di lavorare in acciaieria. E alla fine, Leonardo di 77 anni non ce la fa più e sbotta “Ho lavorato quasi sempre per il mare, ero un mitilicoltore, insomma ho lavorato per le cozze. Ma dovete sapere che con l’Ilva nostra lavora tutta Italia. Si fanno le pentole e altre cose di acciaio. Gli indiani, che sono i nuovi padroni, non sono interessati a noi, pensano ai soldi e al guadagno. Il Governo si dovrebbe interessare a noi. Da noi si dice “u cap da famigh mantien tutt cos” cioè “il padre si occupa di portare avanti la famiglia”. Ma le cose non stanno così. Ho 77 anni e, per l’età che ho, si capisce bene che so tutto dell’Ilva. Ci ho lavorato anch’io per due anni come addetto alle pulizie per una cooperativa. Facevamo un lavoro “a criminale”. Per pulire il ferro che andava a finire sotto il canale, noi ci facevamo male. Ci tagliavamo per togliere il ferro che era diventato tagliente come le spade. Per poco non siamo morti anche noi. Mio fratello, però, è morto con il cancro al cervello e lavorava lì. Il padre di mio genero pure è morto. In questi anni della mia vita ho visto morire troppa gente. Ma l’Ilva siamo noi. E senza lavoro non si vive”.

La speranza delle parole di Cosimo Turi, titolare di un negozio di frutta nella città vecchia, dimostra che Taranto porta avanti il desiderio di lavorare in un contesto diverso. “Un bel parco gioco al posto dell’Ilva. Come mai a Parigi c’è Disneyland e qui c’è l’Ilva? Non possiamo fare il contrario? Taranto è bella ed è una città viva, piena di cose da scoprire. Il mare, i delfini, i musei e la frutta del mio negozio. Io voglio sognare una Taranto ancora più bella di com’è”.

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Rosita Stella Brienza

Laureata in Scienze della Comunicazione all'Università Lumsa di Roma; Master in Business e Comunicazione all'Istao di Ancona. Giornalista dal 2008 per Repubblica, La Nuova del Sud e Panorama.it. Dal 2015 collaboratrice a Radio Laser

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