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(Ansa)
Economia

La Bce alzerà i tassi di interesse, sbagliando

A meno di clamorosi ripensamenti dell'ultim'ora Christine Lagarde manterrà la linea dura annunciata anche se le condizioni attuali non lo renderebbero necessario. Mettendoci a rischio recessione

Bce fermati, o almeno rallenta. L’invito arriva ormai da più parti e arriva dalla situazione economica stessa. È una settimana cruciale per le decisioni delle banche centrali. Mercoledì la Federal Reserve americana e giovedì la Banca centrale europea alzeranno ancora i tassi di interesse. Questo è quello che prevedono tutti gli analisti e, d’altronde, un mese fa Christine Lagarde aveva annunciato: “Ci sarà un nuovo rialzo a luglio”. L’aumento del costo del denaro sarà con tutta probabilità dello 0,25%, cioè 25 punti base. C’è però una grossa differenza tra Europa e Stati Uniti. Anzi due e Francoforte dovrebbe tenerne conto.

La prima differenza è che la Fed ha rallentato la salita dei tassi che, per dieci rialzi consecutivi, ha visto il costo del denaro aumentare costantemente negli ultimi due anni. A giugno, infatti, il governatore Jerome Powell ha deciso di lasciarli fermi, una pausa che segnala una possibile inversione di tendenza, o meglio, la chiusura di un ciclo. Anche se, bisogna ricordare che lo stesso Powell ha specificato che i tassi continueranno a salire “finché sarà necessario”. Le previsioni sono che entro la fine dell’anno aumenteranno di un altro punto percentuale.
Al contrario della Fed, la Bce non ha ancora dato segnali di voler rallentare la propria azione sui tassi: questa settimana ci sarà, come detto e salvo sorprese clamorose, un nuovo rialzo. I mercati lo danno per scontato e si concentreranno, piuttosto, sulle parole che accompagneranno la decisione. Se Lagarde, cioè, dirà, o farà capire, che a settembre ci sarà un rallentamento, una pausa come negli Stati Uniti. Al momento segnali in questo senso non ce ne sono stati.

La seconda differenza è l’andamento dell’economia reale che negli Usa è vivace, pur senza brillare. Ma certamente lontano da quella recessione di cui invece in Europa si vedono già le avvisaglie: l’industria va male, rallentano i servizi, l’occupazione stenta. Molti esperti prevedono che la seconda parte del 2023 porterà una fase recessiva conclamata in tutto il Continente. Non tenerne conto nel decidere la politica monetaria è un errore.

E l’inflazione? La causa sbandierata da un anno e più di questa corsa al rialzo dei tassi? A giugno il dato dell’incremento annuale è stato del 5,5%, in deciso rallentamento da maggio (+6,1%) e ancor più rispetto a un anno fa (+8,6%). Siamo lontani, è vero, dall’obiettivo dichiarato (tanto dalla Fed quanto dalla Bce) del 2%. Ma qui si torna alla critica, forte, che ormai arriva da ambienti e parti politiche diverse, da sindacati e industriali: Lagarde fermati, o almeno rallenta. Perché se un raffreddamento è stato necessario, ora si continua su una strada che sta strozzando l’economia. E se l’inflazione alle stelle aveva in sé anche una componente legata al costo del denaro (insieme a quella, decisiva, dell’impennata dell’energia causa guerra), ora siamo di fronte a fattori diversi. L’inflazione “da profitti” è sul banco degli imputati: i prezzi aumentano perché le imprese fanno più utili, aumentando i prezzi più di quanto fosse necessario per coprire i costi di produzione. Lo ha scritto il Sole-24 Ore, lo ha scritto l’Ispi, lo ripetono economisti di ogni estrazione. Su questo la Bce non ha potere, spetta ai governi un’eventuale azione fiscale: cioè, più tasse per le società. Vedremo se la politica avrà questo coraggio. Francoforte però può dare un segnale, che potrebbe essere letto anche in questa direzione: rallentare la crescita del costo denaro. Non lo farà questo mese. Aspettiamo settembre.

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Cristina Colli