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Economia

La Bce non si ferma: tassi rialzati di altri 25 punti

La Banca centrale europea prosegue nella sua politica per cercare di raffreddare l'inflazione. Che scende (piano) mentre famiglie e imprese pagano il conto - INFLAZIONE E TASSI, GLI ITALIANI NON RISPARMIANO PIU'

È l’ottavo rialzo consecutivo dei tassi di interesse. Come ci si aspettava, la Banca centrale europea ha aumentato ancora il costo del denaro: 25 punti base, con il tasso di riferimento (quello sui rifinanziamenti principali) che arriva così al 4%. Non è una sorpresa e, fin dalla prima riga del comunicato, la Bce spiega la decisione: "L'inflazione è in calo ma si prevede che rimarrà troppo alta per troppo tempo. Il Consiglio direttivo è determinato a garantire che l'inflazione ritorni tempestivamente al suo obiettivo a medio termine del 2%”. Tutto chiaro. Ma di qui a dire che sia anche giusto ce ne corre. Perché se da un lato è vero che la stretta finanziaria sta gradualmente raffreddando i prezzi, dall’altro sta anche zavorrando la ripresa economica post Covid.

L’inflazione dell’Eurozona a maggio è stata dal 6,1%, in discesa rispetto al 7% di aprile. Era dell’8,6 a gennaio e del 9,2 a dicembre dell’anno scorso. In meno di due anni l’inflazione è passata dal livello “sottozero” a oltre il 10%. Dunque, il trend rialzista di Christine Lagarde sta dando dei frutti. Il rischio è che siano frutti amari, troppo amari. Per le famiglie che hanno un mutuo a tasso variabile amari lo sono sicuramente. La rata è schizzata all’insù e questo nuovo rialzo non fa che aggravare ancora di più un costo che in un anno e mezzo è aumentato del 60%. Vuol dire più fatica a pagare, meno soldi in tasca e di conseguenza anche meno consumi. Per le imprese che vogliono finanziare le loro attività, d’altra parte, è un costo che diventa sempre più difficile da sostenere. Se da una parte, quindi, l’inflazione (lentamente) scende, dall’altra la crescita arranca. Come dimostra la “recessione tecnica” in cui l’Eurozona si è ritrovata nel primo trimestre di quest’anno.

I motivi di un rialzo del costo del denaro così repentino che non ha precedenti nella storia delle banche centrali sono chiari, la stessa Bce li va ripetendo bollettino dopo bollettino. Ma il punto è: a Francoforte stanno sbagliando? Secondo molti analisti la risposta è sì. L’impennata dell’inflazione (anche questa, a dire il vero, senza precedenti) a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno e mezzo è dovuta a cause geopolitiche del tutto eccezionali: la guerra in Ucraina e il conseguente balzo del costo dell’energia. Non è, cioè, un’inflazione da domanda. E quindi continuare a stringere non fa che frenare l’economia reale senza incidere più di tanto sui prezzi. È come se per curare la febbre da mal di gola, si impostasse una terapia pesante che avrà conseguenze a lungo termine su tutto il corpo. La febbre scende, ma il paziente si indebolisce sempre di più.

Il dubbio, che sembra non sfiorare Lagarde, è venuto invece alla Fed, la Banca centrale degli Stati Uniti. Che, infatti, ha deciso di prendersi una pausa dai rialzi (la prima volta da 15 mesi) e ha lasciato il costo del denaro fermo al 5% (livello, comunque, più alto che in Europa). Anche se, ha avvertito il presidente Jerome Powell, altri rialzi potrebbero arrivare da qui all’autunno. Sta di fatto che il messaggio è: un momento, ragazzi, vediamo che succede. Vediamo come va l’economia, vediamo se lo choc energetico si sta raffreddando. Vediamo, in sostanza, se non convenga tenersi un’inflazione al 4% (questo è il livello attuale negli Usa), piuttosto che rischiare di strozzare l’economia. Per inciso: nel primo trimestre di quest’anno il Pil degli Stati uniti è cresciuto dell’1,3%, più delle attese, altro che la nostra recessione.

La Cina va in tutt’altra direzione, tagliando addirittura i tassi per dare una spinta all’economia che arranca. Ma il paragone con l’Europa qui ha poco senso: l’inflazione, tanto per cominciare, in Cina è allo “zero virgola”, e poi la struttura economica del Dragone è completamente diversa.

Piuttosto, vale la pena di chiedersi cosa accadrà qui da noi, fino a che punto la Bce vorrà spingersi nel perseguire il suo obiettivo di mantenere l’inflazione sotto il 2%, come da statuto. Segnali di ripensamento non sembrano essercene e quindi dobbiamo aspettarci nuovi incrementi, già entro quest’estate: a luglio è molto probabile che ci sarà un altro rialzo di 25 punti base. Il problema è che le politiche monetarie non agiscono in un laboratorio ma nel mondo reale. Che è, per definizione, in continua evoluzione e cambiamento. Questa testardaggine nel perseguire un modello teorico sta diventando incomprensibile. Sono sempre di più gli economisti che la criticano. Saremmo tutti contenti di avere l’inflazione al 2%. Ma siamo sicuri che non ci siano altri mezzi per raffreddarla? Ad esempio, tassando i super profitti delle grandi società a cominciare da quelle energetiche, come ha scritto il Sole 24 Ore (non un pericoloso foglio antieuropeista…), dato che proprio dai maxi-profitti deriva una forte spinta inflazionistica.

A Francoforte, purtroppo, sembrano molto sicuri, invece, che l’esercizio del loro potere valga bene una rata di mutuo che aumenta, un prestito che non si riesce a pagare. E persino una recessione.

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Cristina Colli