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(Ansa)
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Economia

La battaglia tra falchi e colombe sui tassi di interesse

Tutti sono certi che l'inflazione scenderà, in maniera pesante, eppure c'è chi, come Christine Lagarde, vuole comunque continuare a far salire il costo del denaro

Siamo sicuri che continuare ad alzare i tassi d’interesse ci porterà fuori dall’inflazione? In Europa, come in tutte le Banche centrali (Fed compresa) il dibattito e lo scontro tra falchi e colombe è acceso. Ma Christine Lagarde sembra non arretrare. Salvo sorprese nella prossima riunione a Francoforte del 2 febbraio ci sarà un altro rialzo dello 0,50% dei tassi, arrivati al 2% dopo il Consiglio direttivo dello scorso 21 dicembre, che ha alzato di un altro mezzo punto percentuale. “I tassi d’interesse ufficiali devono essere più alti per frenare l’inflazione e riportarla indietro” dice Lagarde. Il presidente di Confindustria Bonomi ieri ha ribadito i suoi dubbi davanti a un’inflazione che nel secondo semestre dell’anno (soprattutto da settembre) dovrebbe scendere fino a dimezzarsi al 5/6%. “La Bce sta sbagliando nel senso che contrariamente a quel che si usa dire non esiste evidenza scientifica del fatto che le banche centrali aumentando i tassi riescano a governare l’inflazione. - spiega Emiliano Brancaccio professore di politica economica all'Università degli studi del Sannio - C’è solo un caso in cui funziona. Dovrebbero alzare talmente tanto i tassi da scatenare una profonda recessione e un crollo dell’occupazione che determinerebbero poi un calo dei prezzi. Ma questo è come risolvere una distorsione amputandosi una gamba…”

La Bce sta facendo il suo mestiere. La Banca centrale europea esiste con una mission: tenere l’inflazione bassa (obiettivo il 2%). E da sempre lo fa usando la politica dei tassi d’interesse, alzandoli ogni volta che l’inflazione si alza. Per anni con un’Europa e un occidente con l’inflazione bassissima i tassi sono stati ridotti al minimo, andando anche in negativo. Poi è arrivato il post pandemia e Bce e Fed hanno invertito la rotta: la ripresa economica ha cominciato a fare salire i prezzi e le banche centrali ad alzare i tassi, per tenere basso il costo del denaro. Ma rischiando così di frenare l’economia. E’ poi arrivata la guerra con la fiammata energetica ha portato i prezzi così alti da fare salire alle stelle l’inflazione. E allora? Allora Francoforte, di mezzo punto percentuale o poco meno alla volta, ha rialzato i tassi, sempre seguendo la regola del “sale l’inflazione e io la abbasso alzando i tassi”.

Ma non tutti sono d’accordo su questa politica, anzi. Anche all’interno della stessa Banca Centrale Europea gli schieramenti sono due. Da una parte ci sono Germania e Paesi del Nord che sostengono la politica dei tassi, pensando che sia l’unico modo per contenere l’inflazione e forti della possibilità di intervenire con aiuti di Stato in caso di crisi. Dall’altra ci sono tutti i Paesi (Italia compresa) che sono molto scettici e lanciano l’allarme: “si rischia di strozzare l’economia”. Dicono (come dice Confindustria) che i prezzi caleranno, si aspetti. L’inflazione di oggi infatti è un’inflazione anomala, data dalla guerra e dal fortissimo conseguente rialzo dei prezzi energetici, non da un’economia che tira e vuole investire. “Nell’ultimo rapporto il Fondo monetario internazionale ci dice che c’è una parte importante dell’inflazione causata dalla pandemia e dalla guerra, un’altra parte “not explain” o determinata dall’aumento dei profitti (in questo momento le imprese aumentano i prezzi per aumentare il mark-up). -spiega Brancaccio – Se è così, il rimedio è una politica fiscale non monetaria. La dottrina razionale è agire attraverso misure e regolazione della fiscalità per rimediare al processo inflazionistico, non agire sui tassi”.

La Presidente Lagarde insiste: bisogna proseguire il percorso di rialzo dei tassi per altri 4-6 mesi. Arriveremo quindi a giugno con un tasso al 4%? Su questo quadro si innesta la questione politica. In una situazione così anomala (guerra, pandemia, caro energia, Cina in difficoltà, tensioni geopolitiche) l’Europa non dovrebbe affidarsi a politiche economiche concordate e non a un organismo (la Bce) che come mandato l’inflazione al 2% e come leva solo lo strumento dei tassi d’interesse? E qui si fa sentire la fragilità dell’Unione Europa, che non ha un governo economico, un esecutivo comune sulle politiche economiche, ma lascia in gran parte azione libera ai Paesi Membri. Basti pensare alla Germania, che si aiuta da sola. Ha fatto discutere il pacchetto di sostegno da 65 miliardi contro il caro prezzi interno, a settembre 2022, nel pieno di una delle più gravi crisi energetiche europee degli ultimi decenni.

E in Italia? Un ennesimo rialzo dei tassi, con un’inflazione oltre l’11% cosa comporterà? “Gli italiani stanno già pagando le conseguenze. Abbiamo un fenomeno inflazionistico che non si vedeva da 40 anni. Ma mentre quattro decenni fa le dinamiche inflazionistiche erano ancora accompagnate da aumenti salariali, tesi a compensare, oggi nel nostro Paese (e in tutto il mondo Occidentale) accade che l’inflazione sale e i salari restano al palo. L’effetto sarà una perdita netta del potere d’ acquisto superiore al 10%, ovviamente con un effetto recessivo pesante”, conclude Brancaccio

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