Sarà l'economia la grande sfida del governo Meloni
Economia

Sarà l'economia la grande sfida del governo Meloni

Caro bollette, prezzo del gas, il caos delle materie prime, l'inflazione, il Pnrr. Ed una manovra economica da fare di corsa

Come ha fatto capire benissimo Maurizio Crozza nella sua esilarante imitazione di una Giorgia Meloni che preferirebbe cedere la vittoria elettorale al rivale Enrico Letta, lo scenario che attende il nuovo governo sul fronte economico è molto complicato: in inverno l’energia e il riscaldamento potrebbero essere razionati, le bollette saranno sempre più care, l’inflazione si mangerà stipendi, pensioni e risparmi degli italiani, la Bce stringe la cinghia. E molte delle promesse fatte dal centrodestra in campagna elettorale dovranno essere rimangiate. Come spiega l’agenzia di rating Standard & Poor’s lo spazio di manovra di bilancio per l’Italia sarà limitato, «fra un debito che dovrebbe attestarsi alla fine del 2022 poco sotto il 138%» e un deficit per quest’anno «previsto al 6,3%». S&P prevede per il 2023 una recessione, seppur lieve «con il calo di un Pil dello 0,1%». Mentre per l’anno 2024 l’agenzia stima un Pil in crescita dell’1,5%. Per gli analisti dell’agenzia di rating sarà importante vedere «se il nuovo governo attuerà le riforme del Pnrr che consentiranno lo stanziamento degli altri fondi europei». «Durante la campagna elettorale la leader di Fratelli d’Italia ha indicato un interesse nella revisione degli impegni assunti: dal nostro punto di vista ogni riapertura causerebbe un ritardo nello stanziamento e aumenterebbe l’incertezza sulle prospettive economiche».

Quindi un primo punto del programma elettorale di Fratelli d’Italia, lungo 37 pagine, che andrà corretto riguarda il Pnrr. Nel programma si propone infatti un «mirato aggiornamento del Pnrr alla luce della crisi scaturita dal conflitto in Ucraina e dall’aumento dei prezzi delle materie prime, rimodulando le risorse interamente italiane del Fondo complementare e, per le risorse europee, proponendo alla Commissione di operare modifiche specifiche nei limiti di quanto stabilito dall’art. 21 del Regolamento europeo sul Next Generation Eu. L’obiettivo è destinare maggiori risorse all’approvvigionamento e alla sicurezza energetici, liberare l’Italia e l’Europa dalla dipendenza dal gas russo, e mettere al riparo la popolazione e il tessuto produttivo da razionamenti e aumenti dei prezzi». Ottime intenzioni, ma come sostiene S&P, una revisione del Pnrr richiede tempo. E non ne abbiamo.

Il governo dovrà subito affrontare emergenza energetica e inflazione. Meloni ha più volte ribadito che non intende aumentare il deficit pubblico, e questa è un’ottima notizia. Ma il governo si troverà a gestire una massa di bonus introdotti dai precedenti governi per aiutare famiglie e imprese e dovrà decidere quali mantenere e come finanziarli. L’Istituto Bruno Leoni sottolinea infatti che «la prima decisione che il nuovo governo dovrà prendere sarà necessariamente impopolare: è possibile, è sostenibile, è ragionevole prorogare tutti i bonus e gli sgravi sui prezzi dell'energia che si sono accumulati nel corso dell'ultimo anno?» si chiede il centro di ricerca liberista, ricordando che A novembre scadono i crediti d'imposta per le imprese energivore, gasivore e per le Pmi; nello stesso mese lo sconto sulle accise di benzina, gasolio, Gpl e metano per autotrasporto a dicembre il bonus carburanti per i settori dell'agricoltura e della pesca; sempre a dicembre le garanzie Sace per i prestiti chiesti dalle imprese per pagare le bollette. A questi si aggiungono svariate altre misure, per esempio i bonus per il trasporto pubblico, lo sport, il terzo settore, i bonus sulle bollette per le famiglie a basso reddito, i vari bonus una tantum, perlopiù in vigore fino alla fine dell'anno, nel complesso costituiscono una massa di spesa pubblica che il Paese non può permettersi: secondo le stime più aggiornate, dalla seconda metà del 2021 abbiamo stanziato quasi 60 miliardi di euro, oltre il 3% del PIL. L'equivalente di due manovre finanziarie, si sarebbe detto una volta. L'intento di questi interventi è stato lodevole, la realizzazione confusa, il costo semplicemente insostenibile. Il prossimo primo ministro dovrà dunque decidere quali di queste misure mantenere, come modificarle, e come finanziarle».

Dal libro dei sogni del programma elettorale dovranno poi essere rinviate alcune promesse. Per esempio in campo previdenziale si legge: «Flessibilità in uscita dal mondo del lavoro e accesso facilitato alla pensione, favorendo al contempo il ricambio generazionale. Stop all’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita». Ma l’Inps e lo Stato dovranno affrontare nel 2023 l’aumento della spesa pensionistica dovuto all’adeguamento delle pensioni all’inflazione, e si spenderanno nei prossimi anni una ventina di miliardi in più. Difficile introdurre nuove misure per facilitare il pensionamento in anticipo.

Sarà più semplice provare a modificare il sistema fiscale. Il programma di Fratelli d’Italia indica questi obiettivi: «Estensione della flat tax per le partite Iva fino a 100mila euro di fatturato; introduzione della flat tax sull’incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti, con la prospettiva di un ulteriore ampliamento per famiglie e imprese; progressiva eliminazione dell’Irap e razionalizzazione dei micro-tributi». Non si tratta di misure del tutto condivisibili: le flat tax per le partite Iva sono ingiuste rispetto ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, che si trovano a pagare più tasse su redditi equivalenti; e incentivano l’evasione fiscale, perché con la flat tax le spese non sono detraibili e quindi al piccolo imprenditore conviene pagare in nero quando può. E la flat tax incrementale crea ulteriori distorsioni in un panorama fiscale già abbastanza complicato. Ma tant’è...

Sicuramente condivisibile il piano di «revisione e razionalizzazione del sistema di detrazioni, deduzioni e agevolazioni». Ed è probabile che il nuovo governo si impegni per «ridurre le tasse sul lavoro attraverso il taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo» e per la «razionalizzazione delle decine di diverse tipologie di agevolazioni di incentivo alle assunzioni attualmente esistenti e accorpamento delle stesse in poche efficaci misure».

Invece lascia perplessi, in un’ottica di lotta all’evasione fiscale, il promesso «innalzamento del limite all’uso del denaro contante, allineandolo alla media dell’Unione europea». A proposito di evasione, il governo Meloni si dovrà impegnare, come indicato nel programma, a colpire «evasori totali, grandi imprese, banche e grandi frodi sull’Iva» mentre sarà più comprensivo con i piccoli, prevedendo una «riforma del contenzioso tributario e la cancellazione dell’inversione dell’onere della prova; introduzione del concordato preventivo con il Fisco anche per le piccole imprese, gli artigiani, i commercianti e i professionisti; riunire la disciplina normativa della materia tributaria in un unico codice».

Sul fronte della concorrenza e delle liberalizzazioni è prevedibile che il nuovo governo non farà molto, avendo dimostrato una certa simpatia per le corporazioni dei tassisti e dei titolari di stabilimenti balneari e avendo contestato la vendita di Ita (la ex Alitalia) ad un fondo estero. Un dossier caldo sulla scrivania della Meloni sarà quello di Tim: Fratelli d’Italia è favorevole alla nazionalizzazione della rete telefonica.

In sintesi, «dato il limitato spazio fiscale di cui il nuovo governo potrà godere, a causa del rallentamento economico e del continuo rafforzamento del sostegno ai redditi... riteniamo che solo una piccola selezione delle proposte avanzate durante la campagna elettorale abbia una effettiva possibilità di attuazione» ha fatto sapere l’importante banca d’affari americana Goldman Sachs. Per fortuna c’è il Pnrr che obbliga comunque il Paese a investire e a modernizzarsi: un’assicurazione sulla vita del nuovo governo.

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Guido Fontanelli