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Così Google e Apple risparmiano miliardi di tasse: con un panino

Come fanno i giganti del web a non pagare miliardi di imposte (in Irlanda e altrove) senza infrangere la legge

Grazie a uno schema chiamato "panino olandese", sommato a un altro chiamato "doppio irlandese", Google ha risparmiato 8,8 miliardi di euro di tasse nel 2012 (Illustrazione a cura di Pierluigi Tolot)

UPDATE: Questo articolo è stato pubblicato il 4 novembre del 2013 quando si parlava molto delle triangolazioni delle aziende tecnologiche (e non solo) per pagare meno tasse. Oggi che Apple è sotto accusa per elusione fiscale in Irlanda, ve lo riproponiamo.

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Un’azienda italiana paga il 31,4 per cento di tasse sugli utili. Se fosse in Irlanda, pagherebbe il 12,5 per cento. E se invece fosse una multinazionale americana avrebbe una possibilità molto interessante: abbassare l’aliquota al 2,5 per cento, grazie a una sede in Irlanda, esattamente come accaduto a Apple e come denunciato in questi giorni sul Financial Times.

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Cosa significa, in concreto? Che l’anno scorso, grazie a questo trucco, Google ha evitato di pagare quasi 9 miliardi di euro di tasse. È una cifra di tutto rispetto – l’Imu sulla prima casa, per capirci, vale 4 miliardi – che Google risparmia grazie a un sistema che è perfettamente legale. È un sistema di travasi molto complicato, che società come Microsoft, LinkedIn, eBay (e, da poco, Twitter) seguono con un unico obiettivo: pagare quasi il 30 per cento in meno delle tasse che si pagherebbero in Italia.

Quale sistema usare
Apple ha "salvato" 29 miliardi di euro dal fisco con uno stratagemma intuitivo: non ha dichiarato il domicilio fiscale delle sue sedi a Cork, in Irlanda. A dar retta al governo di Dublino, dal 2015 non potrà più farlo. Potrà però seguire lo schema che già fa la felicità di aziende come Google: il "doppio irlandese con panino olandese" (Double Irish with a Dutch Sandwich). È una triangolazione tra una sede irlandese, una olandese e una in un paradiso fiscale (dove agli utili d’impresa viene applicata un’aliquota molto interessante: zero).

Come funziona 
Jim Stewart, esperto di finanza e tassazione d’impresa del Trinity College di Dublino, lo spiega a Panorama.it: "Abbiamo una società americana, che ha una sede in Irlanda, dove ha assunto delle persone. Le tasse sui dipendenti e sulle strutture le paga al fisco irlandese, come ogni altra azienda. Gli utili, invece, fanno un giro più complicato, per finire in paesi in cui non sono tassati". Agli occhi del fisco, infatti, la sede irlandese è controllata da una olandese, che a sua volta risulta sussidiaria di una registrata in un paradiso fiscale (nel caso di Google, le Bermuda).

Lo schema sfrutta tre norme a suo favore: primo, l’Irlanda permette a un’azienda di pagare le tasse nello stato da cui viene controllata (e le sedi irlandesi di Google risultano sussidiarie di un “quartier generale” alle Bermuda); secondo, un trasferimento fiscale tra Irlanda e un paradiso fiscale è tassato, ma quello tra Irlanda e Olanda no (perché passa tra due paesi dell’Unione Europea); terzo, in base alle leggi olandesi, il trasferimento all’estero non è tassato. Questa triangolazione costa pochissimo: la strada è tortuosa, ma alle Bermuda arriva circa il 99,8 dei soldi che erano partiti dall’Irlanda.

Quindi, riassumendo (e semplificando): Una società italiana vuole farsi pubblicità su Internet. La compra da Google, che gliela vende attraverso la sua sede irlandese. Quello che Google guadagna con operazioni come questa andrebbe tassato al 12,5 per cento. Invece, gli utili passano (con un trasferimento tax free) a una società olandese e poi (di nuovo con passaggio tax free) a una seconda società irlandese, sussidiaria di una sede delle Bermuda (dove gli utili d'impresa non vengono tassati). Risultato: si risparmiano miliardi di euro, che altrimenti sarebbero finiti al fisco di Dublino.

Perché si chiama "doppio irlandese"
"Qui devo chiedervi un esercizio di sospensione dell’incredulità, come quando si ascoltano le favole", dice Stewart, "l’azienda è una, ha sede in Irlanda. Ma per il fisco è come se fossero due: una è irlandese, l’altra è alle Bermuda". Anche la sede olandese è poco più che nominale: è vuota come una conchiglia, serve solo a far transitare gli utili.

Ma le imprese non dovrebbero pagare le tasse nei paesi in cui generano profitti?
"È vero, ma il problema è capire da dove vengano i profitti", dice Stewart. Per aziende come Google sono il frutto delle innovazioni che porta in campo tecnologico. E chi detiene i diritti sui brevetti? La sede alle Bermuda. Per questo motivo "Google può dire: i profitti che faccio in giro per il mondo sono il frutto di tecnologie che sono proprietà della mia sede alle Bermuda, perciò le tasse le pago lì". Sempre che ce ne siano.

Perché un sistema del genere è legale?
Perché ci guadagnano tutti: l’Irlanda ha attirato 700 società americane, che danno lavoro a 115 mila irlandesi (su cui pagano miliardi di euro di tasse). In Olanda si dà lavoro a molti intermediari e i paradisi fiscali incassano cifre consistenti. "Anche gli Stati Uniti sono soddisfatti, per quanto non possano dirlo", sostiene Stewart, "questi escamotage fiscali danno un vantaggio alle loro aziende, che continuano a dare lavoro e a pagare tasse anche in patria. Gli unici perdenti, in questo gioco, sono i paesi europei come il vostro: gli utili che queste aziende fanno in Italia vengono tassati in paradisi fiscali".

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