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(Ansa)
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Il vero messaggio sull'entrata in guerra in Ucraina della Nato

La dichiarazione dei vertici dell'alleanza atlantica è legata molto alla situazione attuale, tra necessità di nuovi stanziamenti ed il nuovo caso Transnistria

Quando il capo del Pentagono Lloyd Austin afferma «francamente, se l'Ucraina cade credo davvero che la Nato entrerà in guerra con la Russia», a cosa si riferisce esattamente? Al fatto che «stanziare i fondi per l'Ucraina è cruciale», come chiede insistentemente il suo presidente Joe Biden da tempo? Se così fosse, la questione sarebbe anzitutto di politica interna, e potremmo quasi derubricarla alle querelle interne al Congresso, dove i repubblicani stanno strumentalmente bloccando i fondi richiesti dalla maggioranza dem per dimostrare ai cittadini americani che il presidente in carica è sempre più indebolito.

Se invece quell’uscita si riferisce al fatto che «sappiamo che se Putin avrà successo non si fermerà. Continuerà a essere più aggressivo nella regione. E altri leader in tutto il mondo, altri autocrati guarderanno a questo. E saranno incoraggiati dal fatto che ciò è accaduto senza che noi siamo riusciti a sostenere uno stato democratico», beh, allora questa sembra piuttosto una linea programmatica, una red line di cui tutti dovremmo tenere conto.

Anche perché è facile che tale linea rossa possa essere sorpassata già entro il 2024, considerato che le forze armate ucraine stanno ripiegando pressoché ovunque, in attesa di rifornimenti militari dall’Occidente, tra cui i tanto attesi jet F-16 (più di 60 sono stati offerti da Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi e Belgio) che però difficilmente verranno impiegati nei cieli ucraini in questa fase. Se tali approvvigionamenti tarderanno ancora ad arrivare, l’iniziativa della guerra passerà inevitabilmente a Mosca, con le possibili conseguenze preconizzate da Austin.

Dunque, che succede all’orizzonte che ancora non conosciamo? Sappiamo bene che per l’America di Biden se l’Ucraina perde la guerra, il Pentagono s’impegnerà via NATO a subentrare nel conflitto per ridimensionare le pretese della Russia e ricondurla a più miti consigli. Sarà così anche per Trump? Intanto, chiarisce Austin in riferimento allo stallo sulle armi da inviare a Kiev, «i nostri alleati sono preoccupati dal messaggio che stiamo inviando. Certamente la cosa ha avuto un impatto sul morale delle truppe ucraine. Se continuiamo su questa strada, sarà un regalo a Putin, e non vogliamo certo che ciò accada. […] Quando gli altri guarderanno a questo, si chiederanno se siamo o meno un alleato affidabile o un partner affidabile. E questo è molto preoccupante anche per noi».

È forse un riferimento indiretto al fatto che in Europa si sta già immaginando una difesa indipendente dagli Stati Uniti, e che prima o poi l’Unione Europea si affrancherà davvero dalla sua dipendenza? Di certo, la questione è sul tavolo della Commissione Ue, insieme alla possibilità che i Paesi europei si possano impegnare in un confronto diretto con le truppe russe. Lunedì scorso, come abbiamo riportato, durante una conferenza stampa il presidente francese Emmanuel Macron ha rivelato che «nulla può essere escluso» per aiutare Kiev a «impedire alla Russia di vincere questa guerra», e che di conseguenza «non possiamo escludere l’invio di truppe occidentali in Ucraina». Anche di questo hanno discusso i Paesi membri Ue, e dunque un precedente sulla spinosa questione effettivamente c’è.

L’Europa in armi

Che l’Europa possa andare alla guerra sotto l’ombrello NATO o meno, non è ancora dato sapere (Dio non voglia che si debba essere costretti a scegliere). Ma certo se ne parla ormai seriamente e con sempre maggior disinvoltura. Lo ha ribadito la stessa presidente della Commissione Ursula Von der Leyen: «La guerra non è impossibile, l’Europa si armi: la libertà Ue è in gioco».

Più chiaro di così c’è solo un programma che emerge tra le righe, e che vede Bruxelles davvero intenzionata a emanciparsi da Washington e dall’Alleanza atlantica, almeno per quanto concerne gli armamenti: «I rischi di una guerra non dovrebbero essere esagerati, ma bisogna prepararsi. E tutto ciò inizia con l'urgente necessità di ricostruire, rifornire e modernizzare le forze armate degli Stati membri. L'Europa dovrebbe sforzarsi di sviluppare e produrre la prossima generazione di capacità operative vincenti. E di garantire che disponga della quantità sufficiente di materiale e della superiorità tecnologica di cui potremmo aver bisogno in futuro. Il che significa potenziare la nostra capacità industriale della difesa nei prossimi cinque anni».

Ancora più esplicita Kaja Kallas, primo ministro dell’Estonia, il Paese confinante con la Federazione Russa e che più di tutti ha ragione di temere un’avanzata delle truppe di Mosca (peraltro, lei stessa è stata inserita nella lista nera dei ricercati dal Cremlino). Non solo Kallas si è detta d’accordo con il leader francese sulla necessità di intervenire al fianco di Kiev, ma è dell’opinione che «tutti hanno capito che dobbiamo fare qualsiasi cosa affinché l'Ucraina vinca e la Russia perda questa guerra». E che pertanto «non dobbiamo avere paura del nostro potere e non dobbiamo sopravvalutare il potere della Russia. La paura di un’escalation ci porta a pensarci più piccoli di quello che siamo. Questo è sbagliato», come ha riferito la premier al magazine tedesco Stern, concludendo: «La Russia sa che la NATO è militarmente superiore e non vuole un conflitto con la NATO più di quanto lo vogliamo noi con la Russia».

Intanto, le tensioni tra Russia e Alleanza atlantica sono aumentate sensibilmente negli ultimi mesi: non solo si è visto un rafforzamento militare di truppe occidentali lungo i confini con la Russia, ma la NATO ha anche avviato la più grande esercitazione militare della sua storia, Steadfast Defender 2024, che coinvolge ben 90 mila soldati facenti parte di tutti i 31 Paesi membri più la Svezia (neo acquisto dell’Alleanza atlantica dopo l’ingresso della Finlandia nell’aprile 2023). Tutto ciò toglie comprensibilmente il sonno agli inquilini del Cremlino: del resto, la versione di Vladimir Putin è sempre stata che l’invasione dell’Ucraina sia la risposta russa alle provocazioni NATO.

Kaliningrad e Transnistria le spine nel fianco

Dunque, resta da capire se e come un intervento diretto possa prendere forma. Se i casi scuola più studiati nella accademie militari puntano il dito su Kaliningrad - l’exclave russa che si affaccia sul Baltico tra la Lituania e la Polonia - e sulla Polonia, all’orizzonte spunta adesso anche la Moldavia. O meglio la Transnistria, una regione filorussa dove giusto pochi giorni fa le autorità dell’autoproclamata entità separatista in territorio moldavo, hanno chiesto protezione a Mosca contro presunte «pressioni di Chisinau», cioè la capitale della Moldavia. I russi hanno subito risposto che «proteggere la Transnistria è una priorità del Cremlino». E così, anche se per il governo moldavo si tratta solo della solita propaganda, secondo altre letture sarebbero invece in corso manovre concrete di attori russi per destabilizzare la Moldavia.

Di certo, le sorti della regione sono tornate centrali nell’ambito del conflitto russo-ucraino. E questo per due ragioni. Primo: occupare definitivamente la Transnistria per i russi avrebbe il doppio effetto di cogliere un risultato storico, annettendo ulteriori territori, ma soprattutto di poter minacciare direttamente Odessa, il porto più importante dell’Ucraina tale che, se la città cadesse in mani russe, il Paese diventerebbe un’enclave terrestre senza più sbocco sul mare. La qual cosa segnerebbe un punto di non ritorno per le speranze di liberazione del Paese, un vero de profundis per la vittoria finale.

Non solo: in Transnistria si trova il più grande deposito d’armi dell’Europa orientale: la base militare di Cobasna è infatti una santabarbara da ventimila tonnellate di esplosivo, presidiato da 1.500 truppe russe che sono piazzate lì da trent’anni, insieme a circa 7 mila soldati «nazionali» transnistriani. L’immenso valore di questo arsenale, da sempre oggetto di studi e valutazioni, è top secret. Ma si ha l’impressione che chi prende quel deposito, ottiene un vantaggio strategico. E così, un attacco russo contro la Moldavia potrebbe dar vita al proverbiale casus belli essendo il Paese prossimo candidato a far parte dell’Unione Europea. A quel punto, Bruxelles sarebbe quasi costretta a intervenire. E anche se la Moldavia non fa parte della NATO, la possibilità di un intervento dell’Alleanza si farebbe più concreta.

Per adesso, queste sono solamente congetture. Ma non rientrano già più alla voce speculazioni o propaganda, poiché la questione è davvero sul tavolo dei leader occidentali, con tanto di documentazione e quant’altro. E il solo fatto che vengano prese in considerazione, dà la misura di quanto pericoloso sia il momento storico che stiamo vivendo.

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Luciano Tirinnanzi