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Salute

Trapianti di cuore: 50 anni di storia in 6 tappe

Il pioniere fu il medico sudafricano Christaan Barnard: il primo ricevente sopravvisse meno di tre settimane, ma aprì una nuova frontiera della chirurgia

Era il 3 dicembre 1967 quando Christiaan Barnard, chirurgo sudafricano, in un ospedale di Cape Town osò per la prima volta l'inosabile: trapiantò un cuore da una giovane donna cerebralmente morta al paziente cardiopatico Louis Washkansky, che versava in pessime condizioni e rappresentava perciò il candidato ideale per sperimentare una tecnica mai provata prima su un essere umano. Sono passati 50 anni durante i quali migliaia di vite sono state salvate grazie alla possibilità di sostituire un cuore malato con uno sano prelevato dal corpo di un paziente clinicamente morto.

1967: da 18 giorni a 19 mesi

Il primo trapiantato di cuore della storia, il 55enne Louis Washkansky, sopravvisse appena 18 giorni, il che non fu considerato un insuccesso dal momento che le sue speranze di sopravvivenza erano comunque al lumicino anche prima dell'intervento. Lo stesso Barnard aveva messo in conto che il paziente avesse poche possibilità di farcela. Ciononostante fu lui ad aprire la strada ai trapianti di cuore. Tanto è vero che passò appena un mese e il 2 gennaio Barnard eseguì un secondo intervento su Philip Blaiberg, paziente sessantenne che riuscì a sopravvivere 19 mesi.

1969: il caso di Dorothy Fisher

Andò meglio, un anno più tardi, a Dorothy Fisher, una quarantenne di colore operata da Barnard l'anno successivo. Divenne la prima donna a ricevere un trapianto di cuore e anche la paziente più a lungo sopravvissuta, perché morì oltre 12 anni dopo per quello che Barnard stesso non esitò a definire un "rigetto cronico" del cuore trapiantato.

1973: lo stop ai trapianti

Proprio il rigetto era il vero problema dei trapianti, la cui tecnica ormai consolidata non presentava problemi di altro tipo. I chirurghi, insomma, erano ormai in grado di prelevare il cuore da un torace, metterlo in un altro e farlo funzionare. Il problema era che spesso il cuore nuovo si rivelava a un qualche livello incompatibile con il paziente che lo riceveva. E questo rendeva difficile tenerlo in vita. Così il numero di trapianti di cuore cominciò a diminuire passando da 99 in tutto il mondo nel 1968 a 47 nel 1969 a soli 9 trapianti nel 1971.

Nel 1973 fu quindi concordato di fermare i trapianti umani fino a che ulteriori ricerche non avessero dato esito positivo. Uno dei pochi medici a non mollare fu Norman Shumway della Stanford University, che insieme al suo team sviluppò una tecnica per adattare la prescrizione di immunosoppressori alle caratteristiche di ciascun paziente. Dal 1968 al 1980, a Stanford furono eseguiti quasi 200 trapianti di cuore. Circa il 65% dei pazienti di Shumway sopravvisse per almeno un anno, e la metà arrivò a cinque.

1980: la svolta della ciclosporina

La vera svolta arriva nel 1980 con l'impiego della ciclosporina, un immunosoppressore derivato da un fungo sperimentato per la prima volta da John Wallwork negli Stati Uniti. Il suo impiego ha avuto un ruolo cruciale nel risolvere il problema del rigetto acuto, anche se non è privo di effetti collaterali. Di fatto questo principio attivo blocca la reazione di rigetto del sistema immunitario verso l'organo estraneo, allungando i tempi di sopravvivenza del paziente.

1984: bambini e neonati

James Lovette aveva solo 4 anni quando ha ricevuto un cuore nuovo all'ospedale al Columbia Hospital di New York. Ha poi subito un secondo trapianto all'età di 10 anni, ed è sopravvissuto fino al 2006. Nello stesso anno Stephanie Fae Beauclair, detta "Baby Fae", fu la prima neonata a ricevere un trapianto di cuore non umano. Nata nel settembre 1984 con un difetto cardiaco congenito chiamato sindrome del cuore sinistro ipoplasico, ricevette un piccolo cuore di babbuino nel centro medico dell'Università Loma Linda della California. Sopravvisse solo 20 giorni prima di morire per rigetto acuto.

1994: il dono di Nicholas Green

Mentre viaggia in auto con la sua famiglia sull’A3 Salerno-Reggio Calabria Nicholas Green, un bambino americano di 7 anni, viene ucciso da un proiettile vagante nel bel mezzo di un tentativo di rapina. I genitori decidono di donare gli organi (reni, cornee, cuore, fegato e le cellule del pancreas), cambiando così la vita, e in qualche caso letteralmente salvandola, a 7 persone di cui 4 adolescenti. Questo gesto di solidarietà ha contribuito a far aumentare in Italia il numero di donatori di organi. Nel 1994 erano 7,9 su un milione abitanti, l’anno dopo si superò quota 10, mentre 24 anni più tardi, nel 2016, si è arrivati a 24,3 donatori per milione di abitanti.

2014: anche se il cuore non batte

La frontiera delle possibilità si è recentemente spostata un po' più avanti con i trapianti di cuore non battente. Il primo trapianto di questo tipo è stato eseguito nell'autunno del 2014 al St. Vincent's Hospital di Sydney, in Australia. In realtà si è trattato di un doppio intervento, perché sono stati due i pazienti che hanno ricevuto un cuore prelevato da paziente morto. In precedenza gli organi venivano prelevati solo da donatori nei quali si era verificata la morte del tronco cerebrale, che erano dipendenti dalla ventilazione, ma che avevano ancora cuori battenti. Usare cuori non battenti dopo la morte cardiaca ha il potenziale di aumentare il numero di cuori disponibili per il trapianto.

Nel 2016 i trapianti di cuore nel mondo sono stati 6887, di cui 266 in Italia. 

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