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Oro, la crisi di Hormuz continua a pesare sul metallo giallo

Oro, la crisi di Hormuz continua a pesare sul metallo giallo
Lingotti d’oro, ANSA

Inflazione, possibile aumento dei tassi di riferimento della Fed e guerra in Medio Oriente continuano a incidere sul prezzo dell’oro, che torna momentaneamente sotto i 4000 dollari l’oncia.

Ormai il trend appare chiaro: ad un aumento della tensione nel Golfo Persico tra Stati Uniti e Iran, corrisponde una perdita nel valore dell’oro. Questa settimana non ha fatto che confermare le attese.

Il prezzo dell’oro nelle ultime settimane

Il metallo giallo si avvia infatti a registrare la peggiore performance settimanale da oltre un mese e mezzo. Nonostante un lieve rimbalzo intraday (con un breve ritorno sopra la soglia psicologica dei 4000 dollari l’oncia), il metallo prezioso ha perso più del 3% del suo valore nell’ultima settimana, il calo più pesante dal 1° giugno. 

Dopo la ripresa di inizio giugno, in cui l’oro era arrivato a superare i 4300 dollari l’oncia, le aspettative di un ulteriore rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, oltre a un rafforzamento del dollaro rispetto alle altre valute, hanno spinto a liquidazioni forzate di numerosi contratti future sull’oro, con il prezzo che è sceso sotto i 4000 dollari l’oncia.

Da lì, una breve ripresa tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, complice la tregua in Medio Oriente e dichiarazioni più accomodanti riguardo a inflazione e tassi d’interesse da parte del nuovo capo della Fed, Kevin Warsh.

La ripresa, che ha visto il metallo giallo superare nuovamente i 4100 dollari l’oncia, è stata però di breve durata.

La settimana nera dell’oro

Il principale responsabile è il rapido peggioramento del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Gli attacchi incrociati hanno fatto schizzare il prezzo del petrolio di circa il 12% in una sola settimana, con interruzioni nelle forniture dallo Stretto di Hormuz.

Gli effetti sull’oro, come insegnatoci negli ultimi mesi, sono stati diretti: il metallo giallo è sceso da una quotazione di poco inferiore ai 4100 dollari l’oncia, venerdì 10 luglio, agli attuali 3990-4000 dollari.

Un livello che il metallo giallo non toccava dalla fine di giugno, complice anche l’inasprimento della retorica della Fed sui tassi, con i mercati swap che ora prezzano con una probabilità di circa il 40% un rialzo già alla riunione di fine luglio.

Inflazione e tassi sempre al centro

Il rialzo del greggio alimenta nuove preoccupazioni inflazionistiche negli Stati Uniti, rafforzando le aspettative di un intervento più aggressivo della Federal Reserve sui tassi d’interesse. In un contesto di tassi elevati, l’oro (che non produce rendimenti né cedole) perde attrattiva rispetto ad asset più remunerativi come i beni del Tesoro americani, spingendo gli investitori a liquidare posizioni sul metallo prezioso.

Anche i dati sull’inflazione Usa di giugno, più morbidi delle attese con un calo dello 0,4% su base mensile, sono stati in gran parte oscurati dal boom energetico legato alla crisi in Medio Oriente. L’ondata di vendite ha coinvolto l’intero comparto dei metalli preziosi: anche argento, platino e palladio registrano cali settimanali significativi, con l’argento tra i più penalizzati.

Il mercato resta ora in attesa di sviluppi sul fronte iraniano. Un’escalation prolungata del conflitto potrebbe continuare a penalizzare l’oro, nonostante il suo tradizionale ruolo di bene rifugio nei momenti di incertezza geopolitica, un’eventuale risoluzione definitiva della crisi (che però appare ancora lontana), potrebbe riaccendere la corsa all’oro di inizio anno.

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