I compiti delle vacanze c’erano già più di cent’anni fa. Nel 1921 Bemporad pubblicava Per non disimparare. Compiti per le vacanze. Classe quinta, di Anna Maria Quadrelli Osta: titolo eloquente, venti pagine, formato tascabile. Nello stesso anno, ad esempio, anche Signorelli proponeva il suo In vacanza, ventiquattro pagine illustrate per gli alunni e le alunne della quarta elementare.
Non sappiamo quante maestre li assegnassero né quanti bambini li completassero. Sappiamo che esistevano già autori, editori e acquirenti disposti a organizzare il ripasso sotto il sole, fino a fine settembre, perché la scuola iniziava – udite udite – il primo ottobre.
I volumetti erano brevi e diretti: lettura, scrittura, calcolo, qualche esercizio distribuito lungo le settimane. L’idea era semplice: la scuola chiudeva e l’apprendimento non doveva spegnersi, come dire che il “summer learning loss” non si chiamava così, ma era ben chiaro in chi insegnava a leggere, scrivere e far di conto che bisognava resistere al calo degli apprendimenti.
Durante il fascismo, anche il ripasso estivo venne ammantato di retorica: un documento conservato e digitalizzato dal Museo della Scuola è Riposo, non ozio!, di Pietro Caccialupi, una guida – con tanto di punto esclamativo! – per chi aveva frequentato la prima classe.
La copertina mostra bambini al mare: due leggono, uno lavora con le mani, nessuno contempla l’eventualità di perdere tempo. Il programma occupa otto settimane, si apre con alcune preghiere quotidiane, poi distribuisce letture, copiati, dettati, numeri e disegni dal lunedì alla domenica.
All’inizio lo scolaro deve ricopiare una dichiarazione severa: «Se io stessi in ozio questo tempo, tornerei a scuola senza saper più niente». Seguono la famiglia reale, la bandiera d’Italia, una cartolina da spedire alla maestra. In chiusura compare l’Inno del Balilla.
La vacanza è realtà e resta qualcosa sorvegliato da Dio, dalla scuola, dal re e dal regime. Persino il bagno di mare assume l’aria di un’attività programmata.
Negli anni Sessanta e Settanta cambia il paesaggio italiano, la scuola anticipa la sua apertura a settembre, arrivano televisione, riviste e libri a colori, insieme a studi pedagogici, tempo libero, voglia di divertirsi e stare insieme in famiglia e con gli amici.
Ecco che cinquant’anni fa arrivano quaderni sempre più colorati, pieni di spiagge, montagne, giochi e bambini sorridenti. Problemi, temi e grammatica sono ancora al loro posto, ma la grafica promette di renderli quasi vacanzieri.
Il libro estivo diventa un oggetto familiare, acquistato in cartoleria, iniziato con ottime intenzioni a giugno, ma spesso ritrovato sotto l’ennesimo Topolino verso il 25 agosto.
Oggi il principio che fa assegnare i compiti “per settembre” – meglio definirli così anziché “ delle vacanze”, per chiarire il loro senso, ovvio fino a ieri e oggi da rispiegare, ma anche per evitare un ammutinamento o una lettera di protesta – ecco il principio che li muove è ancora riconoscibile, con gli editori impegnati e sbizzarriti a proporre volumi dalla primaria alla secondaria di primo grado contenenti italiano, matematica, storia, geografia, scienze e inglese attraverso quiz, enigmi, apprendimento attivo, podcast e GeoGebra.
Si arriva a misurare perfino la dose: dieci, venti o trenta minuti al giorno secondo la classe frequentata. È cambiato anche il sistema di consegna: il compito può comparire sul registro elettronico, anche se sarebbe meglio parlarne in aula e inaugurare insieme il percorso prima di salutarsi.
Per l’estate restano il libro, le letture, le schede, i file e le piattaforme.
In un secolo, i compiti estivi hanno raccontato molto della società e della pedagogia in cui siamo immersi, ma il loro messaggio profondo non è mai cambiato: riposati, divertiti, torna a settembre. Lascia almeno una prova che durante l’estate il cervello era ancora in funzione.
