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(Ansa)
Politica

Draghi va negli Usa alla ricerca di aiuto magari sulla Libia

Il nostro premier incontrerà domani Joe Biden a Washington. Ecco che cosa dovrebbe fare (e ottenere) per evitare un viaggio a vuoto

Se lo si guarda dal lato dei possibili risultati, non è un viaggio facile quello che attende domani Mario Draghi a Washington. Il nostro premier avrà infatti un colloquio con il presidente americano Joe Biden, principalmente dedicato alla crisi ucraina. Ora, i problemi sul tavolo per Draghi non sono pochi. La maggioranza che sostiene Palazzo Chigi si presenta sempre più spaccata, mentre cresce il fronte interno di chi esprime dubbi sull’opportunità di proseguire a inviare armamenti. Dall’altra parte, lo stesso fronte europeo appare frantumato: se l’asse franco-tedesco tende maggiormente al rilancio dei negoziati, Polonia e Paesi baltici risultano allineati alle posizioni dure del Regno Unito. Del resto, che l’Ue non abbia una compattezza concreta è soprattutto testimoniato dalle divisioni emerse sul sesto pacchetto di sanzioni. Draghi, insomma, rischia di presentarsi davanti a Biden politicamente indebolito sia sul piano della politica interna italiana sia su quello della politica europea.

Esiste però uno stretto spiraglio che potrebbe salvare questo viaggio dal rivelarsi un fallimento. Uno spiraglio che consentirebbe di coniugare l’ancoraggio atlantico di Roma al nostro interesse nazionale. Nel suo colloquio con Biden domani, Draghi dovrebbe chiedere al presidente americano un aiuto concreto degli Stati Uniti per rafforzare il fianco meridionale della Nato, in vista di una stabilizzazione del Mediterraneo e, in particolare, della Libia. È vero: a prima vista potrebbe sembrare che questi obiettivi non abbiano attinenza al dossier ucraino. Ma non è così.

In primis, la stabilizzazione della Libia garantirebbe un incremento della fornitura di gas all’Unione europea: uno scenario che dunque renderebbe la stessa Unione europea meno dipendente dall’energia russa e maggiormente in grado di smorzare i contraccolpi economici delle sanzioni. Tutto questo scongiurerebbe inoltre il rischio di pericolosi cortocircuiti: ricordiamo infatti che l’Algeria, a cui l’Italia si è recentemente rivolta per l’approvvigionamento di gas, intrattiene strette relazioni con Mosca e con Pechino.

In secondo luogo, una stabilizzazione della Libia consentirebbe di sferrare un duro colpo alla Russia che, ricordiamolo, detiene una significativa influenza sulla parte orientale del Paese nordafricano. Tra l’altro, Mosca utilizza l’est della Libia anche per irradiare la propria longa manus sui Paesi del Sahel: aree, queste, che costituiscono un crocevia fondamentale per i flussi migratori diretti verso l’Europa. Va da sé che, in prospettiva, il Cremlino potrebbe utilizzare proprio questi flussi per mettere l’Ue sotto pressione (secondo uno schema già verificatosi al confine polacco lo scorso novembre). Non solo: il Financial Times ha recentemente sottolineato che, nelle ultime settimane, Vladimir Putin avrebbe ritirato dalla Libia circa un migliaio di mercenari e miliziani filorussi, con l'obiettivo di dislocarli in territorio ucraino.

Infine, una stabilizzazione del Mediterraneo consentirebbe di fare più efficacemente fronte alla minaccia iraniana: ricordiamo infatti che il programma balistico di Teheran continua a destare particolare preoccupazione. Quella stessa Teheran che, per inciso, risulta una stretta alleata di Mosca. È quindi alla luce di queste considerazioni che Draghi dovrebbe chiedere un rafforzamento del fianco meridionale della Nato e un appoggio chiaro e concreto per stabilizzare la Libia. Certo: come abbiamo detto all’inizio, le difficoltà non mancano. E lo stesso premier, a causa delle divisioni insite nella sua maggioranza, arriverà a Washington politicamente un po' azzoppato. Dall’altra parte, va tuttavia rilevato che, in ottica di politica del Mediterraneo, gli americani si fidano molto poco di Emmanuel Macron che, nel recente passato, aveva spalleggiato in Libia il generale, Khalifa Haftar: figura notoriamente sostenuta proprio da Mosca. Va da sé che questo fattore potrebbe spingere Washington a puntare su Roma anziché su Parigi.

È auspicabile che Draghi domani mostri la forza e la lungimiranza di porre queste richieste a Biden. Si tratterebbe infatti di una posizione improntata a un atlantismo concreto: un atlantismo, cioé, lontano sia dagli slogan astratti e salottieri sia dai pericolosi velleitarismi terzomondisti di chi vorrebbe l’Italia assorbita dall’orbita della Repubblica popolare cinese. Non è detto che per il premier sarà facile ottenere un tale sostegno dalla Casa Bianca. Ma, se non dovesse riuscirci (o, peggio ancora, neanche provarci), questo viaggio rischierebbe di rivelarsi soltanto una vacua passerella.

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Stefano Graziosi