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(Getty Images)
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Politica

Hanno perso i «Draghiani», non Draghi

I partiti che hanno provato ad utilizzare l'Agenda Draghi e il nome del premier in campagna elettorale sono stati puniti, al contrario di altri

Non si può analizzare il risultato del voto di ieri senza tenere in considerazione il fattore «Draghi». Troppo importante, troppo ingombrante la figura del premier si è sempre detto, apprezzato come pochi altri nella storia della Repubblica, per non capire in che maniera abbia lasciato il suo marchio su queste elezioni.

Ed una cosa va detta subito: gli elettori hanno premiato i due partiti che più di tutti sono stati contro l’ex Presidente del Consiglio. Il primo è Fratelli d’Italia, unico nell’arco parlamentare ad essere sempre stato all’opposizione. Il secondo è il Movimento 5 Stelle, cioè il partito che ha fatto cadere il governo.

A questo va aggiunto che i partiti che si erano aggrappati all’Agenda Draghi come mantra della loro proposta politica sono andati così-così. Il Pd ha preso una bastonata di quelle che resteranno nei libri di storia della politica; e anche il duo Calenda-Renzi che per due mesi ha annunciato il ritorno dell’ex governatore della Bce a Palazzo Chigi come bussola del loro neonato progetto politico non hanno spiccato il volo, come credevano.

Questo basta a dire che gli italiani hanno bocciato l’ex premier? Calma, in realtà dietro il voto ci sono storie, percorsi e motivi diversi.

Meloni è stata premiata non tanto per il suo restare all’opposizione ma per la sua coerenza, che è andata avanti per tutti e 4 gli anni della legislatura. Opposizione al Conte 1, al Conte 2 e a Draghi.

Il Movimento 5 Stelle ha guadagnato i suoi consensi solo al sud grazie alla sua lotta a favore del Reddito di Cittadinanza.

Renzi e Calenda soprattutto hanno pagato il fatto di aver provato a vendere due cose che non esistevano: l’Agenda Draghi e la disponibilità dello stesso ad un secondo mandato.

Di sicuro le elezioni sarebbero andate in maniera diversa se invece avesse deciso di metterci la faccia, appoggiando un partito, mettendoci il nome sul simbolo magari…. Invece nulla e così ecco che chi ha usato la parola Draghi senza prima aver chiesto al diretto interessato ha commesso un grave errore.

C’è poi un’altra verità. Non crediamo di commettere alcun tipo di reato se raccontiamo come gli ultimi 6 mesi del governo siano stati zoppicanti. Basti pensare ad esempio all’eterna vicenda della Delega Fiscale, rinviata più volte. Va aggiunto che i partiti della sua larghissima coalizione erano sempre più divisi e fermi sui loro cavalli di battaglia con l’avvicinarsi delle elezioni. E c’è stato anche un netto scollamento con il tessuto territoriale ed imprenditoriale. Il nord est, Veneto, Friuli hanno premiato Fratelli d’Italia contro le lentezze dell’esecutivo su questioni fondamentali, ultima la gestione del caro bollette. E su questo va aggiunto che forse quando diamo la parola a presidenti di questa o quella associazione di settore, che si dicono sempre molto vicine all’ex premier, non ci rendiamo conto che la massa dei loro iscritti, il mondo delle Pmi, in realtà abbia altre opinioni.

Draghi si, Draghi no. Il dubbio comunque resta. Senza girarci troppo attorno si dice che nel prossimo governo Meloni ci possa essere ancora Franco all’Economia e Giorgetti al Mise; e che la leader di Fratelli d’Italia abbia ancora (dopo aver provato a portarlo al Quirinale) un ottimo e stretto rapporto con l’ex premier.

E anche in questo la Meloni si è dimostrata una spanna sopra gli avversari.

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