Politica

Governo: Giuseppe Conte il premier pilotato da Salvini e Di Maio

I leader di Lega e 5 Stelle indicano il loro prescelto a Mattarella. I dubbi del Quirinale sui ministeri economici e le prerogative del Presidente del Consiglio rispetto ai due capi partito. Esulta Marine Le Pen per la Lega "al potere"

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Redazione

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22 maggio 2018 - Lunedì è stato dunque il giorno nel quale Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno “proposto” al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il nome del loro uomo per la Presidenza del Consiglio: è Giuseppe Conte. Tutto come previsto ormai da un paio di giorni.

Mattarella si è preso qualche ora di riflessione, e martedì ha visto i presidenti del Senato Elisabetta Casellati e della Camera Roberto Fico.
Poi deciderà. Martedì probabilmente.

I leader del M5S e della Lega si sono nel frattempo esercitati a difendere la scelta, dicendo che è comunque un Presidente del Consiglio “politico”; e che il governo rispetterà i vincoli ma farà crescere il Paese e metterà al centro l’interesse dell’Italia.

Siamo evidentemente ancora ai toni e ai linguaggi da campagna elettorale. Salvini e Di Maio sono per ora più preoccupati di rispondere alle reazioni critiche che a ragionare da capi di partiti di governo.

Peraltro gli argomenti critici non mancano:

  • - Intanto la questione stessa della "proposta" a Mattarella del prescelto come Presidente del Consiglio visto che la Costituzione prevede che "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri" (Articolo 92 della Costituzione).
  • - Po il fatto che Conte rischia di essere un Premier senza autorità, visto che i due capi dei partiti della maggioranza saranno nel governo ed è difficile pensare che sarà, come previsto dalla Costituzione, Conte a dare l' "indirizzo politico" ai due uomini che lo hanno collocato a Palazzo Chigi perché i veti incrociati hanno impedito che ci andasse uno di loro due.
    Senza contare che poi il "contratto" fra M5S e Lega prevede anche un fantomatico "Comitato di conciliazione", della cui natura non si capisce molto, ma che potrebbe configurare un esautoramento incostituzionale delle prerogative del Presidente del Consiglio.
  • - Oppure le preoccupazioni per le numerose proposte che stridono con l’ordinamento costituzionale presenti nel “contratto” di programma.
  • - E, ancora, le notevoli inquietudini delle autorità europee per l’economia italiana sotto la guida di Di Maio e Salvini, sottolineate anche dallo spread tra Btp e Bund a 189 e dal rating dell’agenzia Fitch che vede in aumento il rischio-paese.
  • - Infine, c'è la definizione di “premier non eletto” che tanto piaceva a Lega e 5 Stelle in questi anni e che ora anche gli ex alleati di Salvini di Forza Italia ritorcono contro Conte.

La questione dell’economia è fra i pensieri principali anche di Mattarella. Nella lista dei ministri che Salvini e Di Maio avrebbero già preparato, ma forse non ancora consegnato Mattarella ha fermato l’attenzione soprattutto sui dicasteri economici.

Certo alla reputazione del nuovo governo non fanno bene le parole di entusiasmo di Marine Le Pen per gli alleati della Lega “al potere”.

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17 Maggio

Dopo due giorni di incontri (e 73 dalle elezioni del 4 marzo) per tentare di trovare i punti in comune per un programma di governo da condividere e da presentare al Presidente Mattarella, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno comunicato di aver concluso il lavoro.

Il "contratto di Governo" M5S-Lega è stato ultimato tentando (pare) di smussare in apparenza tutti i punti di frizione, eliminando quelli in disaccordo, tentando una mediazione sulle questioni di maggiore distacco.

Dunque via la richiesta di procedure europee per l'uscita dall'euro "per evitare strumentalizzazioni", dentro la richiesta di scorporo dal computo del rapporto debito-Pil dei titoli di stato di tutti i Paesi europei ricomprati dalla Bce. E poi il taglio delle pensioni d'oro, ma solo quelle derivanti da retributivo, revisione della Fornero, rimpatri più facili, reddito di cittadinanza e flat tax ma anche nuovi temi come i vaccini o la Tav. 

Ora non resta che i due leader politici diano l'ok definitivo a tutto l'impianto sciogliendo le riserve su una manciata di argomenti delicati demandati al loro definitivo lasciapassare: dall'immigrazione alla sicurezza, fino alle grandi opere, al fiscal compact e, non ultimo, al nodo del conflitto di interessi. E a quello dei rapporti con l'Europa che ha già scatenato l'allarme.

E non sarà facile. Se otterrà il via libera di Salvini e Di Maio il contratto per il governo di cambiamento, in tutto quaranta pagine, potrebbe quindi essere trasmesso al Colle per "cortesia istituzionale".

14 maggio

Doveva essere il giorno in cui tirare le somme per il Governo italiano, a 70 giorni dalle elezioni del 4 marzo. Le delegazioni di M5s e Lega si sono recate oggi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, separatamente, per un rapido giro di consultazioni che avrebbe dovuto portare alla decisione del nome del futuro premier.

Quello che appare certo è che Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno scelto di puntare su un nome terzo, politico. Ma di nomi non ne sono usciti.

Al termine delle consultazione con la delegazione del M5S Luigi Di Maio ha chiesto altro tempo al Presidente della Repubblica: "Abbiamo aggiornato il presidente Mattarella su come stiano avanzando le interlocuzioni tra M5S e Lega su quello che è il contratto di governo, cuore di questo governo di cambiamento che siamo intenzionati a far partire il prima possibile. Noi lo sottoporremo ai nostri iscritti con un voto online che sarà chiamato a decidere se far partire questo governo con questo contratto o no... Siamo ben consapevoli delle scadenze internazionali che il governo dovrà affrontare, scadenze europee e extraeuropee, si stanno discutendo il Bilancio comunitario e il regolamento di Dublino, scadenze che ci impongono di fare presto" ha aggiunto Di Maio. "Proprio per ultimare il programma per cinque anni serve qualche altro giorno". Sul timing e dunque su quanto tempo concedere "decide Mattarella" ha concluso Di Maio.

La stessa cosa ha fatto Salvini pur sottolineando come ancora non ci sia una unità di vedute su alcuni punti del programma, in primis sulle politiche per l'immigrazione su cui "siamo ancora lontani" ha detto il leader della Lega. Ha poi sottolineato di aver chiesto "qualche ora in più" al Capo dello Stato. "Il Governo parte se siamo in grado di fare le cose, altrimenti non cominciamo neanche e ci salutiamo".

Il nome

Il nodo della premiership è stato affrontato dai 2 leader nella giornata di domenica 13 maggio. Il Carroccio avrebbe fatto tornare in campo il leghista Giancarlo Giorgetti senza però riuscire a convincere la controporte, che anzi avrebbe rilanciato ancora una volta con la candidatura di Luigi Di Maio. Da qui poi sarebbe maturata la scelta condivisa di proporre per Palazzo Chigi una figura terza, seppure appartenente sempre al mondo della politica.

A complicare la partita anche la decisione del Tribunale di Milano che ha reso nuovamente Silvio Berlusconi candidabile e dunque in grado di alzare le sue richieste all'interno della coalizione.

10 maggio

Continuano le trattative fra il Movimento 5 Stelle e la Lega per la formazione di un governo, a oltre due mesi dal voto.

I leader delle due formazioni, Di Maio e Salvini, dicono di aver fatto passi avanti e di sentirsi fiduciosi.

Hanno però chiesto a Mattarella altri due o tre giorni, fino a lunedì in sostanza, per definire il programma comune.

Se non si chiude allora l’alternativa è andare davvero alle elezioni, dice Salvini. Secondo il quale nel programma devono entrare, come punti fondamentali: l’immigrazione, la sicurezza e gli sbarchi.

Per il M5S, invece, l’accordo va costruito attorno al reddito di cittadinanza e alla flat tax.

La nota congiunta comunque è roboante e ottimista:

"Dal confronto di oggi sono emersi numerosi punti di convergenza programmatici sui quali continuare a lavorare: Superamento della Legge Fornero, sburocratizzazione e riduzione di leggi e regolamenti; Reddito di cittadinanza, con iniziale potenziamento dei centri per l'impiego; introduzione di misure per favorire il recupero dei debiti fiscali per i contribuenti in difficoltà; studio sui minibot, Flat tax, riduzione costi della politica, lotta alla corruzione, contrasto all'immigrazione clandestina, legittima difesa. C’è grande soddisfazione per la possibilità’ concreta di lavorare per il Paese e nell'interesse dei cittadini."

Per il nome del primo ministro, non trapela granché, salvo il fatto che si punta su un nome “terzo”, vale a dire nessuno dei due leader vuole fare necessariamente il presidente del consiglio.

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10 maggio ore 9:00 - Lo smottamento elettorale del 4 marzo sembra dunque avviato a dar vita a un governo fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.

Mercoledì il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso altre 24 ore per permettere lo svolgimento della trattativa tra i leader delle due formazioni, Luigi di Maio e Matteo Salvini, congelando il governo "neutrale" che sembrava ormai l'unica soluzione allo stallo.

Di Maio e Salvini stanno trattando sul nome del premier, anche se il capo politico del M5S continua a ripetere che "si sta parlando di temi e solo dopo si parlerà di nomi". La cosa importante ha aggiunto Di Maio, "è il contratto di governo, ci sono soluzioni che gli italiani aspettano da 30 anni".

Più brutale Salvini che invece ha detto che "o si chiude in fretta oppure si torna al voto".
"Come promesso, ha aggiunto, stiamo lavorando fino all'ultima ora per far nascere un governo fedele al voto degli italiani".

La situazione si è sbloccata ieri pomeriggio quando Silvio Berlusconi ha dato sostanzialmente il via libera al governo della Lega con il M5S, anche se Forza Italia non voterà la fiducia.
Un governo della Lega con il M5s non è la fine dell'alleanza di centrodestra, ha aggiunto l'ex premier. È una scelta di responsabilità da parte di Forza Italia, commentano da Forza Italia.

Nel Pd, Renzi si dice soddisfatto dell'esito della crisi. Il resto del gruppo dirigente è invece sconcertato.

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8 Maggio

Come si è capito pochi minuti dopo che il presidente Mattarella ha annunciato lunedì sera l’intenzione di dare vita a un governo “neutrale”, anche nel caso vedesse davvero la luce, la sua creatura sarebbe destinata a breve vita.

Solo il Pd fra i tre maggiori gruppi parlamentari ha detto che sosterrà l’iniziativa.

Con l’opposizione netta del Movimento 5 Stelle, della Lega e di Fratelli d’Italia, e quella più sfumata di Forza Italia, il governo neutrale non ha i numeri in Parlamento:

- alla Camera il fronte del “no” ha 379 deputati, ne servono 316 per la maggioranza assoluta;
- al Senato invece ne ha 185, ne basterebbero 161.

Sarebbe dunque un governo a termine molto ravvicinato, senza fiducia e quindi impegnato solo per l’ordinaria amministrzione. Il governo Gentiloni dunque lascerebbe dunque il passo a un altro governo a bassa intensità di azione.

Come ha detto ieri Mattarella, premier e ministri dovranno impegnarsi a non candidarsi alle elezioni.

Ma cosa farebbe dunque questo governo?

  • - Dovrà occuparsi del Def, affrontando il voto parlamentare sul Documento tendenziale presentato dal governo Gentiloni.
  • - Dovrà gestire alcuni provvedimenti di attuazione ereditati da Gentiloni.
  • - Dovrà partecipare al Consiglio europeo il 28 e 29 giugno, che si occuperà di nuove regole di bilancio e di immigrazione.

Centrodestra agitato

Nel centrodestra, tuttavia, la situazione è piuttosto instabile, almeno a giudicare dalle diverse indiscrezioni dei media.
- Giorgetti (Lega) ha chiesto a Berlusconi di appoggiare dall’esterno un governo M5S-Lega; è arrivato anche a minacciare la “fine dell’alleanza” se Forza Italia dovesse sostenere l’esecutivo “neutrale” di Mattarella.
- Mariastella Gelmini di Forza Italia gli ha risposto che Fi non sosterrà il governo “neutrale” ma neppure darà l’appoggio esterno a quello di Salvini con Di Maio.

> I sondaggi verso le nuove elezioni politiche


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7 maggio 2018

Lunedì 7 maggio doveva essere il giorno decisivo per dare un governo al paese, oltre due mesi dopo le elezioni del 4 marzo.
Le consultazioni della mattina hanno però confermato la situazione bloccata: nessuno ha la maggioranza assoluta, e per fare un governo politico servirebbe un accordo fra due delle tre aree politiche rappresentate in Parlamento. Accordi impossibili. Il presidente prova quindi a offrire l'idea di un governo di tregua. Niente da fare: sbarramento di Lega e M5S. Resta solo il voto bis. Probabilmente inutile. Qui sotto la giornata come l'abbiamo raccontata in diretta.

Ore 21:00 - Difficile pensare cosa si aspettasse Mattarella dai leader delle formazioni che hanno tenuto bloccato il sistema politico per due mesi.

Non ha dovuto comunque attendere molto per capirlo: subito dopo l’annuncio della sua intenzione di costituire un governo di tregua (i dettagli nel nostro post delle 18:55, qui sotto) si sono levate le voci dei protagonisti della “vittoria che non c’è stata ma non ce ne siamo accorti”: Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno detto immediatamente che no, non se ne parla nemmeno, non daranno la fiducia a questo governo del Presidente. Come dire, alle elezioni al più presto. Forse in luglio, forse in autunno.

Ore 18:55 - Mattarella ha preso dunque l’iniziativa inevitabile: visto che non si è raggiunto nessun accordo capace di assicurare una maggioranza in Parlamento, costituirà un governo “neutrale, di servizio”, con personalità di prestigio alle quali il presidente chiederà che non si candidino alle successive elezioni, in modo da garantirne l’imparzialità rispetto alle forze politiche impegnate nella competizione elettorale.

Saranno i vari partiti presenti in Parlamento, aggiunge il Presidente della Repubblica, a decidere ovviamente come agire rispetto a questo governo:

  • - In primo luogo, se emergerà una maggioranza politica, frutto finalmente di un accordo che fino a oggi non si è verificato, allora il governo di garanzia si dimetterà per lasciar spazio al nuovo governo politico.
  • - Se non si determina una maggioranza politica ma al governo del Presidente viene accordata comunque la fiducia, tale esecutivo andrebbe avanti sicuramente fino a dicembre 2018 per adempiere agli obblighi della legge di Bilancio e ai vari impegni europei, per poi portare - da una posizione neutrale - il Paese alle elezioni.
  • - Se invece a questo governo mancasse la fiducia, resterebbe in carica per portare il Paese subito - entro luglio - alle elezioni, con i rischi associati (difficoltà per gli elettori di esercitare il diritto di voto in piena estate) o in autunno (difficoltà di approvare in tempo la legge di bilancio, i rischi di aumento dell’Iva, possibili speculazioni finanziarie).

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, Roma, Palazzo del Quirinale, 7 maggio 2018 – Credits: ANSA/ETTORE FERRARI

Di seguito, in sintesi, i risultati degli incontri in giornata delle tre principali delegazioni con il Capo dello Stato:

Ore 12:45 - Maurizio Martina, segretario reggente del Pd ha ribadito la posizione del partito: manterremo l’impegno responsabile a disposizione del Paese.

  • Seguiremo le indicazioni del presidente della Repubblica.
  • In sostanza il Pd è l’unica forza politica che dice di essere disposta sostenere il “governo di tregua” di Mattarella o un "governo elettorale neutrale".

Ore 12:00 - Il centrodestra unito al Quirinale ha chiesto l’incarico pieno per Salvini per formare il governo, nel nome della "maggioranza" (poco più del 37%) dell’elettorato.

  • Dato che Salvini sa benissimo di non avere in Parlamento la maggioranza assoluta, quel che viene chiesto al Presidente della Repubblica è un mandato al buio.
  • Possibilità che il Presidente in queste settimane ha sempre fatto sapere di non considerare possibile.
  • Salvini potrebbe arrivare in Parlamento, non ottenere la fiducia, ma rimanere in carica fino alle elezioni. Situazione “di governo elettorale di parte” che Mattarella non gradisce.
  • Salvini non ha nemmeno citata la proposta di Di Maio di questa mattina.

Ore 11:00 - L’ultimo giro delle consultazioni è cominciato con il Movimento 5 Stelle che ha ribadito cose note al presidente della Repubblica Mattarella:

  • Vogliamo, siamo disposti a discutere, un governo “politico” insieme con la Lega.
  • Siamo disposti a rinunciare a dare a Di Maio la presidenza del Consiglio. Si scelga un “premier terzo”, neutrale.
  • Il nostro interlocutore unico è la Lega di Salvini, decida Salvini come comportarsi con i suoi alleati.
  • Il M5S è contrario a ogni ipotesi di governo tecnico, del presidente, di tregua.
  • Se non si fa il governo politico con la Lega, si torni al voto al più presto, con l’attuale legge elettorale. Sarà un “ballottggio” fra noi e la Lega.

> Ma cosa dicono i sondaggi?

Se si votasse oggi ci sarebbe ancora uno stallo, un Parlamento senza maggioranza.

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4 maggio 2018

Non ci sono novità sostanziali sulle possibilità di formare un governo. Come abbiamo visto ieri, si attende lunedì e il nuovo giro di consultazioni di Mattarella.

Dopo le consultazioni, il Presidente della Repubblica, constatata l’incapacità dei gruppi politici di formare una maggioranza, affiderà un incarico per un governo “di tregua”.
Va registrato che Luigi Di Maio, giusto per mantenersi lontano dalla realtà, che non riesce proprio ad afferrare, ha dichiarato al “Fatto Quotidiano”, che il M5S voterà contro il governo voluto da Mattarella. Si deve votare subito, dice Di Maio, dall'alto della sua saggezza istituzionale.

Insomma, il M5S, fallita la conquista di Palazzo Chigi - legittimata a loro dire da una "vittoria", che però non c’è stata - ritorna ai toni della campagna elettorale. Beppe Grillo in una intervista al francese "Putsch" ha detto che l’Italia è una post-democrazia. Che è avvenuto un “colpo di stato al contrario”. Perché? Perché è stata fatta una legge elettorale per impedire al Movimento 5 Stelle di governare. Invece, dice il comico-capo-popolo, la democrazia dovrebbe permettere a chi raccoglie più voti di governare.

Alla faccia, ancora una volta, delle regole di una democrazia rappresentativa, che, per esempio, nel quadro istituzionale italiano considerano il 32% dei voti insufficienti per trasformarsi in una maggioranza assoluta e richiedono capacità di mediazione per formare alleanze, perché è solo nel Parlamento che si possono formare le maggioranze.

E Salvini? Salvini scalpita. Dice che è pronto per l'incarico, e quando lo dice non si capisce se davvero è convinto di poter trovare fra i gruppi avversari i voti che gli mancano per arrivare alla maggioranza assoluta, o se gli basti entare a Palazzo Chigi, anche alla guida di un governo che, pur sfiduciato, sarebbe in carica fino alle elezioni. In ogni caso finge di dimenticare la posizione di Mattarella: un incarico solo a chi dimostra, numeri alla mano, e nomi e cognomi dei "responsabili" in questo caso, di avere la maggioranza in Parlamento.

Poi il capo della Lega si espone anche contro il "governo di tregua" se di questo dovesse fare parte il Pd. Disponibile invece a un governo del centrodestra con il Movimento 5 Stelle. Proposta alla quale però Di Maio dice immediatamente di no.

Insomma, entrambi "i vincitori", a due mesi dalle elezioni del 4 marzo, continuano a comportarsi come se avessero davvero vinto.

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3 maggio 2018

Le opzioni per il presidente Mattarella per risolvere la crisi di governo sono diventate poche. Si ricomincerà lunedì 7 maggio, con un nuovo giro di consultazioni di una sola giornata.

Ma per fare cosa?
Per verificare se esistono "altre prospettive di maggioranze di governo", dicono al Quirinale.

Sarebbe dunque un passaggio obbligato, per avere la conferma che effettivamente i partiti non sono riusciti a determinare una maggioranza dopo le elezioni del 4 marzo.

Poi, dicono gli osservatori, Mattarella passerà alla verifica della possibilità di formare un "suo" governo. Nel senso di un "governo di tregua" o "del presidente", secondo le denominazioni preferite dai giornalisti e altri addetti ai lavori.

FIGURA ISTITUZIONALE

Il governo di Mattarella sarebbe guidato da una figura istituzionale, probabilmente il presidente del Senato o della Camera.
Avrebbe un'agenda precisa e limitata, ma dalla quale non si può prescindere. Le scadenze europee e la legge di bilancio, per evitare l'esercizio provvisorio. Per fare questo, il governo arriverebbe così a fine 2018. Alle nuove elezioni quindi nella primavera del 2019.

LEGGE ELETTORALE

Nell'agenda però Mattarella potrebbe anche scrivere: nuova legge elettorale. Un provvedimento su un sistema più efficace della legge Rosato per dare una maggioranza al paese. Così però la vita del governo del Presidente sarebbe più lunga. In misura imprevedibile, viste le difficoltà di trovare un accordo su un assetto così delicato come il sistema di elezione del Parlamento.

PRE-INCARICO A SALVINI

In alternativa a questa scelta del governo del presidente già dalla conclusione delle consultazioni di lunedì, ci sarebbe la possibilità di un tentativo con il pre-incarico a Matteo Salvini, capo della coalizione di maggioranza relativa. Come nel centrodestra qualcuno ha più volte chiesto, si tratterebbe di andare a cercare i voti per la fiducia (e poi per ogni provvedimento) in Parlamento: una cinquantina alla Camera, una ventina al Senato. Difficile però che Mattarella accetti questo azzardo.

Anche perché una volta costituito, un governo resterebbe in carica anche se venisse sfiduciato. In carica fino allo scioglimento delle Camere per le nuove elezioni.
Mattarella per questa fase delicata preferirebbe di gran lunga il suo governo di "tregua" invece che un governo senza maggioranza e, in più, considerato da una parte consistente del Parlamento: "di parte".

La direzione del Pd di giovedì pomeriggio ha invece chiuso ogni spiraglio al dialogo con il M5S. Scelta dettata da Matteo Renzi, e sostanzialmente condivisa (o subìta) dal segretario reggente Martina. Insomma, tutto come previsto.

Intanto aspettiamo lunedì.

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2 maggio 2018

Dopo l'aggraversi della crisi politica successiva alle elezioni del 4 marzo, saltata la possiblità di un accordo M5S-Pd e in attesa dell'assemblea del 3 maggio del Partito Democratico ormai devastato internamente, Matteo Salvini tenta l'allungo.

Non esclude infatti di chiedere un pre-incarico al presidente Mattarella che, dopo aver incaricato il Presidente della Camera Roberto Fico di verificare la possibilità di un'alleanza Pd-M5S ancora non si è pronunciato sul da farsi (attenderà l'assemblea PD).

Di certo chiude a ogni ipotesi d'intesa col Pd o di governo istituzionale e ribadisce la sua posizione: o un Governo M5S-Centrodestra o un Governo di scopo "corto" con l'obiettivo di riformare la legge elettorale in fretta e tornare al voto presto.

Il Quirinale invece vorrebbe almeno un esecutivo di tregua che faccia anche la Finanziaria per tornare a votare all'inizio del 2019.

La preoccupazione del presidente traspare con evidenza da quanto detto il 1 maggio al Quirinale chiudendo un discorso in occasione della Festa del lavoro: "Non mancano difficoltà nel nostro cammino. Tuttavia, dove c'è il senso di un destino da condividere, dove si riesce ancora a distinguere il bene comune dai molteplici interessi di parte, il Paese puo' andare incontro, con fiducia, al proprio domani".

Anche il leader del M5S Luigi Di Maio dopo i suoi sfoghi contro Matteo Renzi (paragonato a Massimo D'Alema che trama nell'ombra) e il PD chiede il voto subito e, pare di capire, con il Rosatellum.

30 Aprile

Lunedì 30 aprile la crisi politica successiva alle elezioni del 4 marzo si è dunque aggravata.

L’uscita di Matteo Renzi domenica sera alla tv ha fatto saltare i nervi prima di tutto a Luigi Di Maio, che nella chiusura dell’ex segretario del Pd ha visto il tramonto dell’ultima possibilità di fare un governo guidato da lui. Tornare alle elezioni è l'unica possibilità, ha detto il leader politico del Movimento 5 Stelle in un video postato su Facebook (si può vedere qui sotto).

"M5s e la Lega chiedano a Mattarella di sciogliere le Camere"

"A questo punto non c'è altra soluzione - dice Di Maio nel messaggio-video su Facebook - bisogna tornare al voto il prima possibile, poi ovviamente deciderà il presidente Mattarella.
Tutti parlano di inserire un ballottaggio nel sistema elettorale ma il ballottaggio sono le prossime elezioni quindi io dico a Salvini, andiamo insieme a chiedere di andare a votare e facciamo questo secondo turno a giugno. Facciamo scegliere i cittadini tra rivoluzione e restaurazione".

Ma l’esternazione di Renzi da Fabio Fazio ha irritato parecchio anche Maurizio Martina, il segretario reggente del Pd che si è visto scavalcare completamente. "Non ci sono le condizioni per governare il partito", ha detto lunedì pomeriggio.

I malumori nel partito vanno però oltre Martina: l’uscita di Renzi nei fatti rende inutile la Direzione del 3 maggio, che fino a domenica pomeriggio veniva data come “decisiva” per il via libera ad alla trattativa con il Movimento 5 Stelle per la formazione di un governo.

A destra, Salvini gongola, sia per la vittoria schiacciante del suo candidato in Friuli, sia per la fine del timore e dell’irritazione per l’accordo M5S-Pd che lo avrebbe tenuto fuori dai giochi. E, giusto per ribadire che è meglio avere pochi slogan ma decisi, ha  rilanciato su Twitter il suo hashtag preferito: #andiamoagovernare.

29 Aprile

Matteto Renzi da Fabio Fazio affossa ogni possibile accordo M5S - Pd

Nulla di fatto per un possibile governo Pd-M5S come auspicato fino a ieri dal leader pentastellato Luigi Di Maio. In un botta e risposta inizato sulle pagine del Corriere della Sera e finito in televisione nella trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa, Luigi Di Maio e Matteo Renzi (ex segretario del Pd ma colui che ha ancora in mano lo zoccolo duro del partito) si sono detti addio prima di incontrarsi.

Di Maio aveva individuato i punti di convergenze con il Pd elencandoli in un lungo articolo sul quotidiano milanese in cui ribadiva (a modo suo) la "coerenza" del M5S. Ma Renzi la sera stessa in tv non ha lasciato spazi: "Incontrarsi con Di Maio si puo', votare la fiducia a un governo Di Maio no. Chi ha perso non puo' governare".

Ma dov'è finito Maurizio Martina, il reggente segretario del Partito Democratico? Perché è ancora Renzi a dettare la linea del PD?

E proprio su questo punto ha immediamente reagito Di Maio. "Renzi nel Pd decide ancora tutto con il suo ego smisurato. Noi ce l'abbiamo messa tutta per fare un governo nell'interesse dei cittadini. Il Pd ha detto no e la pagheranno", ha scritto su Facebook chiudendo, definitivamente, l'ipotesi di un'alleanza con il Pd.

E ora la partita si riapre. Cosa farà Mattarella? L'ipotesi più accredita sembra essere quella di un Governo del Presidente che porti a riformare la legge elettorale e poi di nuovo al voto.


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27 Aprile

Roberto Fico è contento. Il presidente della Camera giovedì pomeriggio, dopo aver visto Mattarella, ha detto che il suo mandato di esplorazione si è concluso in modo positivo.

Il presidente della Repubblica gli aveva chiesto di provare a capire se ci fossero margini di trattativa fra il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico per fare un governo a oltre due mesi dalle elezioni del 4 marzo.

Dunque, a sentire Fico, i margini ci sono: "il dialogo è avviato". Toccherà alle due forze politiche ragionare al proprio interno e decidere se costruire l’intesa attorno a un programma e su quali punti si dovrà comporre questo programma.

L’ottimismo di Fico, al momento appare esagerato.

Il Pd è diviso

Si attende la direzione del partito la prossima settimana.

Domenica Renzi ha ribadito tutta la sua opposizione a qualsiasi patto con Di Maio.
L'ex segretario ha una maggioranza schiacciante nella direzione del partito. In queste condizioni sembrano davvero poche le possibilità che i contatti con il M5S portino alla nascita del governo.

Certo resta la possibilità di un rapido cambio di posizioni, di una fuga da Renzi di fedelissimi, fedeli e alleati: improbabile.

In generale, una trattativa seria, su punti qualificanti del programma - come quella che ha chiesto giovedì Mario Calabresi su "La Repubblica" - sarebbe possibile solo con un partito democratico unito e guidato da una leadership forte. Per ora: impossibile.

M5S preoccupato della reazione degli elettori

Quanto ai grillini: l’ala detta “movimentista” che si riconosce proprio in Fico, sembra fiduciosa; Di Maio, che vuole arrivare a Palazzo Chigi, sonda - aiutato dagli uomini di Casaleggio - l’umore degli elettori.

Secondo i dati dell’Istituto Cattaneo, circa il 40% dei voti del M5S del 4 marzo arrivano dalla sinistra; il restante 60% arriva in parte da destra e in parte si colloca in una posizione che ignora la distinzione destra vs sinistra. Ma comune a parte di questi “strati” elettorali del M5S, c’è la “pregiudiziale negativa” del “mai con questo Pd”, che è stata alimentata dallo stesso Di Maio in campagna elettorale, e che adesso potrebbe essere uno degli ostacoli all’approdo al governo.

Per Di Maio meno problematico è invece il comportamento del gruppo parlamentare, “obbligato” alla fedeltà dal nuovo regolamento quasi “totalitario”.

Comunque, se si vuole azzardare una previsione si può dire che le probabilità di vedere un governo Di Maio sostenuto dal Pd o con la partecipazione del Pd sono ancora molto basse.

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24 aprile 2018

Pd e M5S sono stasera più vicini. Il lavoro di “esplorazione” Roberto Fico, presidente della Camera ha aperto una possibilità di accordo fra le due forze politiche che si erano presentate come nettamente alternative alle elezioni del 4 marzo.

Il vincitore “zoppo”, Luigi Di Maio ha dato tre risposte oggi:

  • - la prima sembra perentoria e senza possibilità di tornare indietro (almeno all’apparenza, è il caso di ripetere): “non ci sono più possibilità di un governo con la Lega”. Salvini, ha aggiunto Di Maio, "si è condannato all'irrilevanza".
  • - La seconda risposta è alla moderata apertura che il Pd, attraverso il reggente Maurizio Martina, che ha avuto nel pomeriggio, dopo l’incontro con Fico, parole moderate e di disponibilità nei confronti del dialogo con i M5S (a patto chiudesse qualsiasi trattativa con la Lega), forse oltre le previsioni di tutti.
  • - La terza risposta, la meno ambigua di Di Maio è che se fallisce il contatto con il Pd “si deve tornare al voto”. Anche se, concede bontà sua, sarà Mattarella a decidere; questa "è la nostra posizione".

Nel Pd sono già cominciate le critiche al reggente. Il partito è a rischio esplosione.

Ecco come lo riferisce l’Ansa:

Viene raccontato come un confronto assai vivace, l'incontro della delegazione Pd al Nazareno che ha preceduto il colloquio con Roberto Fico su un possibile governo tra Dem e M5s. A quanto si apprende da fonti Dem, nel corso dell'incontro Andrea Marcucci e Matteo Orfini hanno sostenuto la necessità di tenere una linea più cauta e ferma, mentre il segretario reggente Maurizio Martina caldeggiava la necessità di un'apertura seria al dialogo con i Cinque stelle, a patto che Di Maio confermi la chiusura del forno con la Lega.
Alla fine, nel confronto che vedeva Graziano Delrio e Lorenzo Guerini su una posizione di mediazione, si è giunti a una sintesi su tre punti:
- stop chiaro al "forno" tra M5s e Lega;
- far partire la discussione dai cento punti del programma elettorale del Pd (che vuol dire non 'abiurare' quanto fatto dai governi di Renzi e Gentiloni);
- far decidere se sedersi al tavolo da un voto della direzione Dem. Se un segnale arriverà dall'incontro tra Fico e M5s, la direzione Pd potrebbe essere convocata: si ipotizza di tenerla mercoledì 2 maggio o, al più presto, il 30 aprile.

Di Maio ha anche detto:
"Abbiamo apprezzato le parole del segretario del Pd Martina, sono parole che vanno in direzione dell'apertura. Abbiamo detto al presidente Fico che manteniamo la linea delle elezioni, di insistenza sui temi per il cambiamento del paese e abbiamo detto che non rinunciamo ai nostri valori e alle nostre battaglie politiche".

Durissima la Lega e di tutto il centrodestra.

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23 aprile 2018

Come previsto, lunedì pomeriggio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dato incarico a Roberto Fico, presidente della Camera (e dirigente del Movimento 5 Stelle) di cercare di capire se ci sono possibilità per un accordo di governo fra il movimento guidato da Luigi Di Maio e il Partito democratico.

Fico ha tempo fino a giovedì, quando riferirà il risultato del lavoro al capo dello Stato.

La mossa di Mattarella è quasi un atto dovuto, dopo l'incarico (senza esito) della scorsa settimana alla presidente del Senato Elisabetta Casellatiche doveva verificare le possibili intese fra il centrodestra e il Movimento 5 Stelle, i due vincitori "zoppi" delle elezioni del 4 marzo.

Fico dopo il colloquio con Mattarella si è limitato a dire che partirà dai temi del possibile programma di governo per verificare la disponibilità degli interlocutori a un accordo.

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20 aprile 2018

Il nuovo governo del paese, frutto atteso delle elezioni del 4 marzo, ancora non si intravede.

Le consultazioni di Elisabetta Casellati hanno evidenziato ancora una volta solo le distanze fra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra.
Ora tocca di nuovo al presidente della Repubblica. Mattarella si è preso il il weekend del 21 e 22 aprile per decidere come muoversi.

E con ogni probabilità lunedi 24 aprile darà un secondo mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico per sondare ancora una volta la volontà di condivisione di un programma di governo questa volta tra il M5S e il Pd.

La giornata di venerdì, che è ruotata attorno alle dichiarazioni del “nulla di fatto” della presidente del Senato a mezzogiorno, è stata soprattutto riempita (se così si può dire) da dichiarazioni irritate o proclami dei vari leader.

  • Salvini ha ribadito che lui con il Pd non vuole governare; che è disponibile a provare a fare il governo, ricevendo l’incarico da Mattarella. Ha aggiunto che sta provando a costruire mentre “altri passano il tempo a insultare e disfare quello che si costruisce”.

  • Silvio Berlusconi invece ha detto, a proposito del Movimento 5 Stelle, che “È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi”. E poco dopo: "un partito di disoccupati, di sfaccendati". "Sono i veri mantenuti della politica". A proposito del leader politico del M5S, ha invece detto: "Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui”.

  • Infine il Pd. Il reggente Maurizio Martina su Facebook ha scritto: “Rivendico con forza la posizione chiara del Partito democratico, e dico a chi pensa di dividerci che questo scenario non esisterà mai". Che aggiunge: "Continueremo a seguire il lavoro delicato del presidente Mattarella con il massimo impegno verso l'Italia e gli italiani a partire dai temi che abbia già indicato e dalle nostre proposte concrete".

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19 aprile

ore 19:30 - L’ottimismo di Matteo Salvini di metà pomeriggio la sera sfuma. Luigi Di Maio dopo l’incontro con Elisabetta Casellati, presidente del Senato, dice di essere disposto a discutere i termini di un accordo di governo - "un contratto alla tedesca" - ma solo con Salvini.
Non se ne parla nemmeno - "non possiamo proprio" di una trattativa a un tavolo a quattro, al quale si siedano anche Forza Italia e Fratelli d'Italia.

Così la situazione che per qualche ora è parsa sbloccarsi, torna ingarbugliata. Di Maio ha anche detto che ovviamente non avrebbe nulla in contrario se Forza Italia e Fdi votassero a favore del governo Lega-M5S, ma si tratterebbe di una scelta autonoma delle due forze politiche e certo non potrebbe essere frutto di una negoziazione.

Dunque Di Maio ha ribadito: solo con Salvini.

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19 aprile, ore 18:00 - Le consultazioni di Elisabetta Casellati per valutare gli spazi di accordo fra M5s e centrodestra per la formazione del nuovo governo hanno segnato questo pomeriggio una svolta positiva.

Lega e M5S, secondo le agenzie e i notiziari del pomeriggio, hanno avuto contatti che sembrano aver trovato una soluzione all’impasse seguito alle elezioni del 4 marzo.

Come?

Partendo dal programma. Un programma condiviso, tutto da scrivere, certo, ma è già qualcosa.

Partire dal programma implica ignorare - per ora - il problema che aveva creato lo stallo nella trattativa nelle scorse settimane: chi deve entrare in coalizione.

Salvini e Di Maio avrebbero dunque deciso di accantonare l'ostacolo rappresentato dalla partecipazione o meno di Forza Italia al governo.

Gli "ambienti parlamentari", come li definisce l'Ansa, sostengono che tutto ciò potrebbe tradursi in un appoggio al governo da parte di Forza Italia, che comporrebbe la maggioranza senza però entrare nell'esecutivo.

Si partirebbe dunque da un programma "condiviso" e un governo con "figure tecniche di primo piano".

Il presidente del Consiglio? Salvini si sarebbe già detto disponibile a rinunciare alla premiership.

Lo stesso leader della Lega ha anche dimostrato un notevole ottimismo a proposito della disponibilità del M5S.

Ora si tratta di vedere se effettivamente Di Maio sia disponibile a questa coalizione parziale con il centrodestra.

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19 aprile ore 9:30 - Sembra già in difficoltà l’incarico esplorativo dato dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella a Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato mercoledì 18 aprile.

Il mandato, preciso e senza ambiguità - verificare se ci sono possibilità di comporre un governo e una maggioranza fra il Movimento5 Stelle e il centrodestra? - permetterà di arrivare alle conclusioni già oggi. E con molta probabilità la conclusione sarà un: “No. Non ci sono le condizioni per quel governo”.

Lo stallo del post elezioni del 4 marzo continua.

  • Il rifiuto di Luigi Di Maio di accettare un accordo che includa Forza Italia ha chiuso ogni spiraglio alla trattativa.
  • La Lega ha detto che è disponibile a un governo M5S centrodestra (tutto il centrodestra).
  • Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono detti disponibili a un governo M5S-centrodestra, sottolinenando che il premier dovrebbe però essere espresso dalla Lega.
  • Ora gli osservatori guardano avanti; a quanto potrebbe succedere una volta che Casellati tornerà da Mattarella a comunicare il nulla di fatto.

L’ipotesi più citata è un nuovo incarico simile, questa volta a Roberto Fico, presidente della Camera. Questa volta sarebbe per verificare che ci siano le possibilità di un accordo fra M5S e il Pd. Anche in questo caso, le prospettive non sembrano favorevoli. Il Pd è diviso, con i renziani, dominanti nelle Camere - specialmente al Senato - molto freddi davanti all’ipotesi.

18 aprile 2018

Dopo il secondo giro di consultazioni per la formazione del Governo post elezioni il presidente della Repubblica Mattarella ha deciso per il mandato esplorativo alla seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Quarantotto ore di tempo per tentare di capire se è possibile un Governo M5S-Centrodestra su cui pesa l'incognita di Silvio Berlusconi e Forza Italia, con cui i pentastellati non hanno intenzione di firmare alcun patto di governo.

Il mandato ha dunque tempi strettissimi: due giorni. Già venerdì infatti Casellati dovrà riferire al presidente della Repubblica l'esito della sua esplorazione lampo.

La scelta di Mattarella

Mattarella, si legge nel comunicato letto dal segretario generale del Quirinale Ugo Zampetti ha affidato a Casellati "il compito di verificare l'esistenza di una maggioranza parlamentare tra i partiti della coalizione di Centrodestra e il Movimento Cinque Stelle e di un'indicazione condivisa per il conferimento dell'incarico di Presidente del Consiglio per costituire il Governo".

È stato dunque lineare nella sua scelta e ha accompagnato l'incarico con due precisazioni fondamentali affinché fosse chiaro che, ove la Casellati non riuscisse nell'obiettivo, saranno tentate altre strade. Tutto piuttosto che tornare al voto subito con questa legge elettorale ma senza perdere altro tempo.

Il presidente ha voluto delineare con estrema precisione i limiti di questa prima esplorazione sottolineando anche il vero problema che c'è dietro, cioè la battaglia per la premiership tra Salvini e Di Maio. E sottotraccia si legge anche quanto il ruolo di Silvio Berlusconi sia oggetto di trattativa. Sergio Mattarella, si osserva al Quirinale, ha quindi voluto dare altro tempo al tentativo Lega-M5s e la scelta di Casellati rientra nelle indicazioni ottenute nei due giri di consultazioni durante le quali il centrodestra ha sempre chiaramente detto al presidente che per loro l'unico area di movimento rimaneva quella dei Cinque stelle.

-------------------- Cosa è successo fino a qui --------------------

12 aprile

Una cosa è chiara. Il centrodestra andrà unito alle consultazioni, nel senso che ha trovato un minimo comun denominatore fra Berlusconi e Salvini: la coalizione conta più di un accordo con il Movimento 5 Stelle.

Tanto è vero che Luigi Di Maio ha presto detto che, in fondo, il M5S starebbe meglio associato al Pd che a Salvini/Lega. Difficile dire se Di Maio lo pensi veramente.
Per ora, per usare la metafora spiegata lunedì su La Stampa da Giovanni Orsina, sembra così prevalere *l’asse destra vs sinistra, su quello vecchio vs nuovo (che include sovranisti-populisti vs europeisti, giustizialismo vs garantismo ecc.)
Vale a dire: la Lega si colloca a destra del centro e “costringe” il M5S a guardare a sinistra.

Centrodestra in vantaggio, i rischi Pd e M5S

Se questo è il quadro di questa settimana, è un quadro nel quale in centrodestra, che ha la maggioranza, ma solo relativa in Parlamento, è più a suo agio, anche se costringe Salvini ad annacquare le posizioni che gli hanno portato fortuna in campagna elettorale e alle elezioni. Ma il centrodestra ha necessità che uno degli altri due (o pezzi consistenti di uno degli altri due) lo sostengano (o si astengano).

Sia per il Pd sia per il Movimento 5 Stelle i rischi di sostenere il centrodestra sono notevoli.

Il Pd rischia perché l’alleanza con il centrodestra (tutto il centrodestra, non solo con Forza Italia che sarebbe decisamente digeribile) finirebbe per apparire ai suoi ex elettori e a molti elettori attuali come il partner di centro e debole in un’alleanza spostata a destra. In questo modo finirebbe, come dice Orsina, per lasciare al M5S “spazi immensi a sinistra”. Come altri hanno scritto più volte: rischierebbe di sparire definitivamente.

Per il M5S invece allearsi con il centrodestra sarebbe, scrive Orsina, accettare la “logica della destra vs sinistra”, rinunciando all’ambigua collocazione centrista e ancora di più a quella che dice: destra e sinistra non ci sono più; affermazioni decisive nella propria narrazione politica. Significherebbe poi rimangiarsi tutto quanto detto e scritto contro Berlusconi — e una parte dell’elettorato non capirebbe — e lasciare al Pd la possibilità di ricostituirsi come forza di opposizione, magari richiamando una parte dell’elettorato fuggito (sempre che il Pd abbia la forza di farlo, e su questo sono leciti i dubbi di ogni tipo).

Alleanza M5S-Pd

Infine c’è la possibilità alla quale stanno pensando parte del Pd e parte del M5S. Allearsi. Si comporrebbe nel sistema politico italiano, ci ricorda Orsina, una tradizionale opposizione centrodestra vs centrosinistra, con quest’ultima maggioritaria, quindi al governo. L’impressione è che in questo caso il Pd abbia comunque molto da perdere — compresa la possibilità di vedere comunque il suo elettorato convergere verso il M5S — ma che debba come minimo, per renderla accettabile, convincere Di Maio a farsi da parte e candidare un nome più digeribile a sinistra.
Condizione resa però difficile dal sostanziale disprezzo per la democrazia rappresentativa che ha dimostrato di avere il M5S, come abbiamo visto la scorsa settimana.

5 aprile 2018

Lo scenario del dopo elezioni senza vincitori era prevedibile. Tuttavia lo stallo del sistema politico sembra ancora più preoccupante di quanto ci si aspettasse.

Il primo giro di consultazioni non ha prodotto nessun risultato che avvicini la formazione di un governo, per ora non si parla nemmeno più delle formule. Il presidente della Repubblica Mattarella giovedì pomeriggio ne ha preso atto, ricordando che visto che nessun schieramento ha i voti necessari per formare un esecutivo, si rende necessario - “secondo le regole della nostra democrazia“ - che ci sia una coalizione”. Mattarella ha poi detto che lascerà ai partiti qualche giorno di riflessione. Anche perché in molti, fra quelli che son transitati dal Quirinale fra mercoledì 4 e giovedì 5 aprile, glielo hanno chiesto. Un nuovo giro dovrebbe cominciare non prima della metà della prossima settimana.

In sintesi la situazione è la seguente:

Silvio Berlusconi ha ribadito la sua chiusura nei confronti del Movimento 5 Stelle. Il leader di Forza Italia ha detto che il suo partito è disponibile a partecipare con una presenza di “alto profilo a soluzioni serie basate su accordi chiari, su cose concrete, credibili in sede europea". Berlusconi ha detto chiaramente di non essere disponibile a un governo “fatto di pauperismi, giustizialismi, populismi e odio”. Riferimento chiaro a Di Maio e ai suoi. Secondo Berlusconi serve un governo che abbia un programma coerente e, soprattutto, in grado di lavorare per un arco temporale adeguato". Questo governo "non potrà non partire dalla coalizione che ha vinto le elezioni, il centrodestra" e con alla guida "un premier della Lega”. Berlusconi si è detto disponibile al dialogo con il Pd.

Matteo Salvini ha detto che non gli interessano i governi improvvisati: Voglio un governo che duri cinque anni. E un governo, sostiene il capo della Lega, si può fare solo coinvolgendo il M5S, mentre non si dice disposto a lavorare con il Pd. Salvini comunque ha detto, riferendosi ai grillini, che vanno smussati gli angoli. C’è qualcuno, ha aggiunto, che si dice pronto a collaborare ma sembra che non voglia dare davvero un governo al paese.

Il Pd, guidato da Maurizio Martina, ha detto che la sconfitta elettorale non consente di “avanzare ipotesi di governo che ci riguardino”. Una potenziale maggioranza si è manifestata in questi giorni, con una intesa fra il centrodestra e il M5S, che dovrebbero farsi carico delle responsabilità, se sono in grado di andare fino in fondo in un accordo. Martina ha però detto che il Pd ha presentato al Presidente i temi essenziali per il futuro del paese dei quali si occuperà la delegazione parlamentare del partito: questione sociale; lotta alla diseguaglianza; risanamento finanza pubblica, impegno europeista.

Infine Luigi Di Maio. Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha detto che chi non è stato legittimato dalle urne non può andare al governo; ha detto anche che non intende sostenere qualsiasi tipo di governo del genere "governissimo" ma che vuole un esecutivo che cambi davvero; ovviamente ha citato i "giochi di palazzo" al quale non vuole partecipare. Propone invece un contratto come quello che hanno fatto in Germania "e non un'alleanza". Possiamo parlare con tutti ha aggiunto Di Maio, perché "non siamo né di destra né di sinistra". Prima di andare al Quirinale aveva anche anticipato che la prossima settimana inviterà a un incontro sia Salvini sia - separatamente si presume - Martina.

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È LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA, BELLEZZA

Quanto è successo in questi giorni permette di fare il punto su una particolare concezione della democrazia rappresentativa che si sta esprimendo in queste ore.

Oggi i giornali scrivono di minacce del M5S (e della Lega) di andare di nuovo a votare, pare in giugno. Se non fosse che il presidente della Repubblica (secondo Ugo Magri della Stampa) è “stupito” - e quindi preoccupato - nel leggere di queste intenzioni, verrebbe da dire che siamo al ridicolo.

Il più ridicolo della situazione è sicuramente Luigi Di Maio che - più per tattica che per altro (dietro la sua tattica è noto che non è indovinabile una strategia) - continua a dire insensatezze sul mandato del popolo che lo avrebbe unto capo del governo (32% e primo partito lontano dalla maggioranza). Dice che sono gli altri che devono piegarsi ai suoi progetti e disegni.

Gian Enrico Rusconi, sempre sulla Stampa del 5 aprile, ricorda come
in questo modo si stia forzando la natura delle democrazia rappresentativa. La pretesa di imporre - nel nome del popolo - il proprio programma e il proprio leader senza negoziazioni è il "sottoprodotto improprio della convinzione che il raggiungimento del 50% più un voto, legittimi automaticamente l'investitura a governare, secondo le proprie direttive senza riguardi per nessun altro". Quindi, è un atteggiamento che non si giustifica nemmeno quando si ha la maggioranza assoluta. Figuriamoci quanto tale atteggiamento sia ingiustificabile quando si è lontani di parecchi punti percentuali e decine di seggi dalla maggioranza assoluta. Siamo al punto, precisa Rusconi, che il "popolo sovrano" della Costituzione sia diventato così "la somma degli elettori della formazione elettorale vincente". Il Parlamento così viene degradato alla "conta di posizioni prefabbricate. Non è la sede deputata allo scambio di ragioni e argomenti in nome del «bene comune». Non esprime neppure il popolo che è «sovrano» anche nelle sue differenze interne. Prevale una mentalità che nega l'essenza stessa della democrazia rappresentativa, quale finora è stata la nostra democrazia, pur con tutti i suoi difetti."

3 aprile 2018

Mercoledì 4 aprile iniziano (a un mese giusto dalle elezioni) le tanto attese “consultazioni” del Presidente della Repubblica con i partiti, per capire se si potrà formare un governo, chi potrà guidarlo e con quale maggioranza.

Sergio Mattarella, uomo saggio e fine conoscitore di cose costituzionali, chiederà ai vari leader come pensano di schierare i parlamentari che fanno capo ai rispettivi gruppi e soprattutto chiederà - a chi si presenterà al Quirinale “pretendendo” di avere diritti a qualche precedenza nel fare il governo - come pensa di avere la maggioranza.
Il punto è questo: sistema parlamentare significa che non esiste “vincitore” se non trova la maggioranza assoluta nelle due camere.

In sostanza, i proclami dei vincitori (zoppi) delle elezioni del 4 marzo - secondo molti osservatori destinati a governare insieme -  finiranno sulla soglia del Palazzo del Presidente.
Prendiamo il vincitore autoproclamato Luigi Di Maio.
Dall’alto del suo 32% ha a disposizione:
112 seggi al Senato, mentre la maggioranza assoluta è 161;
227 seggi alla Camera, mentre la maggioranza assoluta è 316.

Per l’altro autoproclamatosi “vincitore”, Matteo Salvini, la faccenda è più complicata:
di suo, targato Lega, ha 58 seggi al Senato e 124 alla Camera.
Il percorso per arrivare alle due maggioranze assolute è dunque ancora più difficile di quello di Di Maio.
Salvini però potrebbe (vorrebbe) contare su tutti i seggi conquistati dalla coalizione di centrodestra, vale a dire:

131 al Senato;
256 alla Camera.

In questo caso per arrivare alla maggioranza assoluta servono comunque 30 voti in più al Senato e 60 alla Camera.

Quindi, come ha scritto Ugo Magri sulla Stampa il 3 aprile, Mattarella chiederà soprattutto come pensano, i vari presunti “candidati premier” (peraltro figura inesistente nell’attuale ordinamento), di racimolare i voti che mancano per ottenere la fiducia nelle due Camere.

E per chi fa la voce grossa, minacciando “nuove elezioni”, Mattarella userà un altro argomento istituzionale e di buon senso: come riusciranno a convincerlo che nuove elezioni sarebbero una soluzione? che questa volta darebbero a qualcuno la maggioranza assoluta?
Oppure che adesso si andrebbe al voto con una legge elettorale capace di produrre una maggioranza chiara? Quali sarebbero le regole sulle quali trovare un accordo?
Le previsioni degli osservatori sono in due cornici differenti:
La prima prevede un accordo fra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra. In questo caso la difficoltà riguarda la coesistenza del M5S e di Forza Italia, in particolare del suo leader, Silvio Berlusconi.
La seconda cornice prevede invece un fallimento della prima e una forma, per ora indefinita, di governo con una maggioranza assai più larga, il cosiddetto governo del Presidente, o il "governo di tutti" per intenderci.

Si comincia. Ci divertiremo.

29 marzo 2018

Maggioranze e governo? Ancora lontani. Anche oggi siamo alle mosse tattiche, per segnare i territori rispettivi e, soprattutto dalla parte del Movimento 5 Stelle, restare in linea con quel che si è detto dalla sera delle elezioni del 4 marzo: "abbiamo vinto, la presidenza del consiglio spetta a noi "(cioè a Luigi Di Maio).
La risolutezza con la quale Di Maio e i suoi rivendicano una vittoria che non è stata abbastanza vittoria sembra portare il dialogo con la Lega e tutto il centrodestra in una strada senza uscita. Perché ancora martedì Di Maio ha confermato quanto sia convinto gli elettori lo abbiano portato a Palazzo Chigi. Lo pensa, ignorando o dimenticando che né la Costituzione né la legge elettorale né la prassi prevedono il "candidato presidente del consiglio". E dimenticando che il M5S ha preso il 32%, tanto ma non abbastanza per avere la maggioranza assoluta da solo in Parlamento.

La Lega, d'altra parte, si tiene più al coperto. Disponibile alla trattativa con il M5S, sul programma, "su alcuni punti del programma, come le tasse, la legge Fornero da neutralizzare, la sicurezza, l'immigrazione, Salvini però si tiene dentro il perimetro del centrodestra che gli permette di parlare a nome del 37% dell'elettorato. Dice di non voler abbandonare Forza Italia, che Di Maio dice di non volere in maggioranza, e propone di trovare un nome "terzo", né il suo né quello di Di Maio, per fare davvero il "governo dei vincitori" (zoppi, n.d.r.). Che, come scritto nei giorni scorsi e come confermato da un sondaggio Piepoli pubblicato mercoledì da La Stampa, gli elettori di Lega e M5S continuano a giudicare l'opzione migliore.

D'altra parte, il M5S, lancia qualche segnale al Pd: liberatevi di Renzi, almeno una parte di voi, e ci si mette d'accordo. Facciamo un bel governo Di Maio, con qualche ministro gradito a sinistra. Il Pd, in piena confusione, per ora non risponde, sta a guardare. Ancora per quanto non è prevedibile.

27 marzo 2018

No, non c'è quasi nulla di interessante oggi a proposito di manovre, trattative, abboccamenti risolutivi per la formazione di una maggioranza e del governo. Sembrano confermate le convinzioni di chi raccomandava cautela: non pensate che gli accordi tutto sommato veloci per i presidenti delle Camere indichino che già centrodestra e Movimento 5 Stelle - vincitori delle elezioni - si siano accordati anche per il governo.

Lunedì Salvini ha sgombrato il campo dal macigno di una propria irrinunciabile candidatura a Palazzo Chigi: sono pronto per fare il premier, ma non a tutti i costi voglio farlo. Doveva essere la premessa a una analoga disponibilità di Di Maio a mandare avanti un terzo, dal profilo più basso o meno schierato. L'analoga rinuncia del leader politico del  M5S però non è arrivata. Anzi, a leggere La Stampa, per esempio, pare che Di Maio l'abbia detto proprio esplicitamente: sono disposto a lasciare alla lega dei ministeri importanti, per esempio quelli economici, ma a Palazzo Chigi ci devo andare io.

Intanto è anche arrivato il comunicato dei capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli, che lamenta che alla Camera all'elezione di Fico siano mancati circa 60 voti. Il centrodestra, dicono, è stato tutt'altro che compatto. Da questo atteggiamento e da altri, alcuni osservatori ricavano che quel che proprio i vertici del M5S non se la sentono di proporre ai loro elettori un governo del quale faccia parte anche Forza Italia. Insomma, si ragiona, Di Maio starebbe ancora facendo tattica, non convinto dell'alleanza con il centrodestra. Alleanza nella quale il suo 32% non sarebbe poi così roboante, sarebbe, in sostanza, minoranza. Il che però è, ovviamente, un problema sulla strada dell'accordo con la Lega. Perché senza Forza Italia è Salvini a trovarsi in minoranza davanti a Di Maio e ai suoi parlamentari.

Il ragionamento viene sostenuto da voci, riportate martedì dal Corriere della Sera, che dicono che fra i leghisti in Parlamento molti si dicono convinti che il M5S starebbe lavorando a un'intesa con il Pd. Con la parte del Pd che si libera dal guinzaglio di Renzi e sarebbe disponibile a entrare in maggioranza con il M5S.
Vale a dire, tutto è ancora lontano dal compiersi.

24 marzo 2018

E adesso, che governo si farà? Come si svolgerà la trattativa per il nuovo esecutivo e la nuova maggioranza che lo sosterrà?
L’elezione dei presidenti della Camera e del Senato - rispettivamente Roberto Fico del Movimento 5 Stelle e Elisabetta Casellati di Forza Italia - potrebbe indicare che si è a pochi passi dalla ripetizione della formula per un governo formato dal centrodestra con il Movimento 5 Stelle, che sono poi i vincitori zoppi delle elezioni del 4 marzo.

Poi se si considerano tutte le questioni, ci si rende conto che la faccenda è più complicata di quanto non sembri.

In primo luogo per le ambizioni del Movimento 5 Stelle. Nelle ore precedenti la conclusione della trattativa per le Camere, è parso evidente che Di Maio puntasse a separare davvero la Lega da Forza Italia. Ciò gli avrebbe permesso di siglare un accordo di governo M5S-Salvini, nel quale il movimento di Beppe Grillo avrebbe avuto il peso preponderante, avrebbe condotto le danze, visto che in Parlamento ha numeri assai maggiori della Lega.

Poi però, Salvini si è fermato, e Forza Italia ha cambiato tattica, entrambi consapevoli della necessità di non rompere l’alleanza, perché solo alleati potevano stare da protagonisti principali sulla scena.

A questo punto, però, è Di Maio a essere in minoranza nella presunta grande alleanza Centrodestra-M5S. Con una maggioranza così composta, difficilmente potrà pensare di essere premier e di dettare la lista dei ministri.

D’altra parte, il centrodestra per governare ha bisogno dei voti M5S.

A meno che non si ribalti il tavolo e uno dei due freschi alleati si rivolga di nuovo al Pd. Riportandolo al centro della situazione. Pd che potrebbe servire anche a un M5S convinto a rinunciare all’alleanza con il centrodestra e capace di convincere almeno una parte dei parlamentari dem antirenziani. In questo senso, l'elezione di Fico viene vista da alcuni come un segnale a sinistra, più che a destra.

Insomma, la situazione è tutt’altro che chiara. I giochi sono ancora tutti da fare.

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19 marzo

Movimento 5 Stelle e Lega costretti a allearsi per il governo. Sembra essere solo questo, per ora, il centro del dibattito sulle manovre dei partiti due settimane dopo le elezioni del 4 marzo.
Afasico il Pd, preso da una necessaria attività di rigenerazione interna; in difficoltà Forza Italia, incalzata dalle iniziative da battitore libero di Matteo Salvini, lo scenario politico è incentrato attorno alle presunte o vere trattative fra Luigi Di Maio e il leader leghista per dar vita a una maggioranza e a un esecutivo più o meno stabile.

Come ha scritto lunedì 19 marzo La Stampa, molte delle mosse, però, sono anche dissimulazione. L'unico vero accordo che si cerca di raggiungere nell'immediato è sui presidenti delle Camere. Quel che si potrà fare dopo è frutto di circostanze e interazioni complesse e per ora non prevedibili. Anche se tutti sono più o meno dell'idea che se non si accordano i due "vincitori a metà" del voto, l'esito naturale delle consultazioni sarà una qualche versione del "governo di tutti". Apprezzato dall'Europa, ma rischioso per  M5S e Lega che sono stati premiati per la loro natura "antisistema".

D'altra parte, si comincia a ragionare anche sul fatto che il chiacchierato accordo "limite" fra Lega e Movimento 5 Stelle: "Scriviamo e votiamo una nuova legge elettorale e andiamo alle elezioni di nuovo", sarà molto più difficile di quanto finora raccontato. Perché le esigenze delle due parti in fatto di maggioritario, uninominale, proporzionale, premio di maggioranza alla lista o alla coalizione, ecc, sono presumibilmente assai diverse.

Intanto le basi di elettori del Movimento 5 Stelle e della Lega sembrano gradire l’avvicinamento fra le due compagini "anti-sistema". Secondo The World Post, azienda italiana che ha creato Delfy, una piattaforma per l'analisi in tempo reale dei big data, su Facebook negli ultimi giorni è emersa una chiara preferenza per l’accordo.
Le analisi indicano che la questione alleanza con il M5S sta molto a cuore ai leghisti, con un “engagement” del post di Salvini dedicato al tema che è di 6 volte maggiore rispetto alla media e con un “sentiment” al 62% positivo.
Più o meno la stessa situazione si è verificata con il post di Luigi Di Maio sullo stesso argomento: engagement di 6 volte superiore alla media, e “sentiment” positivo al 57%.

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15 marzo 2018

Sono i giorni dell'avvicinamento fra i leader del Movimento 5 Stelle e della Lega. Un governo fra i due è possibile, secondo alcuni probabile. Se non ci si accorda su altro, lo si farà almeno su una nuova legge elettorale, per andare presto a nuove elezioni (presupponendo di stravincerle, uno dei due perlomeno).

Salvini e Di Maio si sono sentiti al telefono per concordare la spartizione delle presidenze di Camera e Senato. Ma non solo. I giornali giovedì riportano un avvicinamento anche per valutare la possibile alleanza di governo dei due (quasi) vincitori delle elezioni del 4 marzo.

Insomma, Salvini rassicura i suoi alleati - Berlusconi e Meloni - che si muoverà da capo coalizione, lealmente. Però di questo suo ruolo ritiene faccia parte anche capire le possibilità dell'alleanza con il M5S, se, come molto probabile, non dovesse trovare maggioranze in Parlamento per il centrodestra arrivato primo ma senza seggi sufficienti per governare da solo.

La Stampa di giovedì dice che ormai l'alleanza sovranista è probabile. La base dell'intesa, oltre che la guida di Montecitorio e Palazzo Madama, è la prospettiva di scrivere insieme una nuova legge elettorale e andare al più presto a votare di nuovo, per finire il lavoro: per Salvini di conquista del centrodestra, per Di Maio di smantellamento del Pd.

Se il governo partorito dall'accordo Lega-M5S dovesse trovare difficoltà, o i due partiti non si mettessero d'accordo sul programma, il tutto si risolverebbe con una nuova tornata elettorale che, grazie a un sistema maggioritario, produrrebbe, pensano loro, un vero vincitore. Prima però, si aboliscano i vitalizi, dicono.
Pare inoltre che Salvini abbia chiesto a Di Maio, nel caso di accordo, di lasciare la guida del governo a qualcun'altro. Perché il centrodestra un esecutivo guidato dal leader M5S proprio faticherebbe a digerirlo.

A Berlusconi, in effetti, tutto questo attivismo verso Di Maio del capo della Lega non piace. Si brucerà, se continua così, se pensa di fare un accordo coi 5 Stelle, avrebbe in sostanza detto ai suoi fedelissimi. Il Foglio riporta che il leader di Forza Italia avrebbe anche detto che è possibile un governo del centrodestra con l'appoggio del Pd sui singoli provvedimenti. Mentre sull'alleanza con il M5S ha significativamente affermato: "Ho aperto la porta per cacciarli via".




13 marzo 2018

La direzione del Pd di lunedì 12 marzo ha ribadito che il Partito democratico, sconfitto alle elezioni ma al centro dei giochi in Parlamento perché potenziale alleato del M5S o del centrodestra per fare un governo, il governo con gli avversari non lo farà.

La reazione stizzita di Luigi Di Maio, su Twitter, conferma solo che ci sperava nell'alleanza col Pd e soprattutto che presuppone che la sua "vittoria" da 32% valga molto di più di quel che i numeri dicono (il 68% degli elettori non ha scelto il M5S, in fondo).  Ovviamente ora chi non vuole accompagnarlo in limousine a Palazzo Chigi è "irresponsabile" e fa "giochi di potere".

Ancora il governo di tutti

Il punto però è che oggi secondo alcuni giornali sia il M5S sia la Lega sembrano orientati ad accordarsi per sostenere un governo - chiamiamolo per convenzione "di tutti" - che faccia la legge di bilancio e riscriva la legge elettorale in senso maggioritario, per poi andare alle elezioni in fretta, diciamo nella primavera 2019.

Anche nel Pd tutti sanno che dopo che Mattarella avrà verificato l'impossibilità di fare un governo normale, con uno schieramento con la maggioranza assoluta, anche renziani e non renziani accetteranno la "responsabilità" di fare un governo di quel tipo.
Saranno gli scopi e il tipo di legge elettorale che forse saranno in discussione. Anche se, una volta che M5 S e Lega si siano accordati sul modello legge elettorale, i voti del Pd non servirebbero.

Governo della Consulta

Martedì La Stampa ha inventato la formula del "governo della Consulta". È solo una variazione sul tema però. Sarebbe un governo come quello prima descritto, guidato però da qualcuno considerato da tutti sopra le parti, che sia visto senza sospetti da M5S, Lega, Forza Italia e Pd. Secondo Fabio Martini, che firma il Retroscena sul quotidiano torinese, sta prendendo forza l'idea che questo uomo possa essere "un giurista con competenza sul sistema costituzionale e dotato di un certo know-how politico".
Ancora più precisi: un ex giudice della Corte costituzionale. I nomi: Gaetano Silvestri, ex presidente della Corte costituzionale; Giuseppe Tesauro, anche lui ex presidente della Consulta; Sabino Cassese, che invece della Consulta è stato autorevole giudice.

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9 marzo 2018

Come si arriverà dunque a formare una maggioranza capace di sostenere un governo?
Dopo il parlamento senza maggioranza prodotto dalle elezioni, ampiamente previsto (dai sondaggi) ma al quale nessuno degli attori politici sembra avere veramente pensato, le ipotesi continuano a restare molto generiche, con i principali attori restii a fare mosse decise che si scostino dalle posizioni assunte subito dopo i risultati.

I "vincitori" (senza maggioranza) M5S e la Lega continuano a rivendicare il diritto a formare il governo, pur sapendo di non avere i seggi per raggiungere la maggioranza assoluta.
Si tratta dunque di convincere qualcuno fuori dal loro perimetro: vale a dire il Pd. Qui riassumo le ultime versioni di ipotesi e scenari; nelle puntate precedenti le versioni dei giorni scorsi, per avere un filo dell'evoluzione del discorso post-elettorale.

Governo M5S con il Pd? 

L'ipotesi sulla quale si sono esercitati più osservatori e politici fra lunedì e giovedì - un governo Movimento 5 Stelle a guida Di Maio con il sostegno del Pd - sembra ormai fuori gioco, perché, per quanto non nuovo a mosse autolesioniste, nel Pd sono quasi tutti d'accordo (renziani e antirenziani), che significherebbe la fine del partito.

Governo tecnico, senza Di Maio: M5S col sostegno del Pd

L'altra ipotesi, contigua alla precedente, sulla quale invece sembra esserci maggiore interesse è la seguente: rese effettive le dimissioni di Renzi, il Pd con una nuova guida ascolterebbe gli inviti di Sergio Mattarella alla "responsabilità", in cambio di assunzione di responsabilità da parte del Movimento 5 Stelle. Il che significherebbe, per quest'ultimo, abbandonare le posizioni intransigenti ("l'unico governo possibile è un governo Di Maio"), e dimostrarsi disponibile a indicare una figura esterna al Movimento e capace di dare garanzie europeiste.
In questo quadro per il Pd si potrebbe pensare a un sostegno al governo su un programma blindato e condiviso.

Governo di tutti

Nel caso questi passaggi non funzionassero, Mattarella potrebbe chiamare davvero tutti alla ragionevolezza per il paese, invitando centrodestra, M5S e Pd a convergere garantendo la maggioranza a un esecutivo di "responsabilità". In questo caso la guida sarebbe una personalità estranea ai partiti, per esempio Raffaele Cantone.

Centrodestra e il Pd

Resta poi l'ipotesi centrodestra sostenuto in qualche modo dal Pd, in un esecutivo guidato da un esponente della coalizione, che non potrebbe però essere Salvini. Serve una personalità "moderata", magari anche un leghista come Maroni o Giancarlo Giorgetti. Giovedì un editoriale del Giornale diceva che questa ipotesi viene colpevolmente ignorata da molti commentatori, pur disegnando uno scenario del tutto legittimo, visto che la coalizione Berlusconi-Salvini ha la maggioranza relativa.
A questo proposito, venerdì Il Foglio, ha scritto che Berlusconi sta considerando l'ipotesi seriamente. Così il quotidiano diretto da Cerasa riassume il punto di vista del leader di Forza Italia: «"Il pallino ce l'ha il Pd. Che ha perso le elezioni, ma in pratica dà le carte. Le correnti Pd tirano verso un rapporto privilegiato con i Cinquestelle, il gruppo parlamentare che forse risponde ancora a Renzi tira invece verso di noi". E "noi" in questo caso non significa Matteo Salvini, ma un nome alternativo, uno più moderato, anche un leghista.»

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Sergio Mattarella, 31 dicembre 2017 (EPA/FRANCESCO AMMENDOLA / PRESIDENTIAL PRESS)

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7 marzo 2018 

Il misuratore delle ipotesi per la costruzione della maggioranza che dovrebbe dare la fiducia a un uovo governo, non segna oggi nessuna grande novità. Si resta con le idee dei primi giorni dopo il voto. Nuova è arrivata soltanto la tesi del possibile "governo di tutti". La propongo prima delle altre, non perché sia la più probabile ma perché è una sorta di novità.

Ipotesi nuova: "Il governo di tutti"

La cita Marzio Breda, esperto di cose del Quirinale per il Corriere della Sera. Scrive Breda che chi pensa a un "rapidissimo ritorno alle urne" non fa i conti con quella che per Sergio Mattarella potrebbe essere l'extrema ratio: un esecutivo (poi si vedrà con che nome) "con tutti dentro, per evitare che un bis ravvicinato del voto sfoci in una crisi di sistema" (la situazione che abbiamo delineato nello scenario n. 5, qui sotto). Crisi difficilmente evitabile se si votasse di nuovo con l'attuale sistema elettorale.

"Sarebbe", scrive Breda, una soluzione istituzionale alla turca". Essa è infatti prevista dalla Costituzione di Ankara per garantire "transizioni ordinate". Nota giustamente Breda: "Ma è possibile che ci si debba ridurre a questo?".

Il presidente

Prima di vedere le ipotesi meno estreme ricordiamo che il regista di questa fase politica è il Presidente della Repubblica.

Mattarella sspetterà la convocazione delle nuove Camere,  prevista il 23 marzo. Poi ci saranno le elezione dei due nuovi presidenti, che, si spera, assicureranno, come vorrebbe la prassi costituzionale, guide non di parte alle assemblee. Poi il presidente comincerà le consultazioni per dare un incarico di formare un governo che abbia buone probabilità di ottenere la fiducia. 

PRIMO SCENARIO: GOVERNO CINQUESTELLE COL PD

Questo scenario, considerato possibile prima del voto, ma mai come il più probabile, diventa oggi il primo considerato.
Comporterebbe, in una ipotesi, un governo a guida Movimento 5 Stelle con una partecipazione del Pd e di altre frange, per esempio la pattuglia di Liberi e Uguali.
È l'ipotesi contro la quale si è schierato Matteo Renzi il 5 marzo, quando ha annunciato le dimissioni differite a dopo la formazione del nuovo governo. Vuole guidare il partito nella fase delle consultazioni, per evitare che alcuni degli altri leader, d'accordo con Mattarella, possano negoziare una partecipazione del Pd alla maggioranza guidata dai Cinquestelle.
Una variante di questa ipotesi è il governo monocolore 5 Stelle, con solo un sostegno o un'astensione benevola del Pd.

SECONDO SCENARIO: GOVERNO M5S, LEGA, FRATELLI D'ITALIA

In questa versione del Parlamento senza maggioranza, si formerebbe una coalizione fra M5S, Lega e Fratelli d'Italia, a guida Luigi Di Maio ma con una presenza forte della Lega di Salvini.

È lo scenario più temuto dai mercati, dall'Europa, da chi misura il polso e la salute della democrazia italiana. Appare piuttosto improbabile anche se avrebbe sicuramente una maggioranza numerica forte. Potrebbe lavorare su un programma mix di assistenzialismo e taglio delle tasse, ostilità strillata agli immigrati, retorica gratuita sulla volontà popolare e "prima gli italiani". Per ora Lega e Fdi dicono che con il M5S non se ne parla nemmeno.

TERZO SCENARIO: GOVERNO LEGA, FORZA ITALIA, PD

Fra gli inciuci contro i quali si batterà Renzi prima di lasciare la guida del Pd c'è probabilmente anche questo della maggioranza fatta da i protagonisti sbiaditi delle ex "larghe intese" (adesso piuttosto ristrette) con l'inclusione della Lega di Salvini. Molto improbabile. Lega e Pd sono incompatibili su quasi tutto. A Salvini non conviene un'alleanza con chi ha indicato come il principale responsabile di tutto ciò che - a suo dire - non va in Italia. A meno che non sia lui a dare le carte, a scegliere i ministri chiave a incassare un quasi silenzioso voto di fiducia dagli altri. Praticamente impossibile.

QUARTO SCENARIO: GOVERNO CENTRODESTRA

A questo punto, quello che pareva uno scenario probabile prima delle elezioni, sembra tramontato. La coalizione è assai lontana dalla maggioranza assoluta: di almeno 56 seggi alla Camera, una ventina al Senato. A questo punto, la possibilità di fare un governo per la coalizione è legata alla possibilità di reclutare fuoriusciti da altri gruppi (davvero tanti); oppure di ottenere una fiducia con l'astensione del Pd. Insomma, molto difficile, decisamente improbabile.

QUINTO SCENARIO: STALLO, VERSO NUOVE ELEZIONI

Questo sarebbe il caso di un hung parliament senza vie d'uscita, Mattarella confermerebbe Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi per mantenere il timone del paese nelle faccende essenziali (insieme con Pier Carlo Padoan) e fare nuove elezioni. Con quale legge elettorale? Con questa sciagurata che (in questo scenario) ha portato allo stallo; oppure con un'altra (ma come trovare l'accordo su un nuovo testo?).

Gli scenari sono in via di definizione e possono anche cambiare in fretta. Vi terremo aggiornati.

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