Ilva Taranto acciaio
(Ansa)
Ilva Taranto acciaio
Economia

I commissari di governo: «Ilva non inquina, ridatecela»

Dopo 10 anni dal sequestro preventivo dell’area a caldo, l’amministrazione straordinaria chiede la restituzione. Se la Corte rigetta, è tutto da rifare

I commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria, proprietari dello stabilimento attualmente gestito con contratto di fitto da Acciaierie d’Italia, hanno chiesto alla Corte di Assise di Taranto la restituzione dell’area caldo sotto sequestro preventivo della Procura dal 26 luglio 2012.

Dieci anni da quando il gip Patrizia Todisco decise di togliere la facoltà d’uso, che fu restituita da una legge che fissò la continuità produttiva dei siti di interesse strategico nazionale, e confermata dalla Corte Costituzionale che con la storica sentenza del 2013 (ricordata spesso per i dpcm durante il periodo pandemico) sancì il principio secondo cui non esistono diritti tiranni ma vanno tutti contemperati e, nel caso specifico, quello alla salute e quello al lavoro da allora, con quella sentenza, trovano il loro equilibrio nel rispetto delle prescrizioni imposte dal Piano Ambientale.

Ed è proprio sulla base del completamento di questo Piano, scritto nel 2013 dall’allora ministro all’ambiente Orlando con la Regione Puglia, e ulteriormente migliorato nel 2017 da Calenda, che oggi i Commissari Straordinari chiedono il dissequestro degli impianti: "la realizzazione degli interventi ivi prescritti ha significativamente modificato l’assetto impiantistico operativo al momento di applicazione del sequestro, trasformando la res pericolosa oggetto dell’ipotesi accusatoria in uno stabilimento munito di presidi preventivi d’assoluta avanguardia secondo le best available tecniques Bat di settore e secondo modalità gestionali ispirate a principi di massima cautela e tutela ambientale”. Segue l’elenco di tutte le opere compiute con la seguente conclusione: “a fronte di un Piano Ambientale cosi imponente, realizzato in massima parte e prossimo al perfezionamento, è innegabile che lo stabilimento sia altro rispetto all’opificio sequestrato nel 2012”. Tra le opere in fase di completamento ad esempio ricordiamo che entro maggio 2022 verranno chiuse le coperture dei Parchi Omo da cui ancora si verifica qualche spolverio, anche se di sostanze grossolane non inalabili (la famosa polvere dei balconi). Ma ormai persino nei Wind days le rilevazioni Arpa hanno verificato non sussistere più sforamenti, tanto che l’agenzia regionale ha suggerito di rivedere le precedenti ordinanze. Secondo i commissari dunque: “siamo di fronte a un impianto radicalmente difforme da quello oggetto degli accertamenti tecnico peritali, svolti nelle forme dell’incidente probatorio, su cui si è basato il sequestro; un impianto adeguato alle misure precauzionali contemplate dalla migliore scienza ed esperienza di settore attuale, ritenute sul piano nomologico idonee ad elidere le condizioni di rischio che avevano giustificato la misura cautelare reale in essere, nel solco di quanto statuito dalla Corte Costituzionale con la sentenza del 2013”.

La cosa importante è che a scrivere queste cose non è l’azienda che produce e fa utili (o almeno dovrebbe), ma i proprietari nella figura dei Commissari Straordinari (nello specifico nominati nel 2019 dall'allora ministro dello Sviluppo Di Maio) che pure non hanno avuto remore non più di due anni fa a portare il gestore dinanzi a un tribunale accusandolo di nocumento alla Nazione.

Inoltre, come scrivono nell’istanza, per arrivare a queste conclusioni non fanno altro che riportare e citare testualmente le relazioni degli enti pubblici atti ai controlli sulla fabbrica e sulla qualità dell’aria e della salute a Taranto: “negli anni successivi al sequestro gli esiti delle indagini ambientali e della attività ispettive condotte dagli enti pubblici di controllo hanno escluso superamenti dei limiti emissivi fissati dalla cornice normativa di settore già di per se iperprecauzionali ispirati ad una logica assoluta di anticipazione della soglia di tutela rispetto a condizioni di rischio per ambiente e salute; pertanto non sono mai affiorati indici di rischio per la collettività e l’ambiente neppure allo stato potenziale”.

Infatti Ilva oggi è lo stabilimento più controllato d’Italia: non solo è l’unico in assoluto ad avere centraline interne dell’Arpa che controllano le emissioni (in tutto il resto d’italia le centraline sono solo in luoghi pubblici delle città); ma attraverso il decreto del 2015 Renzi istituì un osservatorio nazionale presieduto dal ministero dell’ambiente, e partecipato da Ispra, Arpa, Comune e Regione, che ogni tre mesi si riunisce con Azienda e Commissari per verificare lo stato di avanzamento del Piano Ambientale, e da allora gli enti, con verbali pubblici, hanno attestato che i lavori sono perfettamente in linea con il cronoprogramma fissato dalla legge (Aia). Inoltre Ilva è l’unica ad avere una Valutazione Preventiva del Rischio Sanitario non prevista per gli altri impianti siderurgici. E propio sulla base di questo studio (commissionato dal Ministero e realizzato da arpa e asl di Taranto) che sappiamo che al completamento del Piano Ambientale Ilva non produce rischio sanitario sulla città sino a 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno (ma ora arriva a malapena a 4 milioni). “Ciò che emerge in maniera inequivoca- scrivono i commissari- è che durante la gestione post sequestro non si siano verificati episodi di superamento dei limiti fissati sul piano normativo. Questo profilo incide significativamente sul piano delle esigenze cautelari: non solo non vi è alcuna evidenza di una persistente attualità del pericolo presupposto nella misura cautelare, semmai vi è esattamente evidenza del contrario, posto che l’articolato e pervasivo sistema di controlli in essere non ha rilevato il benchè minimo segnale di rischio”.

In fine, secondo i Commissari “il reticolato normativo vigente, unitamente al capillare sistema di controlli pubblicistici, garantiscono già appieno la tutela e la protezione degli interessi fondamentali in gioco, salute e ambiente, sovrapponendosi al sequestro preventivo in essere e rendendolo di fatto superluo”.

In sintesi secondo gli ufficiali “il rispetto dell’Aia elide il rischio di reiterazione degli illeciti contestati”.

A questo si aggiunge “la discontinuità al quadrato con la precedente gestione”.

L’istanza di restituzione è fondamentale per la continuità della fabbrica poichè rappresenta una delle condizioni sospensive che impediscono la vendita (insieme all’autorizzazione ambientale per il nuovo piano industriale e all’assenza di misure restrittive sugli impianti). La cui assenza ha già fatto slittare il closing previsto da contratto entro maggio 2022 e l’aumento della quota societaria pubblica al 60%, che ora dovrà essere riprogrammata attraverso un aggiornamento del contratto.

Ancora una volta ci ha visto giusto il segretario della Uilm Rocco Palombella che già qualche mese fa si era chiesto a che pro il governo Conte avesse deciso di anticipare il closing della vendita, che dal precedente accordo (firmato da Calenda) era previsto contestualmente allo scadere delle ultime prescrizioni del Piano Ambientale al 2023.

E non è detto che nella prossima modifica di contratto non vengano stralciate queste condizioni sospensive, che non essendo nella facoltà dell’azienda, ma di politica e magistratura, non è affatto scontato si verifichino.

Ora infatti a decidere sul dissequestro chiesto dai Commissari sarà la stessa Corte che ha già inflitto in primo grado condanne per quasi 300 anni sommate tra i vari imputati, e la confisca dell’area a caldo e di 2 miliardi. Per decidere dovrà prima sentire i pm, che sicuramente si avvaleranno di una perizia del custode giudiziario, Barbara Valenzano. Dal 2012 la Procura l’ha nominato custode di Ilva con grandi poteri e compensi miliardari, grande teste dell’accusa nel processo con ben 16 udienze dedicate solo al suo interrogatorio, e contemporaneamente direttore plenipotenziario del dipartimento ambiente della Regione Puglia fino allo scorso anno quando Michele Emiliano l’ha sostituita con il fratello del sottosegretario Garofoli (già sottoscrittore proprio della prima Aia 2012).

Fu lei a determinare il sequestro preventivo da 8,1 miliardi di euro disposto dal Gip e successivamente annullato dalla Corte di Cassazione che lo qualificò come provvedimento abnorme. Nel novembre 2012, pochi mesi dopo il sequestro, il Custode Valenzano scrisse un documento in cui metteva in evidenza quelle che - a suo avviso - erano le carenze sotto il profilo ambientale degli impianti dell’Area a caldo.

l dibattimento ha dimostrato come la cifra monstre di 8,1 miliardi di euro fosse in realtà frutto di un marchiano errore di calcolo, di cui in un primo momento non si accorge il pm, non si accorge il gip, ma se ne accorgono gli avvocati che alla fine costringono il custode ad ammettere in dibattimento l’errore aritmetico: aveva sbagliato l’addizione indicando 6 miliardi in più (ecco perché poi si è arrivati alla cifra di 2,1 miliardi di euro per la quale è stata disposta la confisca in primo grado).

Nel medesimo documento il custode indicava quelli che riteneva essere i necessari interventi di adeguamento da realizzare, stimandone il presumibile costo. Questo documento, come detto, è stato utilizzato dal PM per sostenere che gli impianti, sotto il profilo ambientale, presentavano significative carenze e che, quindi, gli investimenti asseriti dalla difesa non erano stati realizzati.

Il dibattimento ha consentito di dimostrare (anche in questo caso attraverso documenti inconfutabili) che la maggior parte degli interventi di adeguamento “prescritti” dal Custode giudiziario erano del tutto infondati e oggettivamente privi di motivazione poiché i presidi ambientali previsti erano già presenti al servizio degli impianti.

Emblematico è il caso della caricatrice smokeless alla Batteria n.6 della Cokeria (un impianto di dimensioni gigantesche collocato sopra la batteria di forni e fondamentale per la riduzione delle emissioni di polveri e Benzoapirene nella fase di caricamento del fossile).

In udienza il Custode ha sostenuto la “evidenza di mancata attuazione” dell’intervento relativo alla installazione della caricatrice. Quando uno dei legali gliela mostrò, il Custode non fu in grado di riconoscerla e di spiegare di quale macchinario si trattava (un impianto enorme che si fatica a credere possa non essere notato da chi conosce la Cokeria dell’Ilva).

La stessa cosa è avvenuta per centinaia di macchine e impianti già istallati, come dimostravano foto, relazioni, verbali e fatture, ma che il Custode e teste dell’accusa dichiarava mancanti.

Alla richiesta di verificare se erano stati effettivamente realizzati gli investimenti (anche di natura ambientale) indicati da Ilva nelle Relazioni ai bilanci depositati nel periodo 2002/2011, il Custode ha dato risposta negativa per tutti gli interventi indicati, sostenendo testualmente che vi era la “evidenza di mancata attuazione degli interventi”.

Nella sostanza, ove l’accertamento del custode fosse stato corretto, esso avrebbe costituito la prova del fatto che, oltre a non essere stato realizzato alcun intervento ambientale, era stato commesso un falso in bilancio per centinaia di milioni di euro. Per questa ragione il documento fu inviato alla Procura della Repubblica di Milano. Il PM di Milano incaricò allora il Prof. Ing. Stefano Consonni del Politecnico di Milano di verificare la fondatezza delle conclusioni del custode. Il prof. Consonni, tra gli oltre cento interventi considerati dal Custode, scelse un campione significativo tra quelli più rilevanti dal punto di vista economico ed ambientale e, dopo un accurato esame documentale accompagnato da sopralluoghi in stabilimento, concluse in senso diametralmente opposto rispetto al custode e cioè che tutti gli interventi da lui esaminati risultavano realizzati.

Il PM di Milano, all’esito della consulenza tecnica supportata e riscontrata dalla consulenza contabile ritenne di chiedere l’archiviazione per l’ipotesi di falsità dei bilanci di Ilva spa dal 2002 al 2011.

Citato dalla difesa degli imputati ed esaminato davanti alla Corte di Assise di Taranto all’udienza del 17.2.2020, il prof. Consonni ha confermato integralmente le conclusioni contenute nella sua Relazione ed ha dichiarato di non avere trovato una spiegazione del perché il Custode avesse accertato la evidenza di mancata attuazione di tutti gli interventi.

il teste disse anche in udienza che il PM di Milano, quando gli conferì l’incarico, aveva manifestato perplessità in merito al documento del Custode giudiziario in cui si sosteneva la evidenza di mancata attuazione di tutti gli interventi indicati per più di dieci anni nelle Relazioni ai Bilanci. Il professore, nella sua testimonianza, ha altresì ricordato che, dopo un primo breve incontro con il Custode, provò più volte, sia telefonicamente sia a mezzo mail, a fissare un nuovo incontro per avere chiarimenti sugli accertamenti svolti, ma che incredibilmente non ricevette mai alcuna risposta e che il Custode giudiziario si rese irreperibile e non presenziò più ai sopralluoghi del consulente del PM di Milano presso lo stabilimento di Taranto.

Stessa cosa che disse anche l’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, per un breve periodo nominato custode insieme all’ingegner Valenzano, ma che si rifiutava di collaborare. Stesso atteggiamento riscontrato nel custode, durante il corso dei 10 anni, dal Commissario per le bonifiche, dai tecnici Arpa, e da quelli persino del Ministro dell’Ambiente.

Purtroppo il processo Ilva, consumatosi in centinaia di udienze, non è stato molto seguito dai media, altrimenti tutti saprebbero della figura barbina fatta dal custode più volte ripresa durante le udienze, come quando disse che non erano stati realizzati i nuovi spogliatoi per i dipendenti, e le furono mostrati gli ordini e le fatture relative a questo intervento nonché la fotografia dell’edificio di 6 piani realizzato dal Gruppo Riva appunto nel 2002, che il Custode evidentemente non aveva avuto modo di notare, nonostante l’immobile si trovi a fianco della portineria da cui è entrata in stabilimento in questi 10 anni.

Per questo è davvero incerto e per nulla scontato l’esisto che darà la Corte alla richiesta di dissequestro. Tra l’altro sul punto il potere decisorio della corte di assise si è ormai consumato e all’esito del dibattimento hanno ritenuto, a torto o a ragione, di disporre la confisca di quanto in sequestro. La revoca del sequestro andrebbe a confliggere con il precedente provvedimento: la Corte di assise ha ritenuto di disporre la confisca, ora, pertanto, accogliendo l’istanza di revoca del sequestro andrebbe a revocare quanto statuito in sentenza perché modificherebbe la

sua precedente decisione.

E’ vero che molte altre opere sono state completate nell’ultimo anno con ulteriori avanzamenti del Piano Ambientale, ma è vero pure che è dal 2012 che Ilva non produce e non inquina più come all’epoca.

Sarebbe certamente convenuto di più aspettare che il fascicolo passasse al nuovo collegio del secondo grado, ma questo non è stato possibile perché a distanza di un anno dalla sentenza, la Corte in questione non ha ancora pubblicato le motivazioni del primo grado, ma siamo già alla sesta correzione di errori materiali commessi dalla stessa.

Dieci anni e ancora non si può passare al secondo grado, ancora impianti sotto sequestro, ancora imputati considerati condannati dall’opinione pubblica ma lontanissimi da una sentenza definitiva, ancora la politica industriale del paese in mano ai tribunali.

La richiesta di restituzione presentata oggi dai Commissari è però anche un rischio dal punto di vista del procedimento penale: già qualche anno fa, con iter analogo, una istanza di dissequestro su Afo2, rigettata dal gip su perizia del custode Valenzano, innescò l’ordinanza di spegnimento della Procura poi annullata in appello. Fu proprio questo evento a scatenare la reazione di ArcelorMittal, che da poco aveva acquisito lo stabilimento, ad abbandonare Taranto e l’investimento in Italia (che ora sta facendo a Fos Sur Mer con grande accoglienza del governo francese) lasciando che lo acquisisse lo stato, che da allora blatera di acciaio Green ma nel frattempo ha messo 3000 lavoratori in cassa integrazione straordinaria. Oggi quell’altoforno grazie alla realizzazione di alcune prescrizioni di automazione uniche al mondo è l’afo più sicuro sulla faccia della terra. Ma a turno politica e magistratura, scambiandosi i ruoli nel gioco dell’industriale, vogliono e possono ancora spegnerlo.

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