Boom

Una domenica che sembra uguale alle altre, ma che non lo sarà affatto

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Andrea Polo

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È una domenica mattina come le altre, forse persino più bella; è la prima dalla fine della scuola.

Marco ha l'esame per il passaggio di cintura a karate e alle 9 deve già essere in palestra. Solitamente sono io ad accompagnarlo, ma questa volta decide di farlo mia moglie. Io resto a casa con Giovanni e ci prendiamo tutto il tempo necessario per fare colazione leggendo un libro, come piace a noi. Il mio posto a tavola è quello che dà le spalle alla finestra, mi arriva più luce e i miei occhi nati miopi si sforzano meno. Il mio piccolino sta alla mia sinistra e anche a lui piace stare vicino alla finestra.

Mentre siamo immersi nelle vicissitudini di Geronimo Stilton il mio cellulare, poggiato altrove, vibra. È arrivato un messaggio, forse Barbara e Marco hanno dimenticato qualcosa; mi alzo, non sono loro, rispondo e torno al tavolo. Non mi siedo al mio posto, ma in quello al lato opposto, il più lontano dalla finestra; Giovanni non riesce a vedere le figure del libro e allora lo avvicino a me. Ripendiamo a leggere, passa un minuto, forse due.

BOOM. Il rumore più atroce che abbia mai sentito, gli allarmi di tutta la via cominciano a suonare, la finestra davanti alla quale ero seduto si spalanca violentemente, se fossi rimasto al mio posto mi avrebbe preso in pieno sulla tempia, invece si ferma a qualche centimetro dall'occhio di Giovanni, solo perché la maniglia sbatte su un mobile.

Quel mobile, che non faceva aprire bene l'anta, io lo volevo togliere. Quel mobile, che ha salvato mio figlio, non lo toglierò mai più. Urla, grida, confusione. Volano i cassoni delle finestre, Giovanni si porta le mani alle orecchie e urla anche lui, ma urla verso di me: Papà, papà, papà. Mi affaccio, vedo le macerie, capisco qualcosa. Prendo in braccio Giovanni, afferro i primi vestiti che trovo in camera sua, la divisa di scuola che aveva il giorno prima, gliela metto sul pigiama.

Faccio lo stesso per me. Metto le scarpe a lui e a me, il mio compagno di stanza dell'università, nato in zona sismica, mi ha insegnato che sulle macerie non si deve mai camminare a piedi scalzi. Papà, perché andiamo via? Dobbiamo scappare? 

Faccio in fretta, ma con quanta più calma possa. Adesso andiamo giù in pasticceria da zio Gianni topo, magari ci fermiamo un pochino da lui. Continuo a tenerlo in braccio e a sorridergli, non lo lascerò cascasse il mondo. Piccoli gesti per rassicurarlo; prendo il telefono, lui sa che lo porto sempre con me, chiudo la porta di casa, lui sa che non si esce mai con la porta aperta. Scendiamo per le scale, zio Gianni, il nostro amico pasticcere e sua figlia Fabiana erano nel loro negozio davanti a casa; hanno visto, corrono verso casa nostra, ci cercano.

Ci trovano. Per fortuna.

Un occhio alla scala accanto a quella dove viviamo noi, quella dove hanno casa i miei suoceri, quella dove il lunedì prima dormivano i miei figli. E' crollata, tutta. Per fortuna nessuno di loro era li. Come avevo detto a Giovanni andiamo in pasticceria, Gianni e Fabiana ci portano nel retro, coccoliamo tutti Giovanni, arrivano le fragole, la Tv, i pasticcini. Lui in qualche modo si rasserena. Devo avvertire mia moglie, i telefoni non funzionano, esco in strada, provo ad avvicinarmi al palazzo, la polizia sta già bloccando gli accessi.

Non la vedo, riprovo a chiamarla, riesco, lei era già salita su a cercarci, ha sentito l'esplosione, ha visto, ha temuto. Ora ci abbracciamo, per fortuna. Passano minuti, ore. Arrivano i curiosi, la stampa, gli amici, i parenti. Nessuno ci conosce, tutti ci vogliono aiutare.

Qualcuno offre un caffè, qualcun altro una casa in cui ripararsi, altri coperte, persino le scarpe che hanno ai piedi. Poi ci sono gli altri, quelli che fingono eroismi che mai hanno compiuto, e nemmeno mai avrebbero il coraggio di compiere. Non mi interessano. Giovanni è vivo, nel retro della pasticceria, io sono vivo; noi quattro stiamo tutti bene.

Penso a Marco, bisogna avvertirlo, deve vederci, non deve sentire mezze parole e spaventarsi. Usciamo dal retro del negozio per non fare vedere a Giovanni quello che c'è nel cortile di quel palazzo, che è il nostro palazzo, anche se ancora non riusciamo a crederci. Arrivano le prime notizie, ci sono feriti; ci sono dei morti; sono morti i due ragazzi della scala D, è morta Micaela, con la quale abbiamo riso tante volte, le sue bambine sono all'ospedale, il marito anche. Noi andiamo alla palestra dove si sta allenando Marco.

C'è già chi borbotta del fatto, chi comincia a fare le sue ricostruzioni da novello Poirot, e che si prende un biglietto di sola andata per quel paese. Stai parlando di casa mia, abbi rispetto. Entriamo, Marco ci vede, per lui è tutto normale, sapeva che saremmo dovuti andare a prenderlo.

Prima che lo facciano altri gli diciamo noi quello che è successo, con le parole che possono essere capite da un bambino di 10 anni. Normalità, quello che serve ai nostri figli è la normalità. Alcuni amici ci danno dei vestiti, io e Giovanni siamo in pigiama, Marco ha solo il kimono. Andiamo a casa loro, respiriamo un po' di sorrisi, di normalità. Marco e Giovanni sono persino contenti di quella gita inattesa a casa dei loro amichetti.

Altri amici vengono a portarli al parco dopo pranzo, mentre io e mia moglie torniamo davanti a casa. Diamo i nostri nomi alla polizia e alla protezione civile. Forse stanotte dovremo dormire in un albergo. O forse no.

Passano ore, che questa volta a noi sembrano anni, secoli. I Vigili del Fuoco ci chiamano; è arrivato il turno dell'ispezione della nostra casa. Saliamo con loro; mia moglie vede da dove siamo scappati io e Giovanni poche ore prima. E piange, di felicità. Siamo salvi. La casa è agibile, possiamo rientrare, anche se non abbiamo le utenze. Lo sai? Io non ho più la mia cameretta, è distrutta. Così diceva Giovanni a tutti quelli che incontrava domenica. Dobbiamo dimostrargli che non è così. Come possiamo spazziamo via, a mani nude o con una scopa.

La sua cameretta deve essere perfetta, come lui l'ha lasciata. Ci riusciamo, gli mandiamo le foto: Vedi topo? La tua cameretta è a posto. Arriva la corrente elettrica, tiriamo un sospiro di sollievo.

Possiamo dormire in casa nostra. I bambini devono avere normalità, e noi la domenica sera spesso ceniamo con la pizza. Vanno loro a prenderla, assieme alla mamma. Ceniamo, non abbiamo acqua corrente, la protezione ce ne ha dato diversi litri in bottiglia, ma non sappiamo quando scorrerà nuovamente dai tubi del nostro bagno, quindi non dobbiamo sprecarla e per oggi la doccia prima di andare a letto è condonata.

I pargoli gioiscono, e noi godiamo dei loro urletti di felicità per lo scampato pericolo igienico, dimenticando per un attimo quello più grande, scampato anche esso. Un rumore, un altro, ma questa volta diverso; nei tubi sta tornando l'acqua, i bambini si accigliano, capiscono che la doccia è inevitabile anche oggi. Poi vanno a letto, nel loro letto.

Noi ci laviamo i denti, col nostro spazzolino, nel nostro bagno, con i nostri figli che dormono nei loro letti e ringraziando il cielo di poterlo raccontare. 

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