Home » Lifestyle » Salute » Obesità invisibile: solo un paziente su sei viene davvero controllato (e pesato) dal medico di base

Obesità invisibile: solo un paziente su sei viene davvero controllato (e pesato) dal medico di base

Obesità invisibile: solo un paziente su sei viene davvero controllato (e pesato) dal medico di base

Al congresso europeo ECO di Istanbul emergono dati sorprendenti: in Italia il BMI (indice di massa corporea) compare solo nel 17% delle cartelle cliniche. E senza misurazioni regolari la malattia resta nascosta.

L’ago della bilancia, spesso, non entra neppure nella visita. E il metro per misurare l’altezza è diventato quasi un reperto dimenticato negli ambulatori. Eppure sono proprio quei due numeri apparentemente banali, peso e statura, a rappresentare il primo passo per identificare una delle grandi emergenze sanitarie del nostro tempo: l’obesità.

Dal congresso europeo sull’obesità, l’European Congress on Obesity in corso a Istanbul, arriva un richiamo diretto alla medicina territoriale: i medici di famiglia devono tornare a misurare sistematicamente i pazienti. Perché senza dati elementari come peso e altezza, anche il calcolo del Body Mass Index (Bmi) diventa impossibile, e milioni di persone rischiano di convivere con una malattia cronica senza saperlo. Lo dimostrano, al congresso europeo sull’obesità European Congress on Obesity in corso a Istanbul, sia uno studio tedesco appena pubblicato sulla rivista Diabetes, Obesity and Metabolism sia la ricerca italiana Itros. Quest’ultima, condotta su un database di oltre 1,8 milioni di pazienti seguiti dai medici di medicina generale, mostra che peso e altezza risultano correttamente registrati solo nel 17% delle cartelle cliniche.

Obesità, perché peso e altezza sono ancora decisivi nella diagnosi

Per decenni il Bmi è stato considerato il parametro standard per classificare sovrappeso e obesità. Si ottiene dividendo il peso corporeo per il quadrato dell’altezza ed è ancora oggi lo strumento più utilizzato nei programmi di screening e nella pratica clinica quotidiana. In base ai criteri internazionali, un valore superiore a 25 indica sovrappeso, oltre 30 obesità. Negli ultimi anni, tuttavia, molti specialisti hanno sottolineato i limiti di questo indice. Il Bmi, infatti, non distingue tra massa grassa e massa muscolare, non considera la distribuzione del grasso corporeo e può risultare impreciso in alcune categorie di persone, dagli sportivi agli anziani. Diversi studi hanno mostrato come la semplice circonferenza addominale possa essere, in certi casi, un indicatore più affidabile del rischio cardiovascolare. Ma proprio mentre la comunità scientifica discute su strumenti più sofisticati, emerge un paradosso: spesso non vengono raccolti neppure i dati minimi indispensabili. Gli esperti riuniti al congresso europeo sostengono quindi una linea pragmatica. Prima ancora di introdurre metodiche avanzate, bisogna evitare che l’obesità resti una malattia “invisibile” già nella medicina di base. La questione è tutt’altro che marginale. L’obesità oggi viene considerata una patologia cronica recidivante, associata a un aumento del rischio di diabete di tipo 2malattie cardiovascolariapnea del sonnoinsufficienza renale, alcune forme tumorali e problemi osteoarticolari. In Italia, secondo gli ultimi dati dell’Italian Barometer Obesity Report 2025, quasi il 12% degli adulti vive con obesità e oltre un terzo della popolazione è in sovrappeso. Il fenomeno coinvolge sempre più anche l’età pediatrica. I numeri relativi ai bambini preoccupano gli specialisti perché indicano una tendenza in crescita soprattutto nelle aree socioeconomicamente più fragili del Paese.

Il paradosso del Bmi: tutti lo criticano, ma nessuno riesce ancora a sostituirlo

Nel dibattito scientifico internazionale cresce il fronte di chi considera il Body Mass Index (Bmi) uno strumento ormai superato per definire l’obesità. Ma secondo la Società italiana dell’obesità (SIO), eliminare questo parametro senza avere un’alternativa realmente praticabile rischierebbe di creare più problemi che benefici.

«Vogliamo mandare in pensione il BMI? Prima troviamo un’alternativa che non sia un ostacolo per i pazienti», dichiara Silvio Buscemi, presidente della SIO. «Oggi assistiamo a un paradosso pericoloso: da un lato la Lancet Commission propone criteri diagnostici basati sul danno d’organo che complicano e rallentano l’accesso ai trattamenti; dall’altro, i dati reali ci dicono che in Italia non riusciamo nemmeno a pesare e misurare i pazienti. Sposiamo una linea di pragmatismo: lo screening e la diagnosi devono restare semplici e immediati, oppure l’obesità continuerà a essere una malattia invisibile». Secondo la società scientifica, il Bmi continua a rappresentare uno strumento essenziale almeno nella fase iniziale di screening. «È vero che non si tratta di un parametro perfetto e che esistono falsi positivi e falsi negativi – continua Buscemi – ma resta un riferimento che medici e cittadini hanno imparato a utilizzare in quarant’anni di pratica clinica. Pensare oggi di sostituirlo con ecografie, risonanze o valutazioni approfondite del danno d’organo per ogni sospetto caso di obesità sarebbe difficilmente sostenibile, soprattutto sul piano organizzativo». Il rischio, avverte la SIO, è quello di spostare troppo avanti il momento della diagnosi. «Non possiamo aspettare che la malattia si manifesti attraverso le sue oltre 200 possibili complicanze prima di intervenire. Il BMI permette di individuare rapidamente le persone a rischio e avviare subito percorsi di prevenzione e trattamento».

A sostegno della necessità di mantenere criteri semplici, Buscemi cita i risultati dello studio ITROS, presentato al congresso europeo sull’obesità e condotto su un campione di circa 1,8 milioni di pazienti italiani. I dati mostrano che soltanto il 17% dei pazienti ha il valore del Bmi registrato nelle cartelle dei medici di medicina generale. Un dato che, secondo gli specialisti, fotografa tutte le difficoltà della medicina territoriale.

«Siamo ancora all’alba della misurazione di base e c’è chi vorrebbe già introdurre parametri da medicina d’élite – osserva Buscemi –. Se non riusciamo a ottenere un dato semplice come il BMI nell’83% dei casi, come possiamo pensare di rivoluzionare le linee guida con criteri ancora più complessi? Il rischio è trasformare l’obesità in una sorta di malattia fantasma per il sistema sanitario». Secondo la SIO, il problema non riguarda soltanto l’organizzazione degli ambulatori o il poco tempo disponibile durante le visite. Anche gli ostacoli burocratici e normativi starebbero rallentando la raccolta dei dati epidemiologici.

La società scientifica punta il dito soprattutto contro alcune interpretazioni della normativa sulla privacy che, a detta degli specialisti, limiterebbero la possibilità per i medici di famiglia di condividere dati anonimizzati a fini di ricerca. «È paradossale – conclude Buscemi – che i medici di base non possano conferire dati anonimi per studi scientifici a causa di vincoli burocratici. L’obesità, che interessa circa 6 milioni di italiani, richiede invece sistemi di monitoraggio continui ed efficienti. Senza misurazioni semplici e diffuse, e senza la possibilità di raccogliere dati epidemiologici affidabili, restiamo sostanzialmente al buio. È come voler ridurre i consumi elettrici di un Paese senza poter leggere i contatori. Per questo chiediamo alle istituzioni meno burocrazia e più misurazioni».

© Riproduzione Riservata