Mentre il negoziato tra Iran e Stati Uniti sembra essere ad un punto morto, con il cessate il fuoco che è stato definito da Donald Trump “in fin di vita”, Teheran continua nei suoi progetti di nazionalizzazione dello Stretto di Hormuz.
Iraq e Pakistan si accordano con Teheran
Secondo quanto riportato da Reuters, che cita cinque fonti informate sui fatti, Iraq e Pakistan avrebbero infatti siglato accordi bilaterali con Teheran per garantire il passaggio delle proprie petroliere e gasiere.
La veridicità di tale accordo, in ogni caso non reso pubblico, sembrerebbe essere confermata dal transito di due superpetroliere irachene attraverso Hormuz, avvenuto domenica, con ciascuna delle due navi che trasportava circa 2 milioni di barili di greggio.
Anche il mediatore pakistano, secondo le fonti del settore industriale pakistano sentite da Reuters, avrebbe raggiunto un accomodamento con l’Iran per il passaggio delle navi che trasportano energia a lui indirizzato.
Negli ultimi giorni, infatti, due navi cariche di GNL qatariota dirette verso il Pakistan hanno attraversato in sicurezza lo Stretto, offrendo documentazione dettagliata sulle navi, rotte designate e accettando la supervisione delle forze navali iraniane.
Teheran sembra quindi confermare la sua intenzione di trasformare lo Stretto da transito neutrale a “corridoio controllato”, dove i Paesi alleati o amici (come è il caso per Iraq e Pakistan) potranno transitare, gli avversari, invece, no.
I colloqui con l’Oman
Sebbene per il momento non risultino pagamenti effettuati da Pakistan e Iraq in relazione ai transiti, le dichiarazioni di numerosi funzionari e membri del governo iraniano sembrano indicare l’intenzione di istituire un sistema di pedaggi.
Non a caso, nella giornata di martedì una delegazione iraniana ha incontrato nella capitale dell’Oman, Muscat, la controparte omanita, con la quale ha tenuto una riunione tecnico-giuridica relativamente allo Stretto di Hormuz e alle “misure volte a garantire il passaggio sicuro delle navi e dei diritti sovrani di entrambe le nazioni su tale via navigabile”, come riportato dai media iraniani.
Secondo l’iraniana Press TV, nel corso dei colloqui “entrambe le parti hanno ribadito i propri diritti sovrani e la propria giurisdizione sullo stretto, sottolineando che esso fa parte delle acque territoriali di entrambi i paesi”.
Teheran vuole insomma rivestire di legalità quella che sarebbe una nazionalizzazione dello Stretto, cooptando a sé anche l’Oman, e cui acque territoriali, assieme a quelle iraniane, coprono l’intero corridoio acquatico.
Sebbene lo Stretto sia effettivamente diviso a metà tra acque territoriali iraniane e omanite, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare impone il principio del “passaggio di transito”.
Questo significa che né l’Iran né l’Oman possono legalmente bloccare, sospendere o ostacolare il transito continuo e rapido delle navi commerciali o militari straniere, a patto che queste non rappresentino una minaccia diretta alla sicurezza degli Stati costieri, cosa applicabile alle sole navi militari. Teheran, tuttavia, non ha mai ratificato tale Convenzione.
La risposta occidentale
Gli Stati Uniti, tuttavia, non possono certo permettere che il principio della “libertà di navigazione” venga messo così da parte.
Il Presidente Trump ha già fatto sapere nei giorni scorsi di star valutando il rilancio dell’Operazione “Project Freedom“, poi sospesa, che tuttavia potrebbe essere una componente di un’”operazione militare più ampia” per riaprire il passaggio alle navi commerciali, il che vorrebbe dire una nuova fase della guerra attiva.
Gli alleati europei, tra cui Germania, Regno Unito e Italia, si sono detti favorevoli a inviare mezzi per riaprire lo Stretto, ma solo a guerra finita.
Londra ha già predisposto l’invio del cacciatorpediniere HMS Dragon, ma il suo dispiegamento operativo per scortare i mercantili è per l’appunto subordinato al “raggiungimento di un cessate il fuoco definitivo”.
Sulla stessa linea, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito oggi che “Hormuz deve tornare a essere uno Stretto internazionale libero e aperto”, confermando inoltre che l’invio di cacciamine avverrà solamente ad ostilità terminata e previa autorizzazione del Parlamento.
L’Europa, insomma, preferisce coordinare una missione difensiva internazionale piuttosto che forzare la mano all’Iran durante il conflitto.
