Ilaria Capua presenta il suo libro
Scienza

Ilaria Capua: "penso all'Italia e piango"

Accusata di traffico internazionale di virus, ha rischiato l’ergastolo. Prosciolta, è tornata a fare ricerca in Florida. Panorama l'ha incontrata

Ilaria Capua, già responsabile del Dipartimento di scienze biomediche comparate dell’Istituto zooprofilattico sperimentale (Izs) delle Venezie, viene eletta deputato nel 2013 nelle liste di Scelta Civica. In aprile 2014 l’Espresso rende noto che è indagata per traffico internazionale di virus.

Secondo l’inchiesta dei carabinieri del Nas e della procura di Roma, c’è un business delle epidemie che segue una cinica strategia commerciale: amplifica i rischi per l’uomo, spingendo le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d’urgenza che si trasformano in un affare da centinaia di milioni di euro per le industrie. Il 5 luglio 2016 il giudice per l’udienza preliminare di Verona (dove è stata trasferita l’inchiesta), ordina il "non luogo a procedere" e il pieno proscioglimento perché il fatto non sussiste.

Il 28 settembre la Camera accetta le sue dimissioni dalla carica di deputato. Lascia l’Italia e torna alla sua attività di scienziata, ma negli Usa. Quasi un anno dopo Panorama è andato a trovarla, per la prima puntata di una serie di articoli in cui racconteremo gli sviluppi di storie dimenticate che hanno occupato le prime pagine dei giornali.

Gainesville è una visione arcadica di palme e villette nel cuore lussureggiante della Florida. Gainesville è una visione arcadica di palme e villette nel cuore lussureggiante della Florida. Non ha l'energia caotica di Miami o la forza attrattiva di Orlando, ma è trainata dal motore gentile della University of Florida, polo universitario in rapida espansione che è la spina dorsale di una città che pare uscita da una descrizione del locus amoenus dei poeti dell'antichità.

Da queste parti si vive sospesi per la maggior parte dell'anno in una tarda primavera, interrotta soltanto dall'arrivo dell'estate, con il suo proverbiale caldo umido e gli scrosci tropicali che scandiscono le giornate. È qui che Ilaria Capua ha deciso di passare il suo "esilio volontario" dall'Italia dopo un surreale calvario giudiziario di oltre due anni che si è concluso con il proscioglimento pieno da accuse enormi, fra cui la più spaventosa era quella di procurata epidemia.

L'ergastolo è la pena prevista. La virologa ed ex parlamentare di Scelta Civica era in Florida da poche settimane per il suo nuovo incarico quando, il 5 luglio del 2016, è arrivata la sentenza che ha messo fine a una vicenda orwelliana che è anche una tragica immagine dell'ordinaria ingiustizia italiana.

La giudice per le udienze preliminari di Verona Laura Donati non ha detto che le accuse di aver propagato epidemie e di aver lucrato su un presunto traffico di ceppi virali erano state ingigantite; non ha scritto che l'accusa ha un po' forzato la mano; non ha decretato che si è trattato di un colossale fraintendimento basato su qualche prova effettivamente verificata.

No: ha detto che è stato tutto inventato, che nella caccia internazionale alla trafficante di virus "manca prima di tutto l'evento", ha parlato di inquirenti che hanno "stravolto" gli esiti di una precedente inchiesta archiviata "per costruire accuse del tutto prive di fondamento", di intercettazioni telefoniche "non contestualizzate e prive di riscontri", eppure tagliate e incollate a piacere, e poi passate alla stampa corriva.

È stata una copertina dell'Espresso, uscita oltre due mesi prima che lei ricevesse l'avviso della fine delle indagini, a lanciare la bufala del traffico internazionale di virus ordito dalla scienziata che aveva diretto un dipartimento dell'Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie di Legnaro, provincia di Padova.

Ma i giornalisti imbeccati dai magistrati avevano preso colossali cantonate.

Un complotto ordito dai suoi avversari nell'accademia o in politica? Un caso di character assassination? Sarebbe paradossalmente un sollievo se fosse davvero così.

"Se tutto ciò è avvenuto per caso" dice Capua "allora è davvero preoccupante, perché significa che domani uno può accusarti, che so, di aver commesso abusi su un bambino in Grecia e magari in Grecia tu non ci sei nemmeno mai stato. Mi hanno accusato di aver diffuso un'epidemia che in Italia e in Europa non c'è stata".

Nel libro Io, trafficante di virus, una cronaca in presa diretta dell'ordalia giudiziaria e umana, Capua racconta nel dettaglio tutti gli impressionati sotterfugi messi in atto per sostenere l'impianto accusatorio, fra cui spunta anche un'inchiesta civetta aperta molto prima della grande buriana al solo scopo di giustificare la raccolta di intercettazioni a strascico.

Per liberarsi da tutto questo bisognava tagliare i ponti e venire qui, a Gainesville, e rimettere insieme i pezzi di una vita improvvisamente finita in frantumi.

Le avessero offerto un posto in Canada avrebbe detto "anche no", fa troppo freddo, ma la Florida poteva essere il posto giusto in cui ripartire.

"Guardati intorno", dice, allargando le braccia in mezzo a prati verdissimi perfettamente curati. Quando è cominciato il processo di selezione per dirigere il One health center of excellence il presidente della commissione per il reclutamento ha dovuto spiegare ai vertici dell'università dell'inchiesta che ancora le pendeva sulla testa. Rischiava il carcere a vita.

Ma volevano reclutare Ilaria nel programma di acquisizione di alte professionalità per l'università, fatta un po' con lo spirito della campagna acquisti delle squadre di calcio. A loro è bastata qualche verifica online per capire che era una grande montatura, gli inquirenti avevano addirittura sbagliato il nome del virus che era al centro di tutta la questione.

Davanti a una limonata sugar free nei tavolini di un bar del campus, l'ex deputata racconta che qui si sta disintossicando. La questione giudiziaria è chiusa, ma per rimarginare le ferite umane ci vuole tempo, pazienza, distacco.

"Devo ritrovare la serenità, l'equilibrio, e questo è il posto ideale. Una delle cose di cui sono preoccupata è che mi ammali, perché dopo una cosa del genere, si sa, può succedere. Tutta questa rabbia, questo malessere, questa vergogna me la sono dovuta tenere dentro, per anni ho dovuto comprimere quest'aria mefitica, e non è facile liberarsene. Non sono guarita dalla sofferenza che ho provato, è come se fossi stata violentata. Hanno fatto di tutto per abbattermi, anche tirare fuori conversazioni intercettate con mio padre, che era morto meno di un anno prima, ma perché? Che bisogno c'era?".

Contrariamente a quanto si crede in alcune procure, le persone non sono fascicoli. Non basta chiudere un faldone per riportare la situazione allo stato di partenza. Ci sono le vite.

Così, a oltre a un anno dal proscioglimento, i segni del tormento non sono passati, ed è inevitabile che quest'ombra che non se ne va abbia investito la famiglia, gli affetti.

La figlia Mia aveva dieci anni quando è scoppiato il caso; il marito, Richard, è scozzese e nonostante i tanti anni passati in Italia c'è qualcosa in lui che rifiuta l'idea di spiegare con gli strumenti della ragione i meccanismi imperscrutabili del potere giudiziario italiano.

La ferita più profonda per lei è quella dell'indifferenza. I giornali hanno scritto dell'assoluzione, certo, ma le istituzioni hanno opposto un muro di silenzio che sfiora la complicità.

"Della mia storia si sapeva ma nessuno né alla Camera né in ambito scientifico ha detto nulla, mi sono allontanata senza che alcuno abbia posto resistenza. Mi hanno lasciata andare. Ho avuto sostegno da molte persone con cui ho rapporti, ma solo a livello personale, a livello istituzionale nulla di nulla. Ancora adesso nessuno mi ha chiesto scusa".

Il ministro della Sanità non ha detto niente, quello dell'Istruzione non ha fiatato, quello dell'Agricoltura nemmeno.

Giancarlo Capaldo, il procuratore aggiunto di Roma che ha condotto le indagini, è sotto procedimento disciplinare del Csm, ma l'organo che regola la magistratura non ha detto una parola sul caso.

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"Adesso ho bisogno di ristabilire un rapporto equilibrato con l'Italia, perché mi sento espulsa, e quando sono tornata le ultime volte mi sono sentita un po' soffocare. Da un lato devo esorcizzare, ed è necessario per lasciarsi alle spalle tutto quello che è successo, dall'altro vorrei che questo avvenisse in tempi più rapidi, mentre invece questo malessere per ora non se ne va", spiega Capua, una donna che in un mondo normale sarebbe la testimonial globale di una nazione fatta di talento e competenze, mentre nel modo reale è stata trascinata nel disdoro, linciata sui giornali e infine costretta alla fuga dal Paese che ama.

Avrebbe potuto rimanere in parlamento oppure tornare all'istituto di Legnaro, e invece ha deciso di dimettersi da parlamentare - gesto rarissimo - e di mettere un oceano fra lei e la nazione che aveva servito con fedeltà, fino a rispondere alla chiamata di Mario Monti per puro spirito di servizio.

Nonostante tutto quello che ha passato, quando parla dell'Italia qualcosa le si accende negli occhi.

Il suo libro si chiude con queste parole: "Torno al mio posto, a fare quello che so fare meglio, all'estero, ma sempre con lo sguardo rivolto verso l'Italia".

Il tormentato legame con il nostro Paese si vede anche più tardi, davanti a un piatto di spaghetti. La scienziata ha invitato a cena alcuni colleghi italiani, membri di quella vasta comunità di accademici espatriati che in Italia si barcamenava fra assegni di ricerca e pantofole da baciare e qui può fare il proprio mestiere con risorse e mezzi adeguati.

La domanda "Vorrebbe tornare in Italia?" viene accolta con un sorriso: "In vacanza? Certamente". Ma rimane sempre un alone di nostalgia, un'amarezza per quello che potrebbe essere e invece non è. La storia di Ilaria Capua ne è una dolente testimonianza.

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