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Università online, dove va la formazione del futuro

Formazione on-line e università, Piana: «Si va verso la formazione “a vita”»

Tra scenari futuristici e tradizioni insostituibili, mentre si avvicina la ripresa dell’attività accademica, irrompe il dibattito tra formazione in presenza e da remoto, e gli esperti si interrogano sul valore da assegnare alla formazione universitaria.

Sei su dieci. Questo è la proporzione fra il numero delle persone che sono già sul mercato del lavoro e quelle che necessiteranno nei prossimi cinque anni di una riqualificazione e di acquisire nuove competenze, secondo il Jobs of the Future Report pubblicato nel 2023 World Economic Forum.

Per Daniela Piana, sociologa del diritto e politologa a Bologna, «le competenze non sono mai state così importanti, soprattutto quelle che servono per programmare passo passo il proprio percorso di formazione continua per tutta la vita».

Una società che vede la aspettativa di vita aumentare, il ciclo di vita dei saperi diventerà uno dei temi di cui ciascun cittadino e ciascuna cittadina dovrà occuparsi. Quali competenze? Non solo quelle che vengono trasmesse, ad esempio, imparando ad alto livello di specializzazione una disciplina, ma anche le competenze che permettono di integrare diverse competenze o diverse conoscenze che sono derivate da discipline diverse. Mettere insieme, integrare, fare funzionare bene insieme sarà una competenza. Sapere fare sin-ergia sarà importantissimo.

Panorama.it ha chiesto a Daniela Piana di disegnare il futuro della formazione accademica italiana anche alla luce del boom delle università telematiche come nuovo centro del sapere universitario.

I dati del World Economic Forum parlano chiaro…

«In Italia le persone adulte che sono nelle condizioni di combinare opportunamente lavoro e crescita professionale attraverso la riqualificazione delle proprie competenze e, dunque, la formazione, sono circa la metà della media OCSE. Non è una perdita che si misura con un 1/2. In realtà è una perdita moltiplicata per il numero di persone sulle quali chi è già nel mondo del lavoro, magari ad uno stadio avanzato della propria vita, potrebbe trasmettere sapere pratico riqualificando la propria competenza per operare in organizzazioni che sono sempre più iper-connesse, digitali, funzionalmente differenziate, integrate orizzontalmente e plurali dal punto di vista culturale e linguistico».

Le università giocheranno un ruolo sempre più importante…

«Direi il ruolo di accompagnare, rispondere e inventare modalità che integrano la formazione c.d. “on line” con quella tradizionale, ovvero “in presenza”, e poi strumenti di valutazione dell’apprendimento nuovi e forme di mentorship che siano capaci di valorizzare l’effetto continuità fra ciò che gli adulti già sanno e ciò che si necessita sappiano per al meglio contribuire secondo le loro inclinazioni e le loro motivazioni alla società che si trasforma».

Il tema della formazione universitaria è diventato stringente proprio adesso…

«Non solo perché parlare della formazione lungo tutta la vita -lifelong learning- significa mettere al centro le persone lungo tutto il loro ciclo di vita, ma anche perché, nello specifico ambito della formazione continua ed in particolare quella professionale, -quello che a livello internazionale si connette con il VET (Vocational Educational and Training, nda)- significa pensare già oggi al ruolo che le università devono avere in una società che si sta trasformando rapidamente mettendo sotto pressione i saperi tradizionali. Insomma: si discute delle università che vogliamo per il futuro».

Siamo tornati all’epoca d’oro delle università?

«Le università che si preparano ad accompagnare le generazioni adulte nel mondo del lavoro possono giocare la carta della combinazione di medium e metodi e quella della modularità delle pedagogie. Non avrebbe -non lo ha mai- alcun senso utilizzare il metodo formativo che si utilizza nella interazione di persona quando si opera su piattaforma, cosa che per permettere ad adulti, impegnati nel mondo del lavoro, di accedere alla opportunità di quello che viene chiamato Upskilling, innalzare le proprie competenze, magari imparando saperi nuovi e diversi rispetto a quello dominante e principale che ha dato inizialmente origine al loro ruolo».

Ecco spiegato il successo degli Atenei on-line, allora…

«Secondo i dati ufficiali abbiamo, in Italia, 97 università riconosciute legalmente di cui 67 Statali, 19 non Statali e 11 non Statali telematiche. Queste ultime sono apparse all’orizzonte nei primi anni del Duemila, ma il dibattito è esploso a valle dell’esperienza della remotizzazione delle lezioni avvenuta nel 2020 e nel 2021 (all’epoca della pandemia, per intenderci…) esperienza che ha creato una sorta di esperimento inedito ed ha testato quanto potenziale vi sia nella erogazione di lezioni attraverso le piattaforme telematiche».

All’estero la materia era già in stato avanzato…

«Il potenziale formativo accademico era già largamente esplorato da esperienze internazionali esistenti ma che si erano cimentate con i numeri alti dei MOOC , ovvero i Massive Open Online Courses, gli strumenti di didattica online accessibili a chiunque in maniera libera e gratuita».

Entriamo nello specifico…

«Mi riferisco all’E-learning di carattere professionale proposto proprio dalle università telematiche, che avevano cercato non solo in Italia di rispondere ai bisogni di flessibilità delle ore di erogazione dell’insegnamento, a quelli dell’auto-gestione del discente, e sovente della modularizzazione dei percorsi di formazione».

Online o in presenza, allora?

«Penso che porre la domanda in questi termini sia semplicemente fuorviante. La vera domanda è quali siano i medium più efficaci per raggiungere gli obiettivi dello sviluppo culturale e della crescita professionale nella società di oggi che ancora incerta incede sul crinale del passaggio da un paradigma ormai passato verso un nuovo paradigma che resta da immaginare e da costruire. La risposta a questa domanda è che ogni università dovrebbe potersi dotare di un ventaglio di modalità formative che saranno combinate a seconda delle discipline ma soprattutto del risultato di apprendimento che ogni attività interne perseguire».

Dunque combinazione più che scelta radicale?

«Credo sia la strada maestra! La combinazione di lezioni frontali a tutorial, simulazioni, giochi di ruolo, laboratori e lavori di gruppi possa al meglio valorizzare il potenziale dell’online senza però perdere il valore aggiunto insostituibile dell’apprendimento tradizionale che si crea nella interazione fra docente e discente. Questo soprattutto con il proseguire della crescita e quindi con l’aumento delle esperienze che i discenti acquisiscono anche al di fuori delle università e che hanno un grande valore aggiunto quando diventano essi stessi co-partecipi con le attività di insegnamento».

Le società di domani assisteranno ad un innalzamento dell’età media e delle aspettative di vita.

«Persone con profilo di seniority per la loro funzione e che potrebbero acquisire competenze nuove in settori nuovi saranno sempre più frequenti. Flessibilità di tempo integrazione lavoro formazione per la crescita professionale non dovranno essere solo capaci di incontrare l’offerta delle università, ma anche divenire un gioco a somma positiva fra mondo del lavoro pubblico e privato e mondo della formazione. Anche con l’adozione di metodologie che sfruttano appieno la tecnologia digitale per svolgere trasferimento di know how e al contempo acquisizione di nuove skills per un mondo che cambia rapidamente».

Il futuro immaginato è già qui…

«Strumenti come app, piattaforme con portfolio personalizzato di percorsi formativi seguiti per costruire lifelong una crescita che sia rispondente a ambizioni e a domande del mercato che non sappiamo prevedere adesso saranno asset. C’è un concetto che spiega tutto: lifelong learning ovvero imparare nel corso di tutta la vita. Anche nelle sedi dove l’incontro fra generazioni avviene in modo fisiologico, come le famiglie, ma anche le istituzioni sociali culturali sportive dove i nostri giovani dedicano un impegno che è un valore».

Ha toccato il tema della formazione come funzione della società democratica.

«Già oggi ci troviamo innanzi a scambi e trasferimenti di competenze fra generazioni molto lontane fra di loro, e ciò significa non perdere memoria storica di know how professionale spesso ad alto tasso di specializzazione e incoraggiare i giovani anche al di là dei formalismi dottrinali che spesso per generazioni abituate ad input in formati molto brevi e molto paratattici -l’uno vicino all’altro, come si fa quando si naviga con il touch- sarebbe un leverage di crescita».

Abbandoniamoci a visioni futuristiche, allora.

«Il domani arriverà ed avrà gli occhi dei nostri giovani. Partire dai loro bisogni anche di quelli dei più piccoli significa prendere la grande immaginazione che si portano dentro i bambini per osare non il velleitario -i bambini sognano ma sono immediati e pratici- quanto per osare il possibile. In fondo si tratta della rotta tracciata dalla c.d. Trasforming by education dell’Unesco. Modulare, tecnologica ma progettata con una centratura sull’umano bisogno di esplorare i propri talenti, lifelong e integrata per parte di teoria e parte di esperienza avanzata settoriale».

Ma questa Università è universitas…

«Certo, capace di andare oltre le barriere, quelle di territorio, quelle di situazione sociale ed economica, quelle che i cicli e gli alias della vita possono creare. Una universitas equa e illuminante, ovviamente…».

Daniela Piana è ordinaria di scienza politica presso l’Università di Bologna e componente del Comitato di indirizzo scientifico dell’Ufficio studi del Consiglio di Stato e dell’Advisory Committe on Justice dell’Ocse. Dirige la sezione di ricerca Rule of Law and Digital Citizenship della Luiss di Roma e si occupa di qualità di giustizia a livello internazionale con prospettiva comparata, conducendo ricerche interdisciplinari sia sulla organizzazione degli uffici giudiziari, sia sulla professionalità degli operatori e degli attori della giurisdizione. Coordina la rete Unesco Governance and Citizenship in the Digital Age ed ha fatto parte della Commissione Luciani per la riforma dell’ordinamento giudiziario: studi approfonditi sul Csm e il recente Uguale per tutti? La giustizia e il cittadino in Italia (Il Mulino, Bologna), ne fanno un’attenta studiosa dei rapporti tra giustizia e cittadini.

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