Enrico Letta
(Ansa)
Enrico Letta
Politica

Il Pd di Letta riparte dallo «Ius Soli»

Il neo segretario riutilizza vecchi slogan (mai realizzati) per ricucire un partito ed una sinistra in evidente difficoltà interna e debole davanti al M5S

Il discorso dell'ormai neo segretario del Pd, Enrico Letta, con cui ha tracciato le (sue) linee guida della nuova sinistra è composto da diverse proposte ma con in sottofondo una debolezza generale molto evidente.

Perché quando Letta dice che «solo in coalizione si vince e si governa» ammette già che il Pd ormai non ha più la forza di proposte e di voti per vincere le prossime elezioni politiche e guidare il paese. Non solo ammette poi che «bisogna costruire un nuovo centrosinistra (ma quanti anni sono che si ripete questa frase? Almeno una decina…) dialogando con Speranza, Bonino, Calenda, Renzi, Bonelli, Fratoianni per poi andare all'incontro con il Movimento 5 Stelle…».

Un'iniziativa a dir poco impossibile per Letta per cui già sarà difficile tenere buone e compatte le correnti interne al Pd, figuriamoci poi riuscire a parlare con 6 leader di 6 movimenti nati proprio dentro la sinistra e che non hanno nulla ma proprio nulla in comune se non il «piuttosto che far vincere la destra» buono fino al momento del voto ma inutile dal momento dello spoglio in poi.

E se non bastasse ecco il saluto «affettuoso» a Giuseppe Conte che se non è un inchino, poco ci manca a dimostrazione che se i sondaggi restano quelli di questi giorni, cioè con i grillini avanti al Pd, il Nazareno partirà da una posizione di debolezza nell'alleanza.

Per il resto il solito mix di banalità e cose già sentite: si comincia infatti con lo Ius Soli, slogan che tanto piace al mondo dell'accoglienza (anche se il Pd dovrebbe spiegare come mai durante il Conte-Bis questa proposta non è mai stata all'ordine del giorno se era una cosa così importante), per proseguire con la scuola («gli insegnanti devono tornare a credere che il loro sia il lavoro più bello del mondo»), si aggiunge una spruzzata di ambiente, un accenno alle donne ed al lavoro, ed un tocco di anti-politica sul trasformismo, senza però spiegare come limitare o impedire i passaggi da un partito all'altro.

Insomma, la sensazione è che il Pd si sia giocato la sua ultima carta a disposizione, un nome lontano, generalmente ben voluto (soprattutto a livello europeo), pacato nei toni e nei modi. Una sorta di Draghi del Pd che però, rispetto all'attuale premier, non sembra avere forza per non dire potere. Perché la sinistra così spezzettata, frammentata, divisa in 8 movimenti diversi non è mai stata così debole.

Sarebbero servite parole più decise, soprattutto più coraggio da parte del neo segretario la cui unica missione (impossibile) alla fine non è pensare alla nuova proposta per il Paese ma cercare di salvare quel che resta del fu Partito Comunista.

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