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(Ansa)
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Politica

La passerella infelice di Conte con Haftar che ci costerà caro

Per liberare i pescatori sequestrati il generale ha preteso la presenza del premier e del nostro ministro degli Esteri per accreditarsi a livello internazionale. E noi abbiamo ceduto

Uno sgambetto istituzionale, una atto irrituale, una passerella infelice. E una strategia controproducente da parte della presidenza del Consiglio sul dossier Libia. Ecco come leggere la visita di Giuseppe Conte a Bengasi, in occasione della liberazione dei pescatori tenuti in ostaggio da oltre cento giorni da parte del cosiddetto «uomo forte della Cirenaica», generale Khalifa Haftar.

In difficoltà da settimane, il premier italiano deve aver pensato che quella fosse un'occasione da non perdere per uscire dall'angolo e portare a casa qualche risultato agli occhi degli italiani. Ma, come prevedibile, la sortita ha avuto l'effetto opposto, creando altri malumori nell'intero arco parlamentare, peraltro in una fase così delicata per la politica italiana.

Quella visita inopportuna, inoltre, ha oscurato e inficiato il vero risultato ottenuto: quello cioè di aver riportato a casa sani e salvi dei nostri concittadini. Ma a quale prezzo? Quello di screditata l'immagine dell'Italia agli occhi del mondo. Vediamo perché.

Pur non conoscendo i dettagli della trattativa (sono coperti dal segreto di Stato), si possono sin d'ora enucleare tre ipotesi, per provare a spiegare la dinamica della liberazione degli ostaggi.

La prima: abbiamo pagato un riscatto alla Cirenaica, e Conte insieme al ministro degli Esteri Di Maio hanno presenziato a garanzia dello scambio. Ci auguriamo che questa ipotesi sia inverosimile, anche perché non ci sarebbe stata alcuna necessità di attraversare il Mediterraneo da parte dei vertici della diplomazia italiana.

Seconda: il generale Haftar si è reso disponibile al rilascio degli ostaggi, ma ha preteso da parte di Roma una legittimazione della sua persona attraverso un atto formale, come appunto la visita di un capo di governo a un altro «capo di stato». Quale peraltro Haftar non è (almeno non finché la guerra non sarà vinta, cosa che è lungi dall'avvenire).

E così Roma si è piegata al suo volere, dimostrando una debolezza negoziale senza pari e una sudditanza politica che in futuro potrebbe dar adito a tentativi di emulazione da parte di altri soggetti non meglio intenzionati: come a dire che, se io rapisco degli italiani, posso sperare in una visita e in un riconoscimento formale da parte del governo di Roma. Comunque la si voglia vedere, quella visita al vertice ha creato di per sé un precedente pericoloso.

Terza ipotesi: Conte e Di Maio non erano là per gli ostaggi, bensì per impegni istituzionali volti a intessere nuove e migliori relazioni con una delle parti in lotta nella guerra civile libica. Come atto di buona fede, a seguito dei negoziati Haftar avrebbe poi liberato gli ostaggi.

Questa è la versione forse più «romantica». E avrebbe persino tenuto, se la narrazione da parte di Palazzo Chigi avesse avuto un tono simile. Anche perché non ci sarebbe niente di strano nel tentativo di ricucire i rapporti con una controparte che, vuoi o non vuoi, gioca un ruolo importante in Libia e che, per dire, frequenta tranquillamente i salotti parigini così come quelli moscoviti.

Di tutte queste ipotesi, però, ce n'è un'altra, che ne assomma due o più: e attiene alla vanità. Come che sia andata, il premier e il suo rivale della Farnesina hanno còlto l'approssimarsi del Natale e valutato l'opportunità di concludere proprio adesso la trattativa, recandosi in Libia personalmente per fare un po' di pubblicità al sempre più traballante governo, ansioso di risultati che tardano ad arrivare.

Del resto, era già accaduto con la liberazione della cooperante Silvia Romano, rapita in Kenya, quando la triste passerella di Ciampino ci mostrò Conte e Di Maio che sgomitavano per intestarsi quel successo (allora fu pagato un riscatto, peraltro), salvo poi scoprire che la ragazza era apparsa vittima di una sorta di sindrome di Stoccolma. Cosa che, come adesso, si ritorse loro contro.

Il punto vero è, tuttavia, un altro, e cioè che i nostri rappresentanti non hanno valutato sufficientemente le conseguenze delle loro azioni. Come si fa a dimenticare, ad esempio, che il generale Haftar aveva fatto rapire quei pescatori e, pur di tenerli come arma di ricatto contro l'Italia, gli aveva infilato una dozzina di panetti di eroina nelle cassette del pesce, accusandoli di narcotraffico internazionale? Come si fa dunque a trattare con gente simile, disposta a tutto pur di ottenere soddisfazione? Uno stato democratico come l'Italia non dovrebbe permettere simili giochetti umilianti che vanno contro i diritti umani.

Altra sottovalutazione: Haftar è sostenuto dall'Egitto del generale Al Sisi, lo stesso governo che ha lasciato che il giovane ricercatore Giulio Regeni venisse seviziato e il suo corpo fosse poi abbandonato lungo un'autostrada. Lo stesso governo che ha depistato le indagini per anni. E lo stesso che, anche in questo caso, ha messo in casa di Regeni della droga, per sviare l'attenzione dal barbaro omicidio dei suoi funzionari di Stato.

Dunque, ci siamo piegati all'Egitto e ora persino alla «mezza Libia» di Haftar, il quale peraltro è nemico dichiarato del governo di Tripoli, che l'Italia e l'Onu invece sostengono sin da quando è rinfocolata la guerra civile. Come è stato possibile sottovalutare tutto ciò? E come lo interpreteranno i tripolini di Al Serraj?

Ora, va detto che Giuseppe Conte è notoriamente legato mani e piedi ai servizi d'intelligence, sin dal giorno in cui ha scelto di tenersi le deleghe ai servizi anziché lasciare ad altri quel ruolo, per evitare accentramenti di potere come accade da consuetudine.

Ancora bruciano le polemiche sul blitz notturno con il quale il premier sperava di inserire in legge di bilancio la creazione di Fondazione per la cybersicurezza, un ente di cui non si capisce l'utilità, cui sarebbero destinati fondi sconosciuti e che verrebbe presieduto dallo stesso presidente del Consiglio e gestito direttamente dai vertici dell'intelligence (Dis). Così come brucia la sortita agostana comparsa nel decreto emergenza-Covid, che puntava a prorogare gli incarichi di vertice delle due Agenzie «alla zitta».

Queste mosse, se da un lato sottolineano il rapporto speciale che esiste tra Conte e l'intelligence italiana («è una loro creatura», ha azzardato qualcuno), dall'altro preoccupano il parlamento per la tendenza di Conte stesso all'accentramento progressivo dei poteri verso l'esecutivo, a tutto detrimento del legislativo.

Ammesso che sia davvero così, il capo del governo deve aver inevitabilmente ascoltato i consigli e l'analisi di merito dei servizi segreti sul caso, prima di effettuare il sorvolo del Mediterraneo. Se così non fosse, la cosa sarebbe ancora più grave. Se cioè egli avesse deciso di andare motu proprio, sarebbe la dimostrazione che Palazzo Chigi improvvisa in politica internazionale.

Un suggerimento su come siano andate le cose, tuttavia, ce lo ha fornito Raffaele Volpi. Il presidente del Copasir - cioè l'organo di controllo parlamentare sui servizi di sicurezza della repubblica - ha infatti commentato la vicenda con il seguente stringato comunicato: «Un mio sincero ed affettuoso ringraziamento al generale Caravelli e al personale dell'Aise per la costante dedizione e il determinante lavoro svolto. Unicamente a loro va la mia sentita gratitudine».

Dove quell'«unicamente» la dice lunga sul giudizio del Copasir circa la mossa di Conte. Il premier, infatti, non ha avvertito il comitato di controllo, scavalcando le gerarchie e ignorando le prassi istituzionali (un vizio di cui lo accusano spesso). È anche per questo motivo se oggi la sua poltrona traballa e se la sua legittimità è sempre più spesso messa in discussione. Di certo, per uscirne non potrà chiedere aiuto a Khalifa Haftar.

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