Isis – Stato Islamico

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L’Isis (Stato Islamico) è un gruppo politico militare islamico, insediato principalmente in Medio Oriente, in particolare in Siria e Iraq, i cui membri professano un credo religioso estremista e usano la violenza brutale per imporre la legge islamica al territorio che controllano. L’Isis ha inoltre rivendicato la responsabilità di attacchi terroristici in altre aree del mondo, in particolare in Europa.

Cos’è l’ISIS?

Quello che oggi è noto come Isis è un progetto di egemonia jihadista salafita che punta a ridisegnare il Medio Oriente concentrandosi sul ritorno alla purezza originaria dell’Islam per resistere alle pressioni militari, economiche e culturali esercitate dall’Occidente. Sotto la guida di Abu Bakr Al Baghdadi, l’Isis promuove la jihad attraverso la violenza religiosa (o guerra santa) contro coloro che, non seguendo questi principi, sono considerati infedeli.

Il significato

L’acronimo Isis sta perIslamic State of Iraq and al-Shāme comprende quei territori che vanno tra Iraq sunnita e Siria. “Al-Shām” è la parola che indica tutta l’area tra Siria, Giordania, Libano, Israele e Palestina. Esiste però un secondo nome, anche se meno conosciuto, che definisce il gruppo dei combattenti anche come Isil, ovvero appartenenti allo “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” che controlla quei territori che si collocano da Raqqa a Tikrit, Ramadi e Mosul. Anche se nell’ultimo anno, soprattutto in Iraq, lo Stato Islamico ha subito perdite ingenti, con la cacciata da quasi tutta la provincia dell’Anbar, dalle città di Ramadi e Falluja, e da gran parte della provincia di Ninive, compresa la stessa Mosul.

La storia e le origini

Le origini dell’Isis hanno inizio con la guerra irachena: in particolare dopo l’intervento degli Stati Uniti nel 2003 e la caduta di Saddam Hussein, eventi che hanno segnato una guerra interna al Paese tra le due correnti islamiche sciita e sunnita. Attraverso uno scontro civile e religioso che non si ferma all’Iraq, ma che infiamma tutto il Medio Oriente, i miliziani di Al Zarqawi, ossia il padre putativo dei tagliateste dell’Isis, sono portati a proclamare la loro vicinanza ad Al Qaeda (l’altra organizzazione terroristica inizialmente guidata da Osama Bin Laden). Inoltre, dallo scoppio della guerra in Siria avvenuto nel 2011, i guerriglieri dell’Isis si riconoscono ufficialmente sotto il califfato appartenente allo “Stato Islamico di Iraq e Siria” (2014).

Al-Baghdadi e il califfato islamico

Il 29 giugno 2014, con la creazione del califfato, l’Isis ridisegna i confini riconosciuti internazionalmente e proclama come leader Abu Bakr al-Baghdadi, le cui notizie sulla sua morte si rincorrono da anni. Nato da una famiglia sunnita nel 1971 a Samarra, in Iraq, il suo vero nome è Awwad al Badri. L’appellativo attuale si deve al nome di uno dei califfi dell’Islam con l’aggiunta dell’origine geografica della città dove Baghdadi è cresciuto: ovvero Baghdad. Nel 2003, durante l’invasione anglo-americana dell’Iraq, con Baghdadi si costituisce la prima cellula armata che si unisce alle formazioni jihadiste già presenti sul territorio.

L’allora capo dello Stato islamico, Abu Omar al Baghdadi, viene ucciso il 18 aprile del 2010; Abu Bakr, da poco tornato in libertà dopo la cattura da parte degli americani e i quattro anni trascorsi in una prigione nel sud di Baghdad, si autoproclama nuovo leader. Subito dopo annuncia la sua alleanza con Al Qaeda, guidata da Ayman al Zawahiri, da cui dopo prenderà poi le distanze sfidandone l’autorità e conquistando migliaia di giovani di mezzo mondo in cerca di una ragione per vivere e morire.

PER SAPERNE DI PIÙ

Forse gli islamisti possono aiutare la democrazia: errori e soluzioni.

Cosa può fermare il terrorismo jihadista? L’islamismo politico può convivere con la democrazia se i moderati nelle loro fila saranno considerati degli interlocutori di peso all’interno dei partiti che lavorano per l’apertura delle società arabe. Frenarli o, peggio ancora, sottovalutarli porta soltanto a una maggiore radicalizzazione. E le forze sono diverse: dai “Musulmani democratici” tunisini di Ennahda, arrivando all’Isis ma passando per la Fratellanza e Hamas, entrambi ostili alle regole della democrazia e non lontani dalla violenza e dal terrorismo come pratica di lotta politica. In un’analisi approfondita, gli errori e le possibili soluzioni che hanno i paesi arabi per uscire da questa terribile crisi.

Isis: le minacce all’italia

Nessuno in Europa può dirsi veramente immune dagli attacchi terroristici dell’Isis, Italia compresa. Il fenomeno riguarda il jihadismo militante delle seconde e terze generazioni di musulmani che, secondo l’autorevole ISPI, registra tra i terroristi islamici una percentuale spaventosa: il 73% dei cittadini nati in Europa o con passaporto europeo e l’11% di irregolari e rifugiati o richiedenti asilo. E anche il numero degli allarmi all’Italia è cresciuto. La minaccia al nostro Paese, dunque, è reale perché le azioni terroristiche sono sempre più nuove, di natura insurrezionale, non organizzate (o semi-strutturate), spesso individuali, emulative e, soprattutto, a basso budget.

I misteri della cellula jihadista di Barcellona

Un furgone si lancia sulla folla che passeggia sulla Rambla di Barcellona, seminando morte e terrore. Quattro dei terroristi dell’Isis vengono catturati, il resto della banda ucciso. Nonostante, però, la cellula jihadista sia stata completamente smantellata l’operazione non può dirsi davvero conclusa. A diversi giorni dal più pesante attentato nella storia della Spagna dopo quello della stazione di Atocha del 2004, gli investigatori hanno ancora diversi nodi da sciogliere. Il primo riguarda l’imam di Ripoll, leader del commando di Barcellona, con un passato da narco-trafficante e contatti diretti con la rete terroristica coinvolta nell’attentato Madrid. Numerose domande sorgono inoltre sui presunti aiuti esterni alla cellula che l’ultimo killer fuggitivo avrebbe ricevuto, sui finanziamenti della banda fino alla scoperta tardiva di un secondo covo.

Terrorismo: chi era l’imam dell’attentato di Barcellona

A capo del gruppo terroristico, che il 17 agosto 2017 ha colpito Barcellona e Cambrils c’era Abdelbaki El Satty, l’imam di Ripoll, guida spirituale della cittadina catalana e leader del commando. Nel 2010 Satty era stato arrestato in Spagna con 12 chili di hashish e, per questo, condannato a 4 anni di galera. I suoi contatti con l’Isis partono proprio dal carcere dove aveva conosciuto Rachid Aglif, uno dei terroristi che aveva preso parte all’attentato di Madrid dell’11 marzo 2004. Poi, le tracce dell’iman negli anni si perdono tra il Marocco e Zurigo, fino all’inizio del 2016 in cui si stabilisce nella città di Vilvorde, vicino a Bruxelles, ritenuta una zona a forte penetrazione jihadista.

Neanche un anno più tardi, Satty diventa imam di Ripoll, inizia la radicalizzazione di alcuni giovani marocchini della comunità musulmana della cittadina e prepara in sei mesi un attacco alla città di Barcellona che aveva come obiettivo primario la distruzione della Sagrada Familia. Provvidenzialmente muore nell’esplosione di uno dei covi della cellula a causa di un’esplosione accidentale, mandando all’aria il piano. Privi di guida i 12 giovani dell’Isis radicalizzati però attaccano la Rambla e Cambrils uccidendo 15 persone e ferendone oltre 100.

Terrorismo: perché tanti fratelli fra i jihadisti

Molti dei giovani implicati nelle stragi terroristiche sono fratelli. E non è un caso: essere fratelli di sangue e di jihad amplifica l’attaccamento alla causa comune e rende difficile il tradimento. Il sostegno tra consanguinei è maggiore e più sicuro perché garantisce almeno la complicità del silenzio. Altro vantaggio: l’appartenenza alla famiglia rende possibile un maggiore controllo dell’ansia e della paura della morte, data e ricevuta. A dimostrazione di questo sono gli attentati eseguiti negli ultimi cinque anni: da Boston a Parigi, da Bruxelles a Manchester, fino a Barcellona. Tutti rivendicati dall’Isis, tutti eseguiti da commandi composti per la maggior parte da parenti.