Calcio

Conte e la Figc, nessun dubbio: debito con la giustizia sportiva già saldato

"Amareggiato, ma vado avanti" dice il ct dopo la richiesta di rinvio a giudizio. Ecco perché Tavecchio fa bene a non scaricarlo

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Giovanni Capuano

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Il 9 dicembre 2012, tornando a sedersi in panchina nella trasferta della Juventus a Palermo, Antonio Conte ha saldato il suo debito con la giustizia sportiva. E' stato fuori per quattro mesi dopo un estenuante corpo a corpo con la Procura di Palazzi, sempre spalleggiato dal club che aveva appena riportato allo scudetto. Ha pagato troppo poco? Non è più il tempo di discuterlo, anche se il Tnas di quegli anni ha troppo spesso funzionato da scontificio ben oltre il limite del buon senso. Il senso è che per il mondo del calcio e dello sport Antonio Conte è tornato ad essere un uomo di campo chiudendo definitivamente con il passato e con la vicenda del calcioscommesse nella quale - va detto con grande onestà - la sua insistenza nel proclamarsi innocente era legittima, ma si scontrava con alcune circostanze quanto meno imbarazzanti. E allo stesso modo non si può non sottolineare come parte dell'impianto accusatorio di Palazzi si era sgretolato non reggendo alla prova dell'approfondimento e del contraddittorio.

La stessa Procura di Cremona che ora chiede il rinvio a giudizio del ct della nazionale lo fa cancellando per sempre Novara-Siena, una delle due partite finite nel mirino e per la quale Conte era già stato prosciolto in secondo grado anche dalla giustizia sportiva. Il quadro, insomma, è progressivamente mutato e nulla esclude che possa cambiare ancora da qui all'eventuale condanna o assoluzione definitiva che, nella migliore delle ipotesi, arriverà tra diversi anni. Dunque in presenza di questi elementi Conte dovrebbe fare un passo indietro e lasciare la nazionale per una questione di opportunità? E' accettabile avere un ct sotto processo? Esiste il rischio di condizionamento del suo lavoro?

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Di tutte le eccezioni che si possono sollevare, quest'ultima è la più attuale. Conte nelle ultime settimane ha certamente preso in considerazione ogni ipotesi, ma ha scelto di restare alla guida della nazionale ("Amareggiato ma vado avanti") e intorno a lui hanno eretto un muro di difesa la Figc e lo stesso Coni. L'argomentazione è semplice: una richiesta di rinvio a giudizio non equivale a una condanna e, se imbarazzo ci deve essere, prevale l'affermazione che Antonio Conte ha già saldato il suo debito con la giustizia sportiva. Da Cremona non sono emersi fatti nuovi, diversi da quelli noti il 15 agosto 2014 quando Tavecchio ha convinto l'ex allenatore della Juventus a prendersi carico della nazionale verso l'Europeo del 2016.

Chiedere oggi un passo indietro, insomma, significa accreditare la tesi per cui nel mondo dello sport non esiste riabilitazione. Applicando questo metro di giudizio l'Italia non avrebbre probabilmente vinto il Mondiale dell'82 con i gol di Pablito Rossi, reduce dalla vergogna del calcioscommesse. Bearzot, uomo di statura morale inattaccabile, non ebbe invece alcun imbarazzo a chiamarlo. Perché ora Tavecchio dovrebbe comportarsi diversamente con Conte?

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