Luciano Lombardi

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"La cattura di Totò Riina è stata la mia più grande sconfitta". Provocazione o sfogo che sia, il generale Mario Mori, al centro del processo per la presunta trattativa Stato-Mafia, è lapidario. 

Ospite del direttore di Panorama Giorgio Mulè nel primo appuntamento della 36esima tappa di Panorama d'Italia nella Trieste dov'è nato 78 anni fa, Mori ripercorre la serie infinita di "guai" che dopo quel 15 gennaio di 24 anni fa ha dovuto affrontare, tra processi, assoluzioni, altri processi, altre assoluzioni e un procedimento ancora in corso, per il quale è accusato di essere stato intermediario tra lo Stato e la mafia.

In Mori in realtà c'è un grande rammarico: quello di non aver avuto - in veste di uno dei componenti fondanti del Ros - la necessaria forza psicologica per trasformare quella cattura in un colpo decisivo a Cosa Nostra: "Avremmo dovuto attendere, e usare i suoi movimenti per lasciarci condurre ad altre figure chiave dell'organizzazione, proprio come facemmo anni addietro nella lotta al terrorismo nazionale".

 

Una vita di lotta alla criminalità

Il generale dei Carabinieri oggi in pensione ha intrecciato la sua vita professionale con alcuni tra i momenti più bui della nostra storia: gli anni di piombo, la mafia degli anni '90 e dopo di lei il terrorismo.

Oggi si dice fiducioso su ciò che attende la criminalità organizzata: "Per me sta morendo. E non soltanto per merito dei magistrati. Morirà perché la società sta cambiando, sta evolvendo, si sta diffondendo finalmente una cultura che le farà molto male".

Meno ottimistica è invece la sua visione sul terrorismo di oggi. "Pretendere di intercettare tutti i potenziali cani sciolti che possono mettere in atto attentati in nome dello Stato Islamico o di una più generica volontà di perseguire obiettivi politici in nome della religione musulmana è pressoché impossibile".

Le peculiarità dell'Italia

In questo scenario, caratterizzato da un'escalation di violenza, l'Italia si distingue dal resto dell'Europa. "Noi non abbiamo la stessa storia coloniale di Paesi come la Francia, la Gran Bretagna, il Belgio e per certi versi anche la Spagna. E di conseguenza, non condividiamo con loro il percorso di decolonizzazione che ha portato ribellioni e reazioni di forza da parte dell'oppressore" spiega Mori. "Inoltre, il nostro tessuto economico e sociale è più decentrato e questo rende più complicata la concentrazione delle cellule terroristiche".

Dunque, come rispondere al fenomeno del terrorismo? "Bisogna agire sul terreno dell'economia, fare leva sulle nostre capacità delle abilità dell'intelligence acquisita nella lotta al terrorismo di casa nostra, nelle tecniche di controllo del territorio che sono molto superiori a quelle di molti altri Stati, nell'utilizzare di più e meglio la leva dell'espulsione, che non sarà il massimo in termini di democrazia, ma è molto efficace".

In questo contesto si inserisce anche la discussione sullo ius soli che, secondo Mori, è "tanto rumore per nulla perché di fatto già vige, se si considera che dal 2006 al 2011, su 100 cittadini arrivati nel nostro Paese da altri Paesi dell'Europa, dell'Africa e dell'Asia 4 sono diventati italiani, mentre nel 2017 sono state concesse 201 mila cittadinanze, sui 262 mila ingressi. Se proprio dobbiamo introdurre una nuova legge, facciamolo a livello europeo. Ed evitiamo che vengano introdotti pericolosi automatismi".

Gli strumenti ci sono, dunque, e - a detta di Mori - ci sono anche le persone, Minniti in testa, definito il miglior ministro degli Interni assieme a Cossiga nella storia italiana, entrambi politici e tecnici di alto livello allo stesso tempo.

Da Regeni a Kim Jong-un

Lo stretto legame della conversazione con l'attualità si estende fino al caso Regeni: "È evidente che il corpo martoriato del povero ragazzo è stato voluto far trovare, con una dinamica che rivela come dietro a quanto è avvenuto ci siano poteri forti egiziani in contrasto. E a conferma c'è anche l'atteggiamento omertoso delle persone che hanno mandato Regeni a quell'appuntamento con la morte, consapevoli che, in quella modalità, avrebbe potuto correre il serio rischio di essere scambiato per una spia".

Sul finale dell'incontro ad alzare la mano per una domanda è il presidente di Assicurazioni Generali, Gabriele Galateri di Genola che domanda a Mori il suo punto di vista sull'altro tema di grande attualità, la questione nordcoreana: "Attaccherà? Non attaccherà?". L'ex generale crede che un'azione militare da parte della Corea del Nord diretta a Guam o al Giappone sia altamente improbabile: "Tuttavia, Kim Jong-un sta tirando troppo la corda e c'è il rischio che possa urtare la suscettibilità di altre figure (Trump, ndr) che invece potrebbero avere meno remore a procedere con un attacco. Con le conseguenze che possiamo tutti facilmente immaginare".

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