Salute

«Camminare ci aiuta a essere più consapevoli del nostro corpo»

Nella sesta puntata della serie «Come rimettersi in movimento dopo il lockdown», realizzata in collaborazione con l'Associazione italiana di fisioterapia, intervista alla dottoressa Branka Pavic sui benefici dell'attività fisica più utile e più economica.

«Camminare è l'attività più semplice, ma è anche la più utile per il nostro corpo». Con oltre 40 anni di esperienza nel campo riabilitativo, la dottoressa Branka Pavic sa di cosa parla. Laureata in Scienze della riabilitazione con una triennale in Fisioterapia, Pavic è stata direttore del corso di laurea in Fisioterapia dell'Università Federico II, sede di Benevento. Croata, è stata chiamata negli anni Settanta dalla Jugoslavia (assieme a tedeschi, inglesi e argentini) per portare in Italia la terapia della riabilitazione, al tempo da noi pressoché sconosciuta. Negli ultimi 15 anni, la dottoressa Branka Pavic si è concentrata sulla prevenzione nei bambini e negli anziani dei danni dovuti alla mancanza di movimento. Ed è stata sua l'idea delle serie di Panorama sul movimento dopo il lockdown.

Perché è così importante camminare?

«Perché, oltre a essere un complesso di movimenti che coinvolge tutto il corpo, è fondamentale per la salute dell'organismo. Il problema è che oggi siamo tutti diventati schiavi della tecnologia. E camminare è diventato un po' una prescrizione medica. Invece, come ho detto nel video citando Roland Barthes, è il gesto più umano esistente».

In sintesi, camminare dev'essere parte integrante della quotidianità.

«Esatto. Il movimento non può essere circoscritto solo alla mezz'oretta in cui si va a camminare. Infatti viene erroneamente interpretata la raccomandazione dell'Oms, secondo cui bisogna camminare, a seconda dell'età, fra 30 e 60 minuti al giorno. La gente spesso pensa che, se cammina 30 minuti al giorno, ha risolto il problema. Non è così: sicuramente una piacevole camminata fa bene. Però, oltre a camminare, bisogna fare altro: salire le scale anziché prendere l'ascensore, fare la spesa a piedi, andare al lavoro in bicicletta o lasciando la macchina distante dall'ufficio. Per non parlare della scuola...».

Che cosa succede a scuola?

«Le mamme portano i bambini fino all'ingresso della scuola, per paura che scivolino, che cadano, che ci sia troppo sole, troppa pioggia o troppo freddo... La super protezione è un errore gravissimo. Invece bisognerebbe lasciare la macchina distante da scuola, che andrebbe raggiunta con una passeggiata, un percorso che riattiva la circolazione e il movimento, mettendo in gioco tutto il corpo in vista delle sei, otto ore in cui devono stare seduti in classe. Lo stesso discorso vale per quando i bambini escono da scuola. Anche in quel caso sarebbe salutare dare il tempo di adattamento al corpo del bambino, che passa da una posizione seduta al movimento. Salvo poi salire in macchina, ritrovandosi di nuovo in una posizione seduta. Tutto questo sarebbe banale, ma non lo è assolutamente. Purtroppo in Italia non si cura molto l'aspetto del movimento».

Forse la pandemia qualcosa ha cambiato.

«Sembra di sì. Adesso che c'è la possibilità di muoversi, nelle città come nei piccoli centri si vede che è aumentata la consapevolezza dell'importanza del movimento. Però bisogna vedere se le istituzioni saranno pronte a cogliere questo cambiamento: perché è fondamentale che le istituzioni predispongano gli spazi necessari».

E non solo per i bambini...

«Certo. Con questa pandemia gli anziani borderline, quelli che erano in autonomia precaria, dopo essere rimasti tanto tempo in casa rischiano di non uscirne più. Se un corpo in cui è già in atto un processo degenerativo non si muove, la situazione peggiora sempre più».

Non a caso si legge di anziani chiusi nelle Rsa per 15 mesi che ora non sono più in grado di camminare.

«Già... Il problema sono le istituzioni».

Ma perché camminare fa così bene?

«Perché porta benefici all'apparato muscolo-scheletrico e al sistema nervoso, metabolico e cardiocircolatorio. Per la circolazione è fondamentale perché i muscoli del piede, che si contraggono e si distendono, funzionano come una pompa, che dà la spinta al ritorno del sangue. Io suggerisco sempre di camminare su terreno accidentato (prati, spiagge, boschi, sentieri non asfaltati), possibilmente scalzi se le condizioni igieniche e di sicurezza lo consentono. Noi oggi purtroppo viviamo sul cemento e in generale su superfici dure. Quindi tutto quello che produce il camminare in termini di benessere, come la circolazione e il rinforzo muscolare, riguarda solo alcuni muscoli perché sul cemento, che è piatto, il movimento è limitato. L'equilibrio non è messo in discussione e non vengono neanche stimolati i recettori del piede. Non a caso, oggi la maggior parte dei bambini e degli adulti hanno problemi posturali».

Perché?

«Perché la postura non è stimolata a sufficienza: se si cammina solo sul piano, i recettori delle articolazioni e dei muscoli che mandano segnali per riaggiustare l'equilibrio e la postura restano in gran parte inutilizzati. Se invece si cammina sul terreno accidentato, la caviglia e il piede devono continuamente modificare la propria posizione per mantenere equilibrio e postura. Questo fa sì che vengano allenati anche i muscoli stabilizzatori, che sono ad alto grado di resistenza e danno stabilità. Questo riguarda soprattutto la colonna vertebrale, ma anche le altre articolazioni. In situazioni di precarietà, il corpo non allenato inizia a fare movimenti scoordinati e imprecisi, che poi possono provocare danni a muscoli e ossa».

Lei sostiene che camminare non può essere una medicina.

«L'idea corrente è che si debba camminare solo per prevenire le malattie. Invece bisogna camminare per acquisire consapevolezza dello stato di salute in termini di benessere».

Quindi camminare serve anche ad ascoltare i segnali che il corpo ci manda?

«Sì. Noi non abbiamo più la percezione del nostro corpo perché lo stile di vita moderno ci ha portato a un impoverimento sensoriale. Camminare nei boschi, su terreno accidentato, serve a imparare a stare bene nel nostro corpo, con la fatica, con il sudore...».

È insomma un modo per riprendere contatto con il nostro corpo?

«Proprio così. Noi abbiamo medicalizzato il nostro corpo come se fosse un ricettacolo di malattie, dimenticando che produce benessere. Il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer, nel suo libro Dove si nasconde la salute, definisce quest'ultima come ciò che si nasconde, mentre invece la malattia ci viene incontro e ci invade».

Il corpo ci manda dei segnali che noi non sappiamo più ascoltare, demandando tutto agli esami medici, alle analisi, agli specialisti...

«Assolutamente. Camminare è anche un modo per riprendere consapevolezza di quello che ci dice il nostro corpo. È per questo che è importante cominciare con i bambini. Noi da piccoli abbiamo avuto la possibilità di allenarci per avere un corpo sano da adulti: camminavamo a piedi scalzi, ci rotolavamo nell'erba, facevamo capriole, andavamo a piedi a scuola... I bambini di oggi invece, super protetti nei loro seggioloni e seggiolini, non sono in grado di completare il proprio sviluppo psicofisico».

Per questo lei lavora molto con i piedi dei bambini?

«Sì. Oggi ci sono molte persone che faticano a rispondere all'ordine "apri e chiudi le dita dei piedi". Hanno perso la capacità di farlo perché il piede sta sempre sul cemento e compie un solo movimento, le scarpe sono strette e non hanno bisogno di attivare altri muscoli, oltre quelli che muovono in una direzione. Il risultato è che, se non è allenato, il nostro corpo dimentica l'esperienza motoria. La dimentica o non la sviluppa appieno, con tutte le sue potenzialità. Ecco perché bisogna investire di più sul proprio corpo: ci accorgiamo di averlo solo quando è dolorante. In altre parole, godiamoci di più il nostro corpo, che è una grande fonte di benessere e di vitalità».

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