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(Ansa)
Politica

La vicenda della Santanchè e il predominio della politica

Ancora una volta nel palazzo della politica si parla di questioni giudiziarie e giornalistiche, come ormai accade da 30 anni

«La politica conta sempre di meno». Le parole del senatore della Lega, Massimiliano Romeo, sono forse le più serie, sincere, lucide sentite oggi a Palazzo Madama nel giorno dell’attesa informativa di Daniela Santanché a proposito delle accuse contro l’esponente di Fratelli d’Italia legate alla gestione delle sue aziende.Ed in effetti ad ascoltare le parole del Ministro e gli interventi dei senatori, uno per partito, la sensazione rimasta in bocca è di una politica sempre più debole, costretta ad occuparsi di cose che, di fatto non sono politica.Lo ha ammesso per prima cosa la stessa Santanché: «sono qui a parlare da imprenditore e non da ministro, dato che le accuse che mi vengono rivolte non sono legate al mio operato politico ma imprenditoriale».

Sia chiaro, il gesto è lodevole. Rispondere alle accuse mettendoci la faccia non è da tutti ma forse confondere i due piani è l’ennesima concessione che la politica fa a tutto il resto, che siano giornalisti (rispettabilissimi) e/o magistrati (anche costoro rispettabilissimi).

Negli ultimi decenni troppe volte il Parlamento ha aperto le proprie porte ad altro tipo di forze e poteri che di fatto avevano un solo scopo: condizionare, gestire, minare la solidità della politica e quasi sempre per interessi di parte, mai per il bene del Paese. La notizia quindi che oggi un quotidiano abbia in esclusiva scritto che il Ministro Santanché sia stato iscritto del registro degli indagati senza che la stessa ne sia ad ora a conoscenza non è di certo una novità, anzi. Roba vecchia, inaugurata con il famoso avviso a comparire recapitato a Berlusconi, impegnato in un importante vertice internazionale a Napoli, dal Corriere della Sera; era il 1994, quasi trent’anni fa.

Eppure si è lasciato fare, colpevolmente. E fa sorridere oggi sentire molti senatori, di ogni schieramento, dire che «questa non è un aula di tribunale» salvo poi processare il ministro nei loro interventi, dando così sponda a chi da fuori vuole condizionare la politica. Tra l’altro con accuse al limite dell’incredibile. Su tutti i grillini che, senza mezzi termini, hanno attaccato il modo di fare imprenditoria (ed il modo di vivere) della Santanché colpevole di aver utilizzato tutti gli strumenti di assistenza messi a disposizione dei governi per le imprese italiane per poi fare la bella vita «con i soldi dei cittadini». Come se, in quanto ministro, le sue aziende dovrebbero avere regole diverse, ovviamente più restrittive (non c’è niente da fare. Una certa sinistra non sotterrerà mai l’ascia di guerra contro il «padrone»…).

In molti poi hanno ricordato le parole di Giorgia Meloni che nel passato, anche lontano, chiese le dimissioni di altri politici e ministri coinvolti in altre vicende giudiziarie e personali. A noi, in realtà, tornano alla mente più le volte in cui certe inchieste sono finite nel nulla, dopo aver rovinato persone, parlamentari, governi, insomma, la politica; e anche qui l’elenco sarebbe troppo lungo (anche se, sempre il senatore Romeo ha ricordato il silenzio sulla recente fine della famosa inchiesta Metropol, dei rubli russi della Lega che non è nemmeno arrivata al processo e si è fermata ai giornali e poco altro).

Non sappiamo come finirà questa storia; saranno i magistrati a stabilire se il Ministro, anzi, l’imprenditore Daniela Santanché abbia commesso o no dei reati e a giudicarla. Sarà poi la politica, in caso di condanna, a stabilire il futuro politico del Ministro Santanché. Ma fino a quel momento, e soprattutto da oggi in avanti, la politica deve trovare la forza di mettere dei paletti. I processi si facciano nei tribunali, non in Parlamento, dove le cose (tante e serie) da fare di certo non mancano.

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Andrea Soglio