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Mario Draghi il 26 luglio 2012 a Londra, mentre pronuncia lo storico discorso «whatever it takes» (iStock).
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Politica

Perché la tecnocrazia merita la nostra attenzione

Anticipazione del saggio L'ingranaggio del potere, appena pubblicato da Lorenzo Castellani. Il ricercatore ed editorialista di Panorama spiega perché la competenza è diventata la bussola del sistema decisionale.


Si intitola L'ingranaggio del potere ed è l'ultimo libro scritto da Lorenzo Castellani, ricercatore di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss di Roma ed editorialista di Panorama. Laurea in Giurispurudenza, dottorato in Political history, l'autore trentunenne si occupa prevalentemente di storia anglo-americana. Nel suo saggio, pubblicato da Liberilibri, si occupa del rapporto fra élites e democrazia. Castellani spiega come nell'ultimo secolo, all'aristocrazia del denaro che aveva sostituito quella del sangue, si è aggiunta l'aristocrazia della conoscenza specialistica. In tal modo tecnica e politica si sono sempre più intersecate fra loro, tanto da far sovrapporre il principio di competenza a quello democratico. Un fenomeno che, come il nostro collaboratore argomenta nell'introduzione qui sotto pubblicata, si trova al centro dell'ingranaggio del potere. Perché la competenza è diventata fondamento dell'architettura del potere.



Un incerto sole di luglio si riflette sul Tamigi. Lancaster House, magione dai tratti georgiani con grandi vetrate e un ampio colonnato, si staglia tra il Buckingham Palace e quello di St. James. Un luogo singolare ove la finanza incontra i palazzi del potere politico. Al suo interno, la presenza contemporanea di un primo ministro, due banchieri centrali e alti papaveri della finanza genera ondate di adrenalina. Dopo il discorso introduttivo di David Cameron (...), la tavola rotonda è stata riservata a due tra gli uomini più potenti dell'emisfero occidentale: Mervin King, governatore della Bank of England, e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (…). Quando si accendono le luci sul palcoscenico, Mario Draghi appare rilassato e, nel suo inglese mitigato da accento italiano, racconta la metafora del calabrone: l'euro è come il grande insetto che per le leggi della fisica non dovrebbe volare, eppure (...) ci riesce. «Ora deve diventare una vera ape», conclude con il piglio dell'esperto entomologo. In sala gli sguardi del pubblico sono a metà tra l'ironico e il fiducioso. Il governatore della Bce sfodera gli appunti e illustra dati per circa sette minuti (...).

All'improvviso, l'italiano si ferma, emette un sospiro, congiunge le mani e continua: «Ma c'è un altro messaggio che voglio darvi. All'interno delle regole previste per il nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto ciò che è necessario per preservare l'euro». Tre parole fendono la silenziosa aria condizionata di Lancaster House: whatever it takes. Pausa scenica, propria di chi ha nelle vene il sangue di un grande popolo di teatro, per una perentoria conclusione: «Credetemi, sarà abbastanza». Bastano 16 secondi, quelli in cui sono racchiuse queste due frasi, e tutto il resto del discorso viene dimenticato dai presenti in sala quel 26 luglio 2012. Tre parole che si tradurranno in un piano da 2,6 trilioni di euro di acquisti di stock di debito pubblico sul mercato secondario da parte della Banca Centrale Europea. Un'enorme iniezione di liquidità nel sistema bancario europeo, a cui si aggiungeranno piani di salvataggio d'emergenza per gli Stati in dissesto finanziario.

Quella di Draghi è stata la decisione più rilevante di questo decennio europeo. Presa da un tecnico con un enorme potere politico, nascosto dietro la sua poltrona di banchiere centrale. Sulla scorta di questa innovazione istituzionale, nel suo discorso di commiato da governatore della Bce nel 2019, Draghi darà voce alla sua filosofia politica: «L'incertezza in cui operano i policy makers è dunque sostanziale. A maggior ragione le loro decisioni dovrebbero cercare di essere fondate sulla conoscenza degli esperti […] La competenza fondata sulla conoscenza è essenziale per capire la complessità, nel nostro caso, delle dinamiche economiche e sociali, per quantificare i rischi associati a determinate situazioni e per valutare di conseguenza l'effettiva necessità di una certa azione».

La competenza, dunque, come bussola per il sistema decisionale e fondamento dell'architettura del potere (...). Per oltre 10 anni durante i governi dei primi ministri Thatcher, Major e Blair, Lord Robin Butler è stato il più stretto collaboratore degli inquilini di Downing Street (...). Owen Jones, un saggista giovane e già molto noto nel Regno Unito, ha scelto di aprire il suo bestseller The Establishment. And How They Get Away with it proprio con un ritratto di Lord Butler, massima espressione della upper class britannica e del potere edulcorato dalla politica rappresentativa (...). Nati come servants of the Crown e delle regine nel sedicesimo secolo questi servitori della monarchia sono poi diventati, a partire dalla fine del diciottesimo secolo, i consiglieri e il braccio esecutivo del Primo ministro (...). Meritocrazia, competenza e saperi entravano nella macchina dello Stato. Non più consiglieri scelti tra gli amici della famiglia reale o del primo ministro (...), ma burocrati di carriera d'estrazione borghese chiamati a gestire l'amministrazione pubblica. Professionisti del potere, protetti dallo schermo della politica, uniti da un forte spirito di corpo (...).

Un percorso, quello dei burocrati di alto profilo, condiviso anche dal giovane Emmanuel Macron mentre cammina in Avenue de l'Observatoire per entrare all'École nationale d'administration. È lì che con i suoi colleghi il futuro presidente francese inizierà la propria scalata verso le alte sfere del potere portandosi dietro molti altri enarchi (...). Fondata nel 1945, l'Ena seleziona ogni anno poche decine di giovani che alla fine del loro percorso acquisteranno la dignità di haut fonctionnaire, il più alto livello nell'amministrazione dello Stato francese. Il fondatore della scuola, l'ex primo ministro (...) Michel Debré chiamerà questo manipolo esclusivo di tecnocrati nel titolo di un suo pamphlet Ces princes qui nous gouvernent…, per sottolineare il ruolo principesco svolto dagli enarchi nella politica francese. Non è un caso se la maggioranza dei presidenti francesi da quel momento in poi proverrà da questa istituzione, capace di fondere talento politico e tecnico.

Un ambiente austero e raffinato come quello di Palazzo Koch a Roma, la sede centrale della Banca d'Italia, ove si è forgiato il pezzo pià pregiato della classe dirigente del Belpaese. In un Paese come il nostro, dall'establishment rissoso e frazionato, la Banca d'Italia è rimasta a lungo, nello stesso tempo, scuola selezionata, centro di potere trasversale e luogo di ricerca approfondita. I suoi dirigenti hanno iniziato nelle sale dagli alti soffitti di via Nazionale per poi spostarsi verso altre istituzioni oppure per condizionare la politica monetaria e bancaria del Paese proprio dalla sommità del Palazzo. Questo prima che arrivasse la moneta unica, perché dopo di essa un ruolo centrale sarà giocato dalla Banca Centrale Europea.

Nel 2012 Mario Draghi prenderà il volo da via Nazionale verso il grattacielo dell'Eurotower a Francoforte sul Meno dove, dal suo studio all'ultimo piano, rifletterà sulle scelte decisive per il governo della moneta unica europea (...). È in questo contesto che opera quella che spregiativamente viene chiamata «eurocrazia», la struttura di potere dell'Unione Europea che fuori dai palazzi di Bruxelles viene contestata nelle piazze e nelle urne dai nuovi partiti politici euroscettici. Un potere implacabile che impartisce direttive e regolamenti a centinaia di milioni di persone, che lavora per gestire con efficienza gli enormi interessi che premono sulla struttura istituzionale di Bruxelles. Funzionari senza volto, ad elevata competenza tecnica, disseminati nelle varie direzioni generali. Mentre fuori ci si interessa della politics, cioè del carisma, della propaganda e delle campagne elettorali, in questi uffici ci si preoccupa solamente delle policies, decisioni dettagliate su un determinato tema specialistico (...).

Lo stesso lavoro che il giurista di Harvard Cass Sunstein ha svolto dirigendo l'Office of Information and Regulatory Affairs a Washington, non lontano dalla Casa Bianca, al numero 1800 di F Street. Fortemente voluto dal Presidente repubblicano Ronald Reagan e fondato nel 1980, questo ufficio ha rivestito una crescente importanza nell'amministrazione americana (...). Qui non ci sono gli enarchi e nemmeno i civil servants di rango elevato perché negli Stati Uniti queste posizioni di alta amministrazione vengono decise dal presidente con la ratifica del Senato. Sono nomine politiche, ma in cui si cerca un profilo professionale ben preciso. Gli esperti e i futuri tecnocrati affluiscono dalle grandi università della Ivy League, dai think tanks di Washington, dalle società di consulenza internazionali, dagli studi legali, dalle grandi aziende multinazionali (...). Nell'esperienza americana ciò avviene sempre per osmosi tra poteri pubblici e privato, ma se il canale di reclutamento è diverso, poteri, funzioni e mentalità restano i medesimi dell'altra sponda dell'Atlantico (...).

I tecnocrati sono ovunque. Nella burocrazia nazionale, nelle strutture sovranazionali, negli enti internazionali, nelle authorities, nelle commissioni, nei tribunali e nelle banche centrali. I tecnocrati determinano la prevalenza della norma sul conflitto, dell'efficienza sulla decisione politica, del sapere particolare su quello generale. Qualsiasi regime politico è popolato da esperti, tecnici e figure non elettive, non politiche, che esercitano un potere pubblico. Per questo possiamo ragionevolmente sostenere che la tecnocrazia è dunque uno degli arcani del potere delle democrazie moderne. E che la sua è una storia di lungo periodo che affonda le radici nella classicità. ma che emerge nella modernità. nel diciannovesimo secolo. Pensatori, politici e architetti dello Stato moderno l'hanno pensata, modellata, legittimata. Come scrisse Carl Schmitt in Dialogo sul potere, «anche il principe più assoluto deve fare affidamento su resoconti e informazioni ed è dipendente dai suoi consiglieri (...)».

Un'anticamera che, nel regime demoburocratico moderno, la tecno-democrazia, è popolata da tecnici che talvolta eseguono meramente e talaltra desiderano oppure esercitano direttamente il potere. Oggi i tecnocrati sono al centro di una grande discussione tra chi vorrebbe rafforzarne ulteriormente il ruolo e l'influenza sulla politica e chi, in nome della democrazia, ne contesta l'eccessivo potere. La tecnocrazia è oggetto di attacchi in nome del popolo, ipotesi di complotti, accuse di scarsa empatia, d'inflessibilità verso i bisogni delle persone comuni e di limitato senso della storia. Al tempo stesso i tecnocrati, e i loro difensori intellettuali nel dibattito pubblico, sembrano sottovalutare il pericolo della dinamica di delegittimazione che si sta diffondendo a danno delle istituzioni non elettive. Data la centralità degli esperti nelle democrazie liberali, la tecnocrazia, con la sua storia e i suoi pensatori, merita tutta la nostra attenzione.

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