La triste fine del Decreto Rilancio
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La triste fine del Decreto Rilancio
Politica

La triste fine del Decreto Rilancio

Dieci, forse dodici mila emendamenti sono solo l'ultima fatica di un decreto tardivo e spuntato. E del suo governo dalle mille agende, piene di pagine vuote

Il disgraziatissimo decreto Rilancio, quello che prima si chiamava "decreto maggio", e prima ancora "decreto aprile", adesso rischia di diventare un decreto morto. Deve sopravvivere a una valanga di 10 mila emendamenti depositati in commissione alla Camera, un terzo dei quali provenienti dalla stessa maggioranza che sostiene il governo: insomma, ogni partito sta tirando la coperta dalla sua parte, nel più classico degli assalti alla diligenza.

E c'è persino chi si scandalizza se in questo caos l'opposizione protesta, cioè fa il suo mestiere: hanno parlato persino di profanazione della festa della Repubblica. Come se scendere in piazza fosse un atto di lesa maestà, dopo settimane di parlamento sbarrato e di democrazia sospesa a colpi di Dpcm.

La verità è che non saremmo qui a polemizzare se i decreti governativi avessero funzionato. Non saremmo qui a discutere, se il "poderoso" bazooka non si fosse rivelato una pistola ad acqua. I soldi della cassa integrazione? Non pervenuti. Gli aiuti alle imprese? Incagliati nelle banche. Rischiamo la mensa dei poveri? In compenso ci andremo a bordo del monopattino. Dovevano abbattere la burocrazia? Non l'hanno nemmeno sfiorata, ed è questo il dramma più grande. Tentare di risollevare l'economia senza prima ammazzare la piovra burocratica è come nuotare a stile libero nelle sabbie mobili: impossibile. Anzi, più ci provi, e più affondi.

L'unica strategia di chi governa sembra essere quella di stupirci con mirabolanti effetti speciali e conferenze stampa da mille e una notte. Ricordate i fuochi pirotecnici che hanno accolto Vittorio Colao? Con la sua task force economica avrebbe messo il turbo al Paese, dicevano. Ebbene, lo stanno già pensionando. Acqua passata. Adesso il coniglio dal cilindro si chiama "Stati Generali dell'economia", un modo come un altro per dare un altro calcio al barattolo e prendere altro tempo. Il risultato è che siamo pieni di meravigliose "agende di governo", chiusa una se ne apre un'altra: ma tutte con pagine desolatamente bianche. L'obiettivo nascosto è uno soltanto: tirare innanzi. Mentre l'economia sta tirando le cuoia.

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