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Manifestazione davanti al Teatro Argentina a Roma il 27 ottobre 2020 (GettyImages).
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Politica

Con il Covid, cresce di mezzo milione l'esercito di chi non cerca più lavoro

I dati Istat mostrano una crescita degli inattivi: più 479.000 rispetto a un anno fa. In aumento, rispetto a 12 mesi fa, anche i disoccupati.

In aumento il numero degli italiani che non cercano lavoro di 73.000 unità. Una crescita dei cosiddetti inattivi dello 0,5% rispetto al mese di ottobre 2020. Secondo gli ultimi dati Istat sull'occupazione pubblicati oggi, a novembre il numero di inattivi cresce tra le donne, gli uomini fra i 24 e i 49 anni e gli ultra 65enni. Diminuisce invece tra i 15-24enni e fra i 50-64enni. Il tasso di inattività sale dunque al 35,8% (+0,2%). Rispetto a febbraio 2020, questo livello è superiore di 340.000 unità.

A questo si aggiunge il fatto che le ripetute flessioni congiunturali registrate tra marzo e giugno 2020 hanno fatto sì che, anche nel mese di novembre 2020, l'occupazione continui a essere più bassa rispetto a quella registrata nello stesso mese del 2019 (-1,7%, pari a -390.000 unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti (287.000) e autonomi (-103mila) e tutte le classi d'età, fatta eccezione per gli over 50, che crescono di 130.000 unità. L'Istat evidenzia dunque come il tasso di occupazione scenda, in un anno, dello 0,8%.

Estendendo poi il confronto annuale anche ai dati sulle persone che cercano il lavoro e gli inattivi, si scopre come per le prime si sia registrato un calo del 10,3%, pari a -256.000 unità, mentre per le seconde, tra i 15 e i 64 anni, ci sia stata un'impennata del +3,6%, pari a +479.000 unità.

Questa situazione si inserisce in un contesto di blocco dei licenziamenti da parte del governo. Nella Manovra di fine 2020 si è deciso di inserire lo stop ai licenziamenti fino al 31 marzo 2021. Questo segue altri blocchi imposti nei mesi precedenti nei vari decreti che si sono susseguiti. L'obiettivo era dunque quello di andare a tutelare i lavoratori. Ma le continue proroghe in realtà sono un danno per il mercato del lavoro. Anche perché quando si deciderà di porre fine a questo stop molti saranno licenziati e il mercato del lavoro non sarà in grado di farsi caro e assorbire tutti i fuoriusciti.

Non che prima della pandemia in Italia la situazione fosse rosea. Secondo l'Eurostat la debolezza del lavoro (rapporto tra la somma di disoccupati, forza lavoro potenziale e sottoccupati part-time, da una parte, e forza lavoro estesa, dall'altra), già nel 2008 per la fascia di età tra i 20 e i 64 anni si attestava intorno al 17%, circa 2,5 punti sopra la media dell'area Euro. Dal 2011 al 2014 quella distanza si è allargata fino a più di sei punti percentuali, dopodiché è cresciuta fino a sette per poi faticosamente iniziare a calare. E dunque il problema di come riassorbire i lavoratori che saranno licenziati sarà un'incognita di non poco conto, e di non facile risoluzione.

La stessa Commissione europea ha sottolineato come «è improbabile che i dipendenti a tempo indeterminato rimangano indenni (dai licenziamenti) una volta scadute le misure politiche di emergenza». Bisogna evitare che esploda la disoccupazione, altrimenti ne risentirebbero la produttività e l'indebitamento dell'Italia. Nonostante gli ammonimenti da parte dell'Ue, il governo Conte non progetta nulla per i futuri disoccupati. Anche perché i «corsi di aggiornamento e di formazione» non potranno essere la soluzione finale. O almeno non per tutti. Un cameriere di 50 anni, che nella sua vita lavorativa ha sempre svolto quella mansione, difficilmente può mettersi a fare cosi di aggiornamento o formazione, magari per diventare tecnico informatico.

Questa strategia potrà funzionare con i più giovani, ma non di certo con chi è molto specializzato in un determinato settore. E, guarda caso, uno degli ambiti più colpiti dalla pandemia e successivamente dalle restrizioni imposte per limitarne la diffusione è stato proprio quello della ristorazione. In questo settore i lavoratori hanno un loro preciso indirizzo ed è difficile che possano ricollocarsi in un ambito totalmente diverso, soprattutto se hanno svolto lo stesso lavoro per tutta la vita.

Oltre che danneggiare i lavoratori, lo stop ai licenziamenti fa male anche alle aziende stesse, che sono costrette a tenersi in pancia personale che purtroppo al momento non serve, causa ristrettezze economiche. A questo si aggiungono altri due aspetti. Il primo che l'Italia, secondo le previsioni della Commissione Ue, tornerà ai livelli pre Covid dopo il 2022. «È improbabile che la ripresa (durante il 2021) sia sufficiente perché la produzione reale torni ai livelli pre pandemici entro il 2022» sottolinea il documento. E questo è un dato fondamentale perché significa che anche se da metà 2021 l'economia dovesse riprendersi, le attività maggiormente colpite non riusciranno subito ad assorbire le perdite accumulate e a far fronte allo stesso numero di occupati pre- pandemia. Ci vorrà dunque un periodo di assestamento.

Il secondo aspetto è per che tutto il 2020 molte aziende, nonostante le difficoltà, hanno dovuto anticipare la cassa integrazione ai propri lavoratori perché a livello centrale la situazione è andata molto a rilento. L'insieme di questi aspetti delinea dunque un quadro dove il continuo «stop ai licenziamenti» deciso dal governo Conte sta di fatto andando a danneggiare le imprese e i lavoratori. E nel breve futuro la situazione non andrà di certo meglio. Nonostante per il 2021 abbia previsto un rimbalzo del Pil, la Commissione europea ipotizza anche un'ulteriore flessione del numero di occupati (-0.5%) che porterà ad una continua perdita di posti di lavoro, nel biennio 2020-2021.

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