Il senso della giustizia di Bonafede e Renzi
(Ansa, Alessandro Di Meo)
Il senso della giustizia di Bonafede e Renzi
Politica

Il senso della giustizia di Bonafede e Renzi

Contro il ministro grillino della Giustizia due mozioni di sfiducia che lo accusano di grave inadeguatezza. Ma Renzi lo salverà, di sicuro non gratuitamente

Non basteranno né le roventi accuse del magistrato antimafia Nino Di Matteo; né le polemiche per le clamorose scarcerazioni «per motivi sanitari» di oltre 400 tra detenuti pericolosi e boss mafiosi; né il generale (e plateale) disastro nell'amministrazione delle carceri; né lo scandalo delle nomine ministeriali inquinate dal gioco sommerso dei mercanteggiamenti tra le correnti della magistratura.

Contro il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, il Senato vaglierà due distinte mozioni di sfiducia individuali: una del centrodestra unito e l'altra presentata da +Europa. Al di là delle mozioni, i motivi per accompagnare alla porta il guardasigilli cui viene rimproverata una tra le più disastrose gestioni della Giustizia nella storia della Repubblica sono molti, e tutti gravi, ma siamo pronti a scommettere che nemmeno oggi la testa del pur traballantissimo Bonafede cadrà.

Non cadrà per una serie di motivi. Perché la maggioranza farà quadrato, temendo guai peggiori. E perché il solo partito di maggioranza che potrebbe ottenere quel risultato, cioè Italia Viva (che al Senato ha 17 eletti), alla fine non lo farà: cento volte Matteo Renzi ha preannunciato scarti rispetto all'alleanza di governo senza poi mettere in pratica le minacce, preferendo invece andare all'incasso su qualche partita laterale di suo interesse. Ottenendo magari qualche poltrona, per i suoi fedelissimi (a proposito: lunedì sera Maria Elena Boschi ha avuto un contatto con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte).

È vero che Renzi e i suoi hanno manifestato un'attenzione del tutto particolare per la mozione di sfiducia contro il ministro grillino che è stata presentata domenica scorsa da +Europa, il gruppo che fa capo a Emma Bonino, e alla cui stesura ha contribuito Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Forza Italia. Il nuovo atto d'accusa è particolarmente duro e colpisce Bonafede su temi diversi da quelli contenuti nella mozione presentata ormai una dozzina di giorni fa dal centrodestra.

Il documento di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia attacca il ministro della Giustizia soprattutto per lo scandalo delle 400 scarcerazioni di detenuti «pericolosi», tra i quali spiccano numerosi boss mafiosi, e si aggrappa soprattutto alla querelle che da due settimane oppone il guardasigilli a Nino Di Matteo, il magistrato antimafia che accusa Bonafede di non averlo nominato a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nel giugno 2018, soltanto per le proteste di «importantissimi boss mafiosi detenuti».

La mozione Bonino-Costa, invece, non si ferma a quei due temi, per quanto importanti, ed elenca una serie di motivi più "di contenuto". Per questo sembra molto più efficace. Firmata da 52 senatori (tra i quali i migliori giuristi ed esperti di giustizia di Forza Italia), la mozione critica Bonafede per uno spettro d'inadempienze infinitamente più ampio. Al ministro viene rimproverato di aver gestito l'emergenza sanitaria nelle carceri "con sufficienza e negligenza", ma la mozione gli contesta anche molto altro: per esempio la "mai abbastanza criticata soppressione della prescrizione", ma anche la riforma che ha allargato l'impiego delle intercettazioni, o "la ragnatela di norme" che favoriscono "il processo inquisitorio e la gogna mediatica".

Insomma, nella mozione Bonino-Costa affiora un'opposizione molto più diretta a Bonafede e alle politiche giudiziarie grilline. Vengono posti con forza tutti i temi del garantismo tradito dal governo giallo-rosso, che da sempre collegano Forza Italia, Italia Viva e +Europa, ma che dovrebbero contagiare anche buona parte del Partito democratico e della Lega. «La mozione», dice Costa, «è una risposta a tutto tondo alla politica giudiziaria di Bonafede, di cui non condividiamo praticamente nulla». Aggiunge Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa: «È un no alla sua politica confusa, improntata al populismo giudiziario e a un'idea panpenalista e manettara»

Il colpo più duro della mozione, però, arriva sulle nomine ministeriali governate da quello che, giorno dopo giorno, emerge come l'indecoroso mercanteggiare segreto tra le correnti della magistratura: proprio il tema, cioè, che negli ultimi giorni dà più guai a Bonafede, e che giovedì 14 maggio lo ha privato addirittura del suo capo di gabinetto, Fulvio Baldi. Baldi è stato costretto alle dimissioni per le intercettazioni depositate dalla Procura di Perugia nell'inchiesta per corruzione contro l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara. Dal telefonino sequestrato a Palamara continuano a uscire chat (raccontate quotidianamente da pochissimi giornali, in primis La Verità) che rivelano trattative fin qui coperte, ma anche scambi inconfessabili e trame oscure per piazzare nei "posti giusti" i candidati delle diverse correnti: trame che hanno coinvolto, tra gli altri, anche l'ex capo di gabinetto Baldi.
Anche per queste rivelazioni, la mozione Bonino-Costa accusa il guardasigilli di essere stato «incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine». E questa è forse la ferita più dura da sopportare per l'avvocato divenuto ministro grillino, perché proprio Bonafede aveva annunciato all'inizio del suo mandato una riforma del sistema elettorale del Csm «per sottrarlo allo strapotere delle correnti», e l'aveva anche confermata nel luglio 2019. Quella riforma, però, è poi letteralmente scomparsa all'orizzonte, mentre oggi – come sostiene la mozione Bonino-Costa - il ministero è in balia «di scontri e polemiche legate all'influenza delle correnti nelle nomine di magistrati».

Certo, a favore di Bonafede giocano poi altri elementi. Il Movimento 5 stelle, che è il partito di maggioranza relativa, non potrebbe accettare a cuor leggero la cacciata con infamia del suo capo-delegazione. E lo stesso Conte ha nei confronti del ministro della Giustizia un debito di riconoscenza che difficilmente non verrà messo all'incasso: Bonafede, infatti, era stato assistente volontario di Conte quando questi era docente di diritto, a Firenze, ed era stato proprio lui a presentarlo nel 2018 ai vertici grillini, indirizzandolo così a una fulminante e sorprendente carriera politica. È per questo se ci troviamo Bonafede in quel posto dal giugno 2018, ed è per questo se Conte lo scorso settembre l'ha confermato alla Giustizia, passando dalla maggioranza con la Lega a quella con il Pd. Certi legami sono più forti di mille mozioni di sfiducia.

Ovviamente, ci auguriamo di sbagliarci.

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