decaro
(Ansa)
Politica

Decaro si candida alle Europee. Ed ha usato il suo caso politico-giudiziario a proprio vantaggio

Per giorni la sinistra, oltre al diretto interessato, hanno parlato di giustizia ad orologeria. In realtà ad usare il caos sugli ispettori del Viminale è stato proprio il sindaco di Bari che si è regalato una montagna di visibilità e pubblicità insperata

Era il segreto di Pulcinella, una cosa certa, che il diretto interessato negava (o, meglio, rimandava a data da destinarsi) ma che tutti sapevano sarebbe diventata presto realtà. Antonio Decaro sarà candidato alle prossime elezioni europee per il Partito Democratico, come annunciato ieri da Elly Schlein in persona. Si, proprio lui; il Decaro al centro della polemiche, il Denaro in lacrime nell’aula del Consiglio comunale e che ripeteva di non pensare a Bruxelles perché «prima c’è da lavorare a Bari». Più che lavoro a quanto pare era un compitino da nulla dato che in pochi giorni ecco il via libera per la corsa al seggio di Strasburgo.

Quindi oggi sarebbe il caso di rivedere la domanda e soprattutto la risposta alla questione principale dall’inizio del caso del sindaco di Bari: se è stata giustizia ad orologeria è stata a vantaggio di chi?

Dal principio Decaro e tutta la sinistra hanno colpevolizzato ed attaccato il Ministro Piantedosi con questa semplice teoria: «mancano due mesi alle elezioni comunali ed ecco la macchina del fango contro il sindaco…». Teoria che da una parte ci ha favorevolmente colpito dato che negli ultimi 30 anni, quando le cose accadevano contro esponenti del centrodestra, per la sinistra la «giustizia ad orologeria non esisteva e non è mai esistita». Fa quindi piacere che si siano accorti di come a volte vanno le cose nei delicati equilibri magistrati-politici. Meglio tardi che mai.

La teoria però era in realtà campata per aria dato che tutti, Decaro e Schlein per primi, sapevano benissimo che a quelle elezioni comunali l’attuale primo cittadino non ci avrebbe mai partecipato essendo già stato deciso il suo destino altrove.

Così oggi possiamo finalmente dire che il famoso comizio-manifestazione di piazza di settimana scorsa non era un qualcosa creato per «difendere la città di Bari» da accuse infamanti ma si è semplicemente trattato del primo comizio pubblico del Decaro candidato alle europee che ha potuto così usufruire, e ne usufruisce anche oggi, di una visibilità che sarebbe stata impossibile avere senza tutto questo caos.

Il velo quindi è caduto. Ed ha svelato, oltre che il gioco politico, anche alcune cose che quantomeno mettono in discussione quella narrazione secondo cui Decaro sia uno dei migliori sindaci d’Italia (parola di Schlein) e Bari una città dove va tutto benissimo.

Abbiamo capito che esiste, non si sa a che titolo, un rapporto tra istituzioni e criminalità piuttosto particolare. Cosa confermata da un altro episodio venuto alla luce nell’inchiesta del febbraio scorso della Dda denominata «Codice Interno». Due vigilesse infatti, che si trovavano in pieno centro a Bari, sarebbero state pesantemente insultate da una persona a bordo di un auto. Invece però che agire di conseguenza, segnalando ai superiori l’accaduto denunciando il fatto con conseguente partenza di indagini le due si sono rivolte ad un uomo, fedelissimo (dice la Dda) del clan Parisi a cui avrebbero riferito modello e targa dell’auto. Morale: la vettura in questione venne rubata al proprietario poche ore dopo. Per i magistrati si sarebbe trattata di una punizione del clan dopo lo sgarro fatto alle due vigilasse. Nelle carte i pm evidenziano «il comportamento di assoluta riverenza assunto dalle due rappresentanti delle forze dell’ordine verso il clan Parisi da loro riconosciute come autorità (al posto dello Stato ndr)».

La verità sta nei fatti, non negli slogan. Ormai l’abbiamo capito.

TUTTE LE NEWS DI POLITICA

I più letti

avatar-icon

Andrea Soglio