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Politica

C'è tutta la crisi grillina nel duello Grillo-Conte

Lo scontro in atto tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte sta facendo emergere i problemi strutturali di un Movimento 5 Stelle sempre più in difficoltà

Intesa, stallo, rottura. Non è ancora esattamente chiaro quale esito avranno le fibrillazioni attualmente in corso nel Movimento 5 Stelle. Le complicate dinamiche in atto lasciano intravvedere tuttavia l'emergere di almeno tre problemi strutturali.

Innanzitutto troviamo la figura di Beppe Grillo. Il fondatore ha chiarito di non essere intenzionato a effettuare alcun passo indietro. Il che non appare certo come una novità. Sotto questo aspetto, la "tutela" di Grillo sul Movimento non è infatti mai venuta meno. Uno dei grandi problemi di questa forza politica è sempre stata la mancata "routinizzazione del carisma": anziché farsi a un certo punto da parte, lasciando che il Movimento camminasse autonomamente con le proprie gambe, Grillo ha in realtà continuato a esercitare un ruolo di primissimo piano, rivelandosi così il vero dominus di questo schieramento. Una circostanza emersa soprattutto nell'agosto del 2019, quando – a seguito della crisi del governo Conte 1 – il fondatore intervenne pesantemente a favore della formazione dell'esecutivo giallorosso. Approfittando quindi di un ruolo dai contorni poco chiari e dell'ambiguità di non detenere formalmente incarichi pubblici, Grillo ha mantenuto il proprio potere direttivo sull'agenda programmatica pentastellata e sulle strategie politiche del Movimento. Un potere a cui non vuole affatto rinunciare, come esemplificato dallo scontro in corso con Giuseppe Conte. Il fondatore teme infatti un ridimensionamento, ai suoi occhi inaccettabile. "Sono il garante non sono un cogl...", ha tuonato in tal senso ieri Grillo. "Ma perché mi devo sentir dire 'non ti devi occupare di comunicazione'? Ma come? Io ho fatto questo per tutta la vita", ha aggiunto.

Il secondo problema che emerge dalla crisi in atto è anch'esso ben noto. E chiama in causa l'assenza di un'effettiva consistenza politica da parte dello stesso Conte. La sua grande debolezza nel duello con Grillo affonda infatti le proprie profonde radici nel fatto che l'ex premier non sembri avere una linea, un'idea, una visione. Niente di niente. Chi rappresenta? Che cosa vorrebbe fare da capo effettivo del Movimento? Quali sono le sue priorità programmatiche? Non si capisce. E' d'altronde l'essenza stessa di questo duello a dirla lunga sullo stato concreto della visione di Conte: i due non si stanno facendo la guerra su questioni di programma (che so, politica economica, estera, valori di qualche tipo). No: lo scontro è tutto su beghe tecniche (come il numero di mandati) o di potere (chi deve comandare alla fine).

Per carità: che un forza politica abbia una leadership chiara è assolutamente necessario e non è certo questione di scarsa rilevanza. Tuttavia, nei partiti della tanto vituperata (soprattutto dai grillini) Prima Repubblica, lo scontro per la leadership era collegato a visioni politiche e programmatiche divergenti. Il potere e l'idea, per così dire, erano vincolati. Lo spettacolo che sta invece offrendo il Movimento 5 Stelle in questi giorni è una lotta di potere in cui l'idea non si limita a passare in secondo piano, ma addirittura scompare, eclissata da una girandola di parole vuote. Conte, da questo punto di vista, ha ben poco da dire. Catapultato improvvisamente alla presidenza del Consiglio nel 2018, si è riscoperto a fare tutto e il contrario di tutto negli anni della sua premiership. Vista la disinvoltura con cui ha cambiato idea su un imprecisato numero di questioni, è chiaro che ormai la sua capacità di rivelarsi un punto di riferimento sul piano politico e programmatico appaia fortemente compromessa. E a ricordare questa situazione all'ex premier è stato ieri lo stesso Grillo, quando ha dichiarato: "E' Conte che ha bisogno del Movimento 5 Stelle, non il contrario. A lui va detto che non conosce il Movimento". In soldoni gli ha, cioè, detto che politicamente non esiste.

Il terzo elemento da considerare è infine il ruolo dei parlamentari pentastellati. Nelle febbrili ore di ieri, le indiscrezioni hanno parlato di malumori e divisioni. Sembra ciononostante che il tutto si sia per così dire consumato dietro le quinte, perché – come detto – il centro della scena è stato interamente occupato dal duello tra Grillo e Conte. Ora, una tale situazione potrebbe essere dettata dalla volontà, da parte dei parlamentari, di non esporsi troppo in una fase così delicata (e non è d'altronde affatto da escludere che Luigi Di Maio punti ad avvantaggiarsi dalla faida tra il fondatore e l'ex premier).

Tuttavia, se la tattica risulta in un certo senso anche parzialmente comprensibile, si tratta comunque di un silenzio assordante. E' infatti assurdo che, sulle sorti di quella che è al momento la prima forza in parlamento, a farla – per così dire – da padroni siano due figure (Conte e Grillo) che da quello stesso parlamento sono fuori. Dov'è, in altre parole, la classe dirigente del Movimento 5 Stelle? Possibile che i parlamentari pentastellati (ma proprio tutti) non vedano anche solo l'eventualità di uscire dall'asfittica alternativa Conte-Grillo? E' possibile, sì. Perché una classe dirigente del Movimento di fatto non esiste. Perché la cultura politica latita. E perché questo schieramento è ormai diventato l'ombra di sé stesso, dopo le innumerevoli capriole degli ultimi anni. Se anche quindi si dovesse evitare una frattura, ciò avverrà non per ricomposizione dei dissidi ma – molto probabilmente – per arrivare (stancamente) a fine legislatura. La scatoletta di tonno, insomma, è scaduta. Da un pezzo.

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