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Politica

La Cina tifa per l'addio di Draghi

LA forza del premier dimissionario si è vista soprattutto nelle relazioni internazionali, soprattutto nei confronti di Pechino

Chi vuole la caduta di Mario Draghi? Qui la questione non è Conte, non il suo programma né la richiesta di un maggior confronto con le forze politiche, ma il dispiegarsi delle relazioni internazionali. Del governo Draghi si possono osservare due cose: sul piano interno non ha raccolto molto a livello di riforme, pur avendo gestito con ordine il processo di vaccinazione e migliorato i progetti del PNRR, ma sul fronte internazionale i risultati sono stati significativi.

Il prestigio di Draghi tiene a bada lo spread sui titoli italiani in un momento di difficoltà economica globale, ma soprattutto il Presidente del Consiglio ha radicato l’Italia in una prospettiva euro-atlantica. Il riferimento è alla guerra in Ucraina, con l’allineamento a Washington e il ritorno dell’Italia tra i “tre grandi” d’Europa sfruttando le debolezze dell’asse Franco-tedesco, ma anche e soprattutto all’innalzamento della sorveglianza verso la Cina. Nessun governo aveva mai fatto un uso così esteso del golden power per controllare gli investimenti del dragone e l’esecutivo ha anche innalzato il livello di difesa con la creazione di nuovi dipartimenti e agenzie per l’intelligence economica e la cyber sicurezza. Il governo, inoltre, dal momento dell’invasione russa in Ucraina è riuscito in poco tempo ad inaugurare una politica di diversificazione del gas e del petrolio che porterà in pochi anni allo sganciamento da Mosca.

L’Italia, grazie anche alla qualità delle sue aziende pubbliche, è stata tra i paesi più rapidi ed efficaci nel diversificare. Insomma, in un paese costretto a fare i conti con stringenti vincoli finanziari e di politica internazionale Mario Draghi è stato utile. E, soprattuto, non ha lasciato campo libero agli avversari del blocco occidentale come accaduto nei governi precedenti. Considerati i giochi di spie nella penisola e il radicamento delle potenze straniere, anche quelle autoritarie, questo esecutivo ha lasciato degli scontenti sul terreno.

Il più evidente è Giuseppe Conte, fin dal principio della sua carriera politica benevolo sia con i russi che con i cinesi. Ricordiamo gli aiuti, le forniture e le missioni dei due paesi nel corso della pandemia così come il memorandum per la via della seta e infine la posizione “pacifista” sull’Ucraina. Ciò non significa che nella scelta di Conte di non votare la fiducia al governo ci siano soltanto motivazioni di stampo internazionale, ma ci sono anche quelle. D’altronde, la stessa opinione pubblica italiana è divisa sulla guerra, una gran fetta è scettica verso l’ordine politica americano e dunque ci sono bacini dove in potenza pescare voti con un’offerta politica scettica verso la NATO e l’Occidente. Paradigmatico è anche l’atteggiamento dei piccoli partiti di sinistra - Leu, Articolo 1, Sinistra Italiana - da sempre simpatetici con Conte e caratterizzati da un forte anti-americanismo che oggi li spinge all’appeasement con Putin. Tutte queste forze, inoltre, condividono una postura ambientalista radicale che punta sulle energie rinnovabili come solare ed eolico. La componentisca di queste fonti di energia è quasi interamente nelle mani della filiera cinese che trarrebbe ulteriori benefici se politiche di questo genere venissero ampliate nei paesi occidentali.

Di recente, l’ex Presidente del Consiglio Massimo D’Alema è tornato, come accade da anni oramai, a parlare di Cina, ponendo il totalitarismo asiatico come punto di riferimento dell’ordine mondiale. Un altro segnale della solidità degli avamposti cinesi in Italia. Dunque, chi vuole la fine di Draghi? Tutti hanno sottolineato il godimento del Cremlino, rivendicato dalle dichiarazioni di Medvedev, ma anche a Pechino c’è qualcuno che ride. L’alleato più prestigioso e affidabile degli americani a Roma potrebbe essere presto soltanto un ricordo.

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