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Economia

Troppa Cina. E negli Usa si parla di stop all'auto elettrica

La posizione predominante su produzione, batterie e materie prime di Pechino (oltre all'inflazione in America) sta portando ad una riflessione sulla corsa all'elettrico

L'avanzata cinese nell'industria dell'auto elettrica è sempre più fonte di preoccupazione non solo tra i protagonisti del settore, ma anche a livello politico. Il rischio è che un'industria strategica come quella dell'automotive finisca, con il passaggio all'elettrico, sotto il controllo di un Paese verso il quale l'Occidente nutre un certo timore, per usare un eufemismo. Già in Europa assistiamo allo sbarco di case cinesi sotto le vesti di società europee acquisite, come Volvo o Mg, oppure usando marchi locali meno noti come Polestar, oppure ancora con brand totalmente cinesi come Byd o Nio. Ma accanto a questa ancora marginale presenza sul mercato, che fa leva su prezzi relativamente bassi e una buona tecnologia, c'è la sempre più evidente forza della Cina nella produzione di batterie e nel controllo delle materie prime necessarie per costruire gli accumulatori.

Una delle materie prime fondamentali per le batterie che usano le auto elettriche sono gli ioni di litio. "Le debolezze occidentali nelle catene di approvvigionamento degli ioni di litio rallenteranno l'adozione dei veicoli elettrici e dimostreranno il dominio della Cina sul mercato dei veicoli elettrici", avverte un rapporto di GlobalData, società di dati e analisi. Secondo questo rapporto, la produzione di vetture elettriche è destinata a salire a 12,76 milioni di auto all'anno entro il 2026, di cui oltre la metà proveniente dalla Cina. Daniel Clarke, analista di GlobalData, ha dichiarato al periodico americano Forbes che la Cina deteneva l'80,5% della capacità globale delle batterie agli ioni di litio nel 2020, e anche con i migliori sforzi degli Stati Uniti e dell'Unione europea, Pechino dominerà ancora il mercato con una quota del 61,4% nel 2026.

Il litio rappresenta circa il 7% del costo totale di una batteria che a sua volta è il componente più costoso dell'auto elettrica. A livello naturale il litio è relativamente abbondante e si trova in molti paesi. Attualmente ci sono grandi operatori industriali in Australia, Cile, Argentina, Bolivia, Cina, Brasile, Zimbabwe e Portogallo, che producono litio. Gli esperti però sostengono che ci sono dei colli di bottiglia nei processi di conversione necessari per produrre il litio utilizzabile. Gli impianti impiegano anni per raggiungere la piena produzione e questo, combinato con l'accelerazione della domanda, significa che le forniture rimarranno insufficienti e i prezzi alti.

Oltre al litio, nelle batterie servono anche grafite, manganese, nichel, cobalto. Nel 2018, le società cinesi possedevano metà delle più grandi miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, fonte della maggior parte della fornitura mondiale di quel metallo.

In un articolo uscito nei giorni scorsi sul New York Times, Steve LeVine, direttore di The Electric, pubblicazione specializzata su batterie e veicoli elettrici, ha ricordato che "nell'ultimo decennio, la Cina ha accumulato la maggior parte della capacità mondiale di elaborare i metalli che fanno funzionare le batterie agli ioni di litio, il cuore della rivoluzione dei veicoli elettrici. È questa capacità che mette la Cina al comando nella corsa per il futuro, mentre l'America rimane sempre più indietro".

LeVine sottolinea che in Cina le società sostenute dallo Stato si sono assicurate una fornitura affidabile dei metalli grezzi e degli elementi necessari per le produzione di batterie per veicoli elettrici. Solo negli ultimi tre anni e mezzo, le aziende cinesi sono state i maggiori acquirenti internazionali di risorse di litio. Secondo LeVine, la Cina possiede ora circa il 90% della capacità globale di elaborare il litio grezzo, circa il 70% del cobalto e il 40% del nichel. La Cina avrebbe anche quasi tutta la capacità di raffinazione del manganese e della grafite. "Gli Stati Uniti possono sperare di recuperare il ritardo?" si chiede LeVine. "Negli ultimi mesi, General Motors , Stellantis e Toyota hanno annunciato piani per costruire enormi fabbriche di batterie in Nord America. Ford ha affermato che, insieme al suo partner sudcoreano, entro il 2025 costruiranno tre impianti di batterie negli Stati Uniti con una capacità sufficiente per equipaggiare un milione di veicoli elettrici all'anno. Ma nessuno sembra sapere esattamente come controllerà la catena di approvvigionamento delle batterie e dove otterrà i materiali necessari, come il cobalto e il manganese".

Un allarme simile è stato lanciato da Ivan Glasenberg, amministratore delegato della società mineraria Glencore: in un'intervista al Financial Times riportata sul sito Energiaoltre ha dichiarato che le case automobilistiche occidentali sarebbero ingenue se pensassero di poter fare sempre affidamento sulla Cina per le forniture di batterie per i veicoli elettrici.

Al contrario, l'industria automobilistica in Europa e negli Stati Uniti rischia di restare indietro rispetto a quella cinese se non si garantirà forniture adeguate di cobalto. Glasenberg sostiene che le aziende cinesi abbiamo colto in fretta la vulnerabilità delle loro filiere e si siano per questo garantite l'accesso a grandi quantità di cobalto nella Repubblica democratica del Congo. "Le aziende occidentali non lo hanno fatto. O non credono che questo sia un problema, oppure pensano che riceveranno sicuramente le batterie dalla Cina", ha detto Glasenberg. "Ma che succede se questa cosa non dovesse accadere e i cinesi dicessero che non esporteranno batterie, ma veicoli elettrici?" Dunque investire nell'approvvigionamento di materie prime è "un'ottima idea" per le case automobilistiche. "Se guardi storicamente, Henry Ford lo fece. Vincolò la sua filiera, sia che si trattasse di piantagioni di gomma o di forniture di ferro in Brasile".

Per evitare che la Cina diventi padrona dell'auto del futuro le case occidentali devono premere l'acceleratore non solo sulla costruzione di fabbriche di batterie, la famose gigafactory, ma devono anche preoccuparsi di controllare l'intera catena di approvvigionamento. Oppure, e sarebbe forse questa la soluzione ideale, la scienza potrebbe mettere a punto batterie di nuova generazione, allo stato solido, che non facciano uso di quei materiali come cobalto o litio dove la Cina ha allungato le sue mani, e che aprano nuovi orizzonti di sviluppo meno impattanti sull'ambiente e sugli equilibri geopolitici. La corsa è iniziata da tempo e i risultati potrebbero arrivare molto presto. Incrociamo le dita.

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