US President Donald J. Trump travels to Florida
Esteri

Perché Trump vuole cancellare l’accordo sul nucleare iraniano

Oltre che annullare la più importante conquista di Obama in politica estera, potrebbe puntare su un collasso dell'Iran e un successivo cambio di regime

Donald Trump ha dunque deciso, come previsto, di togliere la "certificazione" del rispetto da parte dell'Iran delle clausole dell'accordo sul nucleare.
Ora il Congresso ha 60 giorni per decidere se imporre di nuovo le sanzioni all'Iran, che erano state tolte dopo che Teheran aveva accettato di far marcia indietro nel suo programma di sviluppo nucleare, in base all'accordo fortemente voluto da Obama nel 2015.
In questo articolo, pubblicato la prima volta il 21 settembre 2017, spieghiamo significato, implicazioni e possibili conseguenze della scelta di Trump:

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, dopo il discorso al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite in cui ha tuonato contro la Repubblica Islamica dell’Iran, spariglia le carte e pare rimettere in discussione l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, che fu il punto più alto raggiunto in politica estera dal suo predecessore, Barack Obama.

Come noto, durante l’Amministrazione Obama la Casa Bianca promosse una road map di progressivo ravvicinamento a Teheran, che si è poi concretizzata nel parallelo disimpegno delle truppe americane dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale, e nella promozione di un’apertura internazionale al governo degli Ayatollah.

La mossa di Obama è costata però molto all’America: se da una parte gli ha assicurato una de-escalation nucleare nella regione, dall’altra gli ha però alienato le simpatie di storici alleati come Israele e Arabia Saudita, permettendo alla Russia di interporsi quale potenza di riferimento in quel quadrante geopolitico.

Obama e l’accordo di non proliferazione nucleare

A Barack Obama la strada per il successo dell’accordo era stata preparata già da tempo, sin da quando nel 2013 il regime iraniano favorì l’ascesa di Hassan Rouhani alla presidenza.

Il successo fu infine còlto dagli Ayatollah il 14 luglio del 2015, giorno della storica firma dell’accordo sulla proliferazione nucleare (JCPOA), che ha aperto il paese a nuovi investimenti stranieri.

Ma questo ha offerto al regime iraniano l’occasione per farsi più aggressivo non solo nelle politiche economiche ma anche in quelle securitarie.

Vedasi la guerra civile in Siria e Iraq, dove Teheran ha schierato le proprie truppe al fianco dei governi sciiti, per contrastare le milizie sunnite che tuttora mettono a repentaglio l’ambizione iraniana di dominare il Medio Oriente che verrà.

In definitiva, come molti altri paesi non democratici - vedi la Corea del Nord - la proliferazione nucleare è servita agli Ayatollah quale arma di ricatto internazionale, strumentale a ottenere obiettivi non di tipo militare, ma di stampo politico-economico.

Potremmo affermare che minacciare il mondo con un’arma nucleare è uno strumento molto efficace per attirare attenzione su di sé.

Era proprio questo lo scopo di Teheran, che difatti ha ottenuto esattamente ciò che voleva da parte del “5+1”, cioè dei paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (UK, Francia, USA, Russia e Cina più Germania): l’allentamento delle sanzioni economiche.

In cambio, ha dovuto soltanto acconsentire all’accesso illimitato degli ispettori dell’Aiea (Agenzia internazionale per l'energia atomica) e alla riduzione di due terzi delle centrifughe che - insieme al taglio delle scorte di uranio arricchito, funzionali alla fabbricazione dell’arma atomica - allungano a un anno il tempo necessario per produrre materialmente un ordigno nucleare.

Non molto, in effetti. E c’è chi, come Israele, ne teme le conseguenze.

Cosa vuole Donald Trump

Ora, il discorso di Trump all’Onu sulla crisi con l’Iran è stato in parte chiaro e in parte criptico. Politicamente, è evidente che non conviene a nessuna delle parti in causa smantellare ex abrupto l’accordo con l’Iran.

Tuttavia, il tagliando è in scadenza il prossimo 15 ottobre, e nelle intenzioni dell’Amministrazione Trump c’è all’orizzonte la volontà di una bocciatura della certificazione.

Cosa che costringerebbe il Congresso americano a valutare entro Natale se reintrodurre le sanzioni cancellate in base all’accordo (il governo, infatti, da solo non può farlo).

La Casa Bianca è consapevole delle difficoltà nell’utilizzare l’opzione snap back - cioè il ritorno a un situazione precedente - in assenza di una palese violazione dell’accordo da parte iraniana.

Tuttavia Trump, da scaltro imprenditore qual è, si è imposto l’obiettivo di rinegoziare in qualsiasi modo quell’accordo, per compiacere i propri alleati nella regione mediorientale, in ossequio al viaggio della scorsa primavera in Arabia Saudita e Israele, quando Washington ha suggellato la ritrovata consonanza di obiettivi geopolitici tra questi paesi.

Collasso interno dell'Iran

Così, nel suo discorso all'Onu il presidente ha solo apparentemente voluto riportare le lancette dell’orologio ai tempi di Bush Jr e Ahmadinejad, quando cioè la retorica era ancora l’unica strategia di comunicazione tra Stati Uniti e Iran, e quando le relazioni bilaterali erano all’impasse.

Mentre Trump, oltre a distruggere tutto ciò che porta la firma di Obama, punta forse a un obiettivo più sottile e di lunga scadenza: il collasso interno dell’Iran.

Il grimaldello del referendum curdo

Non deve, infatti, sfuggire all’analisi una particolare frase pronunciata dal presidente al Palazzo di Vetro: "Oltre alla vasta potenza militare degli Stati Uniti, i leader iraniani temono i loro stessi cittadini" ha detto Trump.

Il riferimento implicito è a una possibile “primavera persiana” di là da venire. Sembra di scorgere, in queste parole sibilline, il seme della volontà americana di sobillare dall’interno l’Iran, attraverso una sollevazione popolare contro il regime oppressivo e antidemocratico degli Ayatollah.

Un obiettivo di lunga scadenza, certo. Ma che potrebbe prendere corpo già all’indomani del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Che il 25 settembre prossimo dichiarerà la propria indipendenza de facto da Baghdad, creando probabilmente un terremoto politico.

Sull’onda di questo fatto epocale, un domani non lontano potrebbero volere la stessa cosa anche i curdi iraniani: circa sette milioni di persone, di cui la metà sunniti, oggi relegati ai margini della società iraniana e spesso vittime di pesanti discriminazioni.

Dunque, chi vuole un regime change in Iran, potrebbe decidere di soffiare sulla bandiera dell’indipendentismo curdo per gonfiare le rivendicazioni di quanti tra la popolazione iraniana non vedono con favore il regime degli Ayatollah.

Sarà anche per questo che Washington lavora a un’alleanza militare sempre più stretta con i curdi siriani e iracheni? E che, nonostante le parole e la politica ambigue, di fatto sostiene - così come Israele - il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno?

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