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Iraq: il referendum per il Kurdistan indipendente

Nelle province di Erbil, Dahuk e Sulaimaniya e in altre aree controllate dai peshmerga. Soluzione possibile? Confederazione

In Iraq, nel clima di tensione diplomatica tra Baghdad ed Erbil, si è svolto il 25 settembre il referendum sull’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan iracheno.

Al premier iracheno Haider Al Abadi, che aveva bollato come “incostituzionale” la consultazione popolare, ha risposto il presidente del Kurdistan iracheno Massoud Barzani, storico leader del Partito democratico del Kurdistan (PDK).

In un’intervista rilasciata all’emittente britannica BBC Barzani non ha lesinato parole dure nei confronti del governo centrale iracheno. “Se non riconosceranno l’esito del referendum - ha dichiarato - tracceremo in modo unilaterale e autonomo i confini del nostro futuro Stato”.

Dichiarazioni pesanti che hanno surriscaldato la situazione specie in quelle città controllate dalle milizie curde peshmerga ma la cui amministrazione è rivendicata da Baghdad.

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(Foto STRINGER/AFP/Getty Images) Peshmerga curdi iraniani del Kurdistan Democratic Party-Iran (KDP-I) celebrano il funerale di un loro compagno ucciso in un bombardamento a Koysinjaq, nella regione autonoma curda in Iraq, 21 dicembre 2016

I pozzi petroliferi di Kirkuk

È il caso di Kirkuk, popolata non solo da curdi ma anche da nutrite comunità di arabi e turcomanni. “Se qualcuno proverà a cambiare la realtà di Kirkuk con la forza - ha puntualizzato Barzani - dovrà aspettarsi che ogni singolo curdo sarà pronto a combatterlo”.

Il perché dell’accento posto da Barzani su Kirkuk rimanda ai pozzi petroliferi che si trovano in quest’area.

Pozzi che fanno gola non solo al governo centrale iracheno ma anche all’Iran, che alle porte del Kurdistan iracheno, nella parte centro-settentrionale dell’Iraq, coordina sul terreno le milizie sciite Hashd al-Shaabi impegnate nella guerra contro le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico.

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In questa mappa dell’International Conflict Research le aree nelle quali i curdi risiedono e governano: in rosso le zone di insediamento; in verde il Kurdistan Regional Government (Iraq) e in giallo il Kurdistan siriano, Rojava.

Il giorno della verità

In questo stato di agitazione i curdi (il quarto gruppo etnico più numeroso del Medio Oriente, tra il 15 e il 20% dei 37 milioni di abitanti dell’Iraq), si sono recati alle urne nelle tre province che compongono la regione del Kurdistan iracheno - Erbil, Dahuk e Sulaimaniya - e in aree poste all’esterno dell’amministrazione regionale controllate però dalle milizie peshmerga - Kirkuk, Makhmour, Khanaqin e Sinjar.

Con l’obiettivo di smorzare i toni e attirarsi appoggi internazionali, i funzionari del governo regionale del Kurdistan iracheno hanno dichiarato che un’eventuale vittoria del sì non porterebbe automaticamente alla dichiarazione dell’indipendenza da Baghdad.

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I curdi in Medio Oriente, 2014 (Council on Foreign Relations/Cia World Factbook 2014)

Negoziati

Il sì, semmai, verrà utilizzato da Erbil per presentarsi con un peso maggiore ai futuri negoziati con il governo centrale, nel momento in cui sul tavolo delle trattative verranno poste le tre questioni centrali della contesa:

  • la definizione dei confini del Kurdistan iracheno,
  • la distribuzione dell’acqua
  • e, soprattutto, la ripartizione delle risorse petrolifere.

È una versione che, però, non può reggere: se il Kurdistan iracheno otterrà l’indipendenza, l’effetto domino sulle altre regioni a maggioranza curda in Medio Oriente (Siria, Turchia e Iran) sarebbe immediato con rischi di contagio concreti soprattutto per Ankara.

Possibile una soluzione confederale?

Diversi analisti sostengono però che, almeno nella fase immediata successiva al referendum, Baghdad ed Erbil potrebbero trovare un compromesso convergendo su una formula confederale: due Stati separati - Iraq e Kurdistan iracheno - ma uniti in una confederazione.

Ciò consentirebbe soprattutto al Kurdistan di ridefinire da una posizione di parità i rapporti politici, economici e militari che lo legano all’Iraq, evitando così in futuro di finire ciclicamente per essere sottomesso agli interessi di Baghdad: “alleato” quando la sicurezza nazionale è minacciata da forze estremiste sunnite, come lo Stato Islamico; “competitor” quando si parla di petrolio; “minoranza” da schiacciare quando gli sciiti (circa il 60% in Iraq) si trovano in una posizione predominante (i curdi non hanno dimenticato le feroci repressioni subite ai tempi di Saddam Hussein al potere).

La soluzione confederale potrebbe essere strutturata secondo questi punti:

  • Il Kurdistan iracheno potrebbe vendere petrolio e gas ai partner esteri senza dover interpellare il governo centrale di Baghdad (cosa che, di fatto, avviene già da anni soprattutto con la Turchia);
  • Erbil e Baghdad troverebbero un accordo per porre fine alle controversie sulla definizione dei rispettivi confini, in particolare in riferimento ai territori di Kirkuk, Niniveh, Diyala e Salahaddin, le aree oggetto di contesa;
  • Al Kurdistan iracheno verrebbero destinati finanziamenti per la sua difesa (il che gli permetterebbe di emanciparsi, almeno in parte, dai suoi sponsor militari esteri, USA in testa). Inoltre il Kurdistan iracheno potrebbe avere una politica estera autonoma ottenendo per i suoi rappresentanti lo status diplomatico;
  • In cambio, Baghdad otterrebbe l’appoggio incondizionato delle milizie peshmerga nella lotta contro i gruppi terroristici;
  • La soluzione confederativa garantirebbe a Baghdad l’accesso diretto alla Turchia e la possibilità di usufruire delle fonti idriche che attraversano il Kurdistan iracheno.

Il ruolo decisivo degli Usa

Come accade ininterrottamente da decenni a questa parte, alla fine però a porre l’ultima parola sul futuro dell’Iraq saranno inevitabilmente gli Stati Uniti. È un fatto noto che i piani d’indipendenza del Kurdistan iracheno siano osteggiati dall’Amministrazione americana.

Pur considerando i peshmerga un alleato solido nella guerra contro lo Stato Islamico in Iraq, gli USA temono che una frammentazione dell’Iraq in questo momento (con circa un terzo del territorio nazionale che finirebbe totalmente fuori dal controllo del governo di Baghdad) potrebbe destabilizzare ulteriormente la situazione irachena e dare ossigeno alla resistenza jihadista.

Inoltre, e questa è la preoccupazione maggiore degli americani, un Kurdistan iracheno pienamente autonomo implicherebbe inevitabilmente un’ulteriore crescita dell’influenza iraniana in Iraq.

Non è un caso che Teheran, al fine di raggiungere i suoi scopi nella guerra siro-irachena (espandere il proprio potere lungo l’asse che attraversa Baghdad, Damasco e Beirut, per raggiungere il Mediterraneo), non si sia opposta al referendum del 25 settembre e potrebbe accettare anche la prospettiva di un Kurdistan siriano (la cosiddetta Rojava) autonomo.

La palla torna dunque tra i piedi degli Stati Uniti.

Da quest’estate Washington ha aumentato le pressioni per ottenere quantomeno lo slittamento del referendum minacciando i vertici del Kurdistan iracheno di sospendere i sostegni militari destinati ai peshmerga nella lotta contro Isis, che hanno permesso di addestrare, armare e pagare gli stipendi dei soldati curdi.

A metà agosto è arrivato l’ultimatum del portavoce del Pentagono Eric Pahon: “Dal 2014 centinaia di milioni di dollari sono stati consegnati ai peshmerga. Ma il Pentagono è pronto a non fornire più”.

Il pressing però evidentemente non è bastato per ottenere il posticipo del referendum.

Il 25 settembre il Kurdistan iracheno sceglierà contro a quale destino andare.

Ma, una volta ottenuta l’indipendenza, potrebbe trovarsi al suo fianco qualche alleato in meno rispetto a quelli su cui può contare oggi.

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