La vittoria di Rouhani, il più moderato dei riformisti
La vittoria di Rouhani, il più moderato dei riformisti
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La vittoria di Rouhani, il più moderato dei riformisti

Khamenei si dimostra lungimirante e ancor di più il popolo iraniano, che affolla i seggi per il voto ed elegge il più moderato tra i conservatori. Esponente del clero sciita, potrebbe riformare il rapporto con l’Occidente

Chissà quanti in Iran ventiquattro ore fa pensavano a una vittoria serena al primo turno, dopo le contestazioni che seguirono l’ultima vittoria di Ahmadinejad. Eppure, il lungimirante ayatollah Ali Khamenei, che aveva chiamato alla “prova di fiducia” del suo Paese, è stato accontentato: si è conclusa con un trionfo e senza il bisogno del ballottaggio la cavalcata di Hassan Rouhani, considerato il candidato più moderato all’interno della rosa di conservatori scelta dall’ayatollah, attraverso il Consiglio dei Guardiani.

La notizia è stata comunicata poco fa dal ministro degli Interni, Mostafa Mohammad Najjar. Rouhani ha ottenuto il 50,68% dei voti, pari a 18,6 milioni di schede. Hanno votato in tutto 36,7 milioni di cittadini iraniani aventi diritto, pari al 72,7% dell’elettorato.

Il distacco dagli altri cinque candidati è stato siderale. I due principali favoriti di queste elezioni, il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf e il negoziatore per il nucleare Said jalili, si sono, infatti, fermati rispettivamente al 16,56% e all’11,36%, seguiti dal leader dei pasdaran Mohsen Rezaei (10,58%), dal consigliere per gli affari internazionali della Guida Suprema, Ali Akbar Velayati (6,18%) e dall’indipendente Mohammad Gharazi (1,22%).

Rouhani ha dato dimostrazione del suo pragmatismo una  volta di più. Conservatore e appartenente al clero sciita, ha 64 anni e, sotto la presidenza di Mohammad Khatami tra il 2003 e il 2005, è stato negoziatore per il dossier nucleare: è ricordato positivamente dalla diplomazia internazionale per aver concordato in quegli anni con Francia, Gran Bretagna e Germania una moratoria dell’arricchimento dell’uranio e l’applicazione del protocollo addizionale al Trattato di non proliferazione nucleare.

Sino a ieri, il presidente in pectore era a capo del centro di ricerca del Consiglio per i pareri di conformità, organismo presieduto da Akbar Hashemi Rafsanjani, a cui il Consiglio dei Guardiani della Costituzione un mese fa aveva impedito di partecipare alle elezioni, formalmente per questioni d’età.

Per vincere, Hassan Rouhani ha puntato su due mosse che, a conti fatti, si sono rivelate fondamentali: anzitutto, ha optato per una campagna elettorale equilibrata, mettendo da parte il verde della rivoluzione di Hossein Moussavi - soffocata da una violenta repressione alle elezioni del 2009 - in favore del viola e di un simbolo a forma di chiave, a sottolineare che sarebbe stato lui l’uomo giusto per scardinare i problemi cui è ancora incatenato il Paese, come quello macroscopico dell’embargo, ad esempio.

Il jolly, invece, le forze riformiste e moderate lo hanno riservato a soli tre giorni dal voto, quando grazie al passo indietro di Mohamed Reza Aref, candidato appartenente alla stessa area di Rouhani (e che gli avrebbe potuto togliere dei voti), i cittadini indecisi hanno ricevuto un’indicazione chiara verso dove sarebbero dovuti convergere i loro voti.

Rouhani, pur essendo esponente del clero, è un’espressione dell’ala moderata dei conservatori. Inoltre, è un convinto riformista e si è presentato come l’unica alternativa al polo degli ultra-tradizionalisti, riuscendo a vincere inaspettatamente al primo turno, anche grazie a un’affluenza altissima. In linea con quanto fatto dai suoi predecessori (Rafsanjani e Khatami, non certo Ahmadinejad, dal quale riceve una pesante eredità), potrebbe varare un esecutivo trasversale e pluralista.

Ha infatti promesso al popolo maggiori libertà sociali, rivolgendosi anche alle donne e garantendo aperture nei confronti dell’Occidente. Per ridare ossigeno all’economia – agonizzante per via dalle sanzioni comminate all’Iran dalla comunità internazionale per il programma nucleare, vera e propria bandiera sventolata per dieci anni dal presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad - Rouhani dovrà rivedere l’intransigenza iraniana sull’arricchimento. Questo tema e la posizione che l’Iran andrà ad assumere nel conflitto siriano, sono le due prime prove che attendono il nuovo presidente. Washington e il resto del mondo stanno già aspettando di capire quali saranno le sue prime mosse.

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