25 aprile
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L'integrazione fallita del filo palestinese del 25 aprile che non sa l'italiano

Il giovane denunciato per le violenze contro la Brigata Ebraica viene intervistato dal Tg1 e dimostra di non conoscere la nostra lingua...

C’è una cosa che mi ha colpito degli scontri alla manifestazione di Milano del 25 aprile, con quel gruppo di ragazzi che hanno attaccato con une violenza inaudita i rappresentanti della Brigata Ebraica. Il Tg1 infatti è riuscito a rintracciare ed intervistare uno dei denunciati, il più violento e pericoloso. «Non mi pento…» ha detto al microfono del giornalista che gli ha chiesto le ragioni del suo gesto.

A colpirmi non è la sua opinione e nemmeno l’ignoranza (il ragazzo dovrebbe sapere che all’epoca della seconda guerra mondiale i musulmani filo palestinesi stavano con Hitler contro gli ebrei…, insomma erano nazisti); a colpirmi non è stato il mancato pentimento e neanche l’arroganza davanti alla telecamera. A colpirmi è stato il fatto che il giovane in questione, 16 anni, non sa parlare in italiano.

L’intero dialogo è infatti andato avanti a spizzichi e bocconi, con mezze parole e frammette spiegate per lo più a gesti delle meni e del capo che nella corretta lingua di Dante.

Questo ragazzo è uno di quelli che il mondo di oggi in maniera del tutto politically correct viene definito «italiano di seconda generazione», cioè un ragazzo figlio di una coppia di nordafricani nato in Italia. Ed allora come mai in 16 anni non è ancora riuscito ad imparare quella che è la sua lingua, essendo lui prima di ogni cosa un «italiano»? Cosa c’è dietro a questa differenza lessicale? perché l’arabo il ragazzo lo parla bene, benissimo.

La spiegazione è semplice, e ci racconta ancora una volta come non basti nemmeno un documento per definire il termine «integrazione». Quel ragazzo, assieme a decine, centinaia di altri che a Milano sono ormai protagonisti episodi di violenza sempre più duri e frequenti… non si integrano perché non vogliono integrarsi. Non si integrano perché non si sentono italiano. Di italiano hanno solo la residenza e la casa, per il resto la vita di cui si circondano è identica a quella che avrebbero avuto nel paese natio dei loro genitori; si sentono fortemente musulmani, si sentono nemici, anzi, sentono spesso i ragazzi italiani come dei nemici. Una cosa che ci hanno raccontato le mamme della famosa scuola di Pioltello, quella chiusa per la festa del Ramadan: «Sono aggressivi verso i nostri figli…» ci hanno detto in maniera ovviamente anonima e nascosta per non incorrere nella rabbia ed in ritorsioni di questi Italiani di Seconda Generazione.

Certo, non tutti sono così. Ci sono anche giovani, ragazzi e ragazze pronti ad abbracciare in tutto l’Italia, mantenendo ovviamente un legame con la cultura originaria della loro famiglia ma che vedono nel nostro paese un alleato, un’occasione per avere una vita migliore possibile. Ma è altrettanto vero che la maggioranza di questi adolescenti non veda l’Italia e gli italiani come amici.

E lo sappiamo benissimo anche noi, anche quelli che li difendono sempre e comunque che, sentendosi in difficoltà, concedono di tutto di più, arrivando a mettere la nostra cultura in secondo piano, in nome dell’accoglienza.

Che quel ragazzo, con la faccia e l’atteggiamento di sfida, è evidente che non vuole dato che non si sente italiano e non vuole esserlo.

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Andrea Soglio