Spettro islamista per il nuovo Egitto
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Spettro islamista per il nuovo Egitto

Nuove e vecchie milizie jihadiste in campo contro l’esercito del Cairo: l'analisi

Il copione non è certo nuovo. In tutti i Paesi interessati dalla cosiddetta primavera si sono inseriti o rafforzati (se già presenti) gruppi terroristici legati ad al-Qaeda o dirette emanazioni della rete fondata da Osama bin Laden e guidata oggi da Ayman al Zawahiri e l’Egitto non sembra costituire un’eccezione. Pochi giorni dopo il golpe dei militari che ha rovesciato il presidente Mohamed Morsi nel turbolento Sinai è nato un nuovo gruppo insurrezionale battezzato Ansar al –Sharia  (lo stesso nome dl movimento jihadista che l’11 settembre scorso distrusse il consolato americano a Bengasi e di altri movimenti analoghi attivi in Tunisia e Yemen) che ha dichiarato di considerare la deposizione di Morsi “una dichiarazione di guerra contro l'Islam in Egitto" annunciando l’avvio della lotta armata.

In un comunicato postato su un sito estremista di gruppi che operano nel Sinai e rilevato dal sito di monitoraggio di intelligence Site , la neonata formazione accusa laici, sostenitori di Hosni Mubarak, copti cristiani e militari di voler trasformare il Paese "in un mostro crociato e secolare". Ansar al-Sharia si dichiara contro la democrazia e a favore della sharia e ha fatto sapere che aiuterà i musulmani a "a fermare gli attacchi e a difendere la religione".

Nel Sinai, provincia già ampiamente fuori controllo e dove le autorità militari hanno blindato l’area settentrionale di el-Arish, non mancano certo i gruppi estremisti  macchiatisi negli anni scorsi di attentati contro installazioni turistiche sul Mar Rosso. Le tribù beduine della Penisola, da sempre riottose nei confronti del Cairo, offrono ampia copertura ai jihadisti e sono attive in numerosi traffici illeciti che riguardano droga, immigrati clandestini verso Israele e armi dirette a Gaza.
I territori palestinesi contribuiscono non poco alla destabilizzazione del Sinai dal momento che a Gaza sono presenti da anni cellule qaediste mentre nell’attuale situazione Hamas non potrà rifiutare il suo appoggio ai Fratelli Musulmani egiziani, ideologicamente gemelli del partito/milizia palestinese.

Negli ultimi giorni attacchi condotti da miliziani in Sinai hanno provocato la morte di sette soldati e un prete copto nonché l’ennesimo attentato (l’undicesimo dalla caduta di Mubarak) contro il gasdotto diretto in Giordania e Israele. Attacchi nei quali sembrano coinvolti anche i salafiti del gruppo Majlis Shura al Mujahidin  che in aprile rivendicarono il lancio di razzi sul porto israeliano di Eilat. Il movimento salafita ha sempre utilizzato le sue basi in Sinai per colpire Israele ma ora sembra muoversi militarmente anche contro le forze egiziane. La mobilitazione dei salafiti  contro i generali del Cairo sembra del resto inevitabile soprattutto dopo la rinuncia del partito salafita Nour a partecipare ai colloqui per la nascita di un nuovo governo. Non è un caso che Gerusalemme abbia chiuso un occhio (o abbia dato un tacito consenso) di fronte all’arrivo di ingenti forze corazzate egiziane in Sinai per far fronte agli attacchi dei miliziani nonostante gli accordi di pace di Camp David vietino al Cairo di schierare unità pesantemente armate nella Penisola.  Gli elementi di destabilizzazione non mancano e probabilmente non resta molto tempo per evitare che l’Egitto sprofondi in una guerra civile che assomiglierebbe a quella che ha sconvolto l’Algeria o che insanguina  da due anni la Siria.

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