Corea del Nord: così Cina e Onu lavorano per tenere aperto il dialogo

Pechino propone lo stop ai test e nomina un nuovo inviato a Pyongyang, ma Washington e Seul sono indecisi su un ipotetico compromesso

Kim Jong-un

Il leader della Corea del Nord Kim Jong-un in una celebrazione dell'85° anniversario all'aeroporto di fronte orientale, in una foto rilasciata il 26 aprile 2017. – Credits: STR/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Che dialogare con la Corea del Nord non sia una cosa facile non è certo una novità. Farlo oggi è ancora più complesso, vista l'escalation di tensioni che fino a una manciata di ore fa sembrava aver portato la penisola coreana sull'orlo di un conflitto nucleare. Sembrava, appunto, perché finalmente qualche segnale di distensione è arrivato, a dimostrazione di quanto, dietro le quinte, le diplomazie di tutte le nazioni coinvolte in questa crisi non abbiano mai smesso di lavorare.

Una crisi tra attori razionali

A dispetto delle apparenze e di una retorica particolarmente violenta, gli attori coinvolti in questa crisi agiscono tutti in maniera razionale, vale a dire perseguendo uno specifico interesse o obiettivo. Per quanto in talune situazioni sia stato difficile comprendere come la minaccia di un attacco potesse favorire il raggiungimento di un determinato risultato, la consapevolezza di dialogare con attori razionali ha un grande vantaggio: quello di mantenere aperto il canale del confronto diplomatico.

Il ruolo della Cina

Le prime avvisaglie sul fatto che dietro le quinte qualcosa stesse cambiando sono arrivate dalla Cina, quando Pechino ha rilanciato ufficialmente in un editoriale del People's Daily l'ipotesi della "doppia sospensione", una manovra che impegnerebbe Stati Uniti e Corea del Sud a sospendere ogni attività militare nell'area, esercitazioni congiunte incluse, e la Corea del Nord a interrompere i test missilistici e nucleari.

Un nuovo ambasciatore

La Cina è poi andata oltre, cercando di modificare anche gli equilibri della sua squadra diplomatica attiva in Corea del Nord. Consapevole che sotto la guida di Wu Dawei, l'uomo dei six-party talks, il dialogo con Pyongyang ha subito parecchie battute d'arresto. Probabilmete non solo per colpa dell'ex leader Kim Jong-il. E così il 71enne famoso per la sua arroganza, è stato mandato in pensione, e sostituito da Kong Xuanyou. Una scelta certamente non casuale, visto che si tratta di un cinese di origini coreane, che oltre a poter dialogare in coreano con i suoi interlocutori asiatici (e americani, dal momento che anche gli Stati Uniti hanno nominato ad ottobre un coreano come nuovo inviato speciale per la Corea del Nord, Joseph Yun), per il semplice fatto di essere un interlocutore "nuovo" potrebbe imprimere una svolta al modello di interazione attuale.

Stati Uniti e Corea del Sud

L'atteggiamento di Washington e Seul è oggi più interdipendente che mai, ma contraddittorio. Se da un lato è stato organizzato un concerto di musica pop a due passi dal confine per promuovere la "diplomazia culturale", la Corea del Sud ha annunciato di volersi mettere al sicuro entrado in possesso di "una quantità di testate nucleari sufficiente per garantire la sicurezza della nazione". Che cosa voglia dire in realtà non è chiaro, ma di certo un annuncio del genere non può essere letto come distensivo. Lo stesso vale per l'impegno confermato da entrambe le nazioni in merito alle esercitazioni militari congiunte in programma per fine agosto (le stesse che la Cina aveva invitato a cancellare) e al completamento dell'installazione del sistema anti-missilistico Thaad, che la Cina ha sempre condannato. Come se non bastasse, pur avendo sottolineato come "la guerra non sia imminente", gli americani avrebbero confermato di essere pronti ad utilizzare la "carta militare" qualora le sanzioni economiche dovessero fallire.

Tra retorica e realtà

Eppure, se si va oltre la guerra di parole, anche senza fare riferimento soltanto alla Cina, qualche passo avanti è stato fatto. Le sanzioni approvate dall'Onu all'unanimità hanno colpito in maniera massiccia la Corea del Nord, tant'è che le stime di perdite annuali di introiti si aggirano sul miliardo di dollari, una cifra molto alta per un paese che ha un Pil di 28 miliardi di dollari in tutto. Non solo: la forza di questa misura sta anche nel fatto di essere stata votata all'unanimità, confermando a Kim Jong-un l'esistenza di un fronte unico e solido contro di lui. Attenzione però: nessuna grande potenza si è imposta per colpire Pyongyang con un veto alle importazioni di petrolio. Essenzialmente perché una misura del genere avrebbe finito con lo strangolare il regime, inducendolo, forse, a fare scelte estreme. L'aver approvato all'unanimità una prima tranche di sanzioni, però, non esclude che ne possa essere approvata una seconda, anche più pesante. E Kim potrebbe essere indotto a trattare proprio per evitare uno scenario che per lui sarebbe troppo negativo.

Cosa potrebbe succedere

A questo punto, l'unica cosa che possiamo fare è aspettare. E osservare cosa succede. Il primo a fare un passo indietro è stato Kim Jong-un quando ha dichiarato che Guam può aspettare, ovvero che prima di lanciare i missili verso l'isola americana, il dittatore nordcoreano guarderà "un altro po' il folle e stupido comportamento degli yankee". Il secondo passo lo ha fatto Donald Trump, che per il momento non ha approfittao dell'occasione per alzare ulteriormente i toni del confronto ma si è limitato a twittare un "Kim Jong-un ha preso una decisione saggia. L'alternativa sarebbe stata catastrofica e inaccettabile!". Ora siamo tutti in attesa di capire se le esercitazioni militari in calendario per fine agosto verranno postitipate o no. Ma la diplomazia, per fortuna, ha ancora dieci giorni per incassare un altro successo.

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