Lamberto Zannier
Lamberto Zannier dopo l'incontro con il ministro degli Esteri Sergei Lavrov a Mosca il 25 aprile 2017 (Ansa).
Lamberto Zannier
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Zannier: «Il fallimento della costruzione di una nuova Europa alla fine della Guerra fredda»

L'ex segretario generale dell'Osce, testimone d'eccezione dei rapporti Russia-Occidente negli ultimi 30 anni, spiega che cosa è andato storto nell'architettura di sicurezza del vecchio continente dopo il crollo dell'Urss. «È la cronaca di una guerra annunciata» spiega l'ambasciatore friulano.

  • Zannier: «Il fallimento della costruzione di una nuova Europa alla fine della Guerra fredda»
  • In missione impossibile con il capo dell'Osce in Ucraina (articolo pubblicato il 18 giugno 2014)

«Al di là dell'inaccettabile atteggiamento di Putin, che reinterpreta la storia per giustificare il suo disegno di restaurazione imperiale e la plateale violazione della sovranità di un altro Paese, sono stati tanti i campanelli d'allarme che segnalavano l'aumento delle divergenze fra Russia e Occidente». Scuote la testa, Lamberto Zannier. Il diplomatico italiano che ha ricoperto incarichi ai massimi livelli della diplomazia internazionale (è stato segretario generale dell'Osce e sottosegretario dell'Onu, ma ha anche lavorato alla Nato) è un testimone privilegiato delle relazioni fra Russia e Occidente degli ultimi 30 anni. Oggi è un consulente speciale dell'Assemblea parlamentare dell'Osce e insegna a un Master di Relazioni internazionali all'Università di Trento. Essendo stato in strettissimo contatto con le autorità ucraine, che hanno presieduto l'Osce quand'era segretario generale, Zannier condanna nella maniera più ferma l'invasione dell'Ucraina, alla cui popolazione esprime la sua solidarietà. Poiché ha osservato da diverse angolature il progressivo deterioramento dei rapporti fra la Russia e Occidente, Panorama lo ha sollecitato a spiegare le ragioni del conflitto che sta insanguinando il Paese in cui nel 2014 lo aveva accompagnato in missione.

Ambasciatore, come siamo potuti arrivare a questo punto?

«Per capirlo bisogna partire da lontano. Nel dicembre 1992 Andrei Kozyrev, all'epoca ministro degli Esteri russo, fece un discorso a Stoccolma alla ministeriale Csce, la Conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa che nel 1995 diventò Osce. Era un momento in cui si trattava di mettere a punto l'architettura di sicurezza europea. La Russia stava dando segnali di interesse a sviluppare un rapporto più collaborativo con la Nato, a condizione però che la Nato si riformasse. I russi dicevano: “Che cosa serve un'alleanza militare nel momento in cui il patto di Varsavia non esiste più? Anche se si autodefinisce un'alleanza difensiva, noi da Mosca la vediamo come un'alleanza militare comunque minacciosa, così com'era durante la Guerra fredda. E deve riformare il modo in cui opera”».

Non avevano del tutto torto...

«No, no. Peraltro, nel 1994 la Russia partecipò a un gruppo di lavoro in materia di peace-keeping, che operava all'interno nel Consiglio di cooperazione Nord-Atlantico. E la Russia aveva svolto un ruolo anche abbastanza costruttivo, consentendo di arrivare all'accordo su un documento che prefigurava un ruolo della Nato in supporto delle operazioni di pace con mandato Nazioni Unite e anche Osce».

Un bel successo.

Peccato peròche all'interno della Nato sia rimasto un semplice rapporto ai ministri, anziché essere il punto di partenza di un'ulteriore riflessione su ipotesi di collaborazione. Invece la Nato si è orientata in maniera diversa, ovviamente. Gli americani stavano sviluppando il loro concetto di stabilità attraverso la democrazia. In parallelo, l'Osce ispirava le sue attività alla Carta di Parigi per una nuova Europa, approvata il 21 novembre 1990 dai capi di Stato e di governo della CSCE, che era un disegno di una nuova Europa basata su istituzioni democratiche»

Quindi in quel momento c'erano due punti di vista diversi fra Osce e Nato?

«Non inizialmente, ma la Nato si orientò poi in una direzione diversa. Mentre i russi, che sono nell'Osce, dicevano che la Nato doveva diventare complementare all'Osce, gli americani vedevano sempre di più la Nato come uno strumento di stabilità. Da qui l'allargamento a Est».

Sarebbe potuta essere una via interessante...

«Quella di fare dell'Osce una specie di Onu regionale poteva indubbiamente esserlo, al tempo. Difatti i russi volevano una carta dell'Osce. Perché l'Osce è un'organizzazione che non ha personalità giuridica o uno statuto: è su base politica, non legale. I russi volevano trasformarla, ma non ci riuscirono».

Invece la Nato...

«Invece la Nato, sulla base di questa visione di esportazione della democrazia come strumento di stabilità, si sviluppò in due direzioni: la prima era quella dell'allargamento dell'area di stabilità e democrazia in Europa, la seconda quella dell'utilizzo fuori teatro. E da lì uscirono i dibattiti sull'uso della Nato in Kosovo, Bosnia e poi però anche altrove, come in Afghanistan...»

Non è che la Nato aveva bisogno di trovare una sua ragione di esistere, una raison d'être, dopo la Guerra fredda?

«C'era chi lo sosteneva... Ma anche sull'allargamento il dibattito fu complesso, perché c'era chi sosteneva, anche se era una minoranza, che prima di tutto occorreva trovare un accordo con la Russia. E invece si fece il contrario. Prima si allargò la Nato, poi si fece un accordo con la Russia. Mi riferisco al Nato-Russia Founding Act del 1997, con cui la Nato diede rassicurazioni alla Russia che non ci sarebbero stati dispiegamenti sostanziali di truppe nei Paesi di nuovo ingresso. Poi Silvio Berlusconi si rese conto, parlando con Putin, che si era trattato di una misura del tutto insufficiente. E, quando a Pratica di Mare nel 2002 ospitò un vertice Nato, creò il Consiglio Nato-Russia per cercare di migliorare i rapporti con la Russia».

Ma cosa andò storto nella struttura di sicurezza europea?

«Torniamo al discorso di Kozyrev, che nel suo discorso alla Csce del 1992 aveva fatto saltare tutti sulla sedia. Il ministro degli Esteri russo aveva detto che stavamo vivendo tutti un momento difficile e che la Russia doveva difendere i suoi interessi nello spazio ex sovietico con tutti i mezzi disponibili, inclusi quelli militari ed economici. Questo discorso aveva creato grande allarme. Ma dopo tre quarti d'ora Kozyrev era rientrato in sala e aveva chiesto la parola: “Avete sentito quello che vi ho detto? Sapete che non la penso in questo modo: noi siamo interessati a un rapporto collaborativo. Ma questo è quello che sentirete se i nazionalisti hard-liner prenderanno il potere a Mosca. Vi voglio avvertire. Dobbiamo fare una scelta: e io credo che quella della cooperazione sia la scelta giusta per evitare un nuovo confronto”».

Trent'anni dopo, siamo arrivati al nuovo confronto.

«Sì. Il suo messaggio era: se non riusciamo a trovare una via di cooperazione, vi ritroverete Putin».

Quindi l'Occidente era stato avvisato dei rischi che correva l'Occidente se non fosse stato collaborativo.

«Esattamente. Ovviamente a Mosca la situazione non era facile: erano gli anni di Vladimir Zhirinovskij, leader del Partito Liberal-Democratico di Russia, movimento di stampo populista, nazionalista e anti-occidentale e dell'avvento degli oligarchi. I riformisti avrebbero avuto bisogno di un forte sostegno anche dall'esterno».

E c'era Boris Eltsin presidente.

«Ma Eltsin sembrava interessato alla collaborazione. L'altra esperienza diretta che ho avuto io risale alla fine degli anni Novanta. Esisteva un accordo firmato fra la Nato e i Paesi del Patto di Varsavia e poi i Paesi successori dell'Urss sulla limitazione degli armamenti convenzionali. Sulla base di questo accordo chiamato Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, firmato a Parigi il 19 novembre 1990, furono distrutti 85.000 armamenti pesanti: carri armati, veicoli blindati, aerei, elicotteri, pezzi di artiglieria... Tutti alla presenza di ispettori internazionali».

Ma gli armamenti di quali Paesi vennero distrutti?

«Alcuni li distruggemmo anche noi, ma la grande maggioranza erano Paesi del Patto di Varsavia. Questo trattato era basato sul principio della parità del numero di armamenti residui fra Nato e Patto di Varsavia. Si diceva: dopo queste distruzioni, la Nato e il Patto di Varsavia avranno un numero identico di carri armati, aerei, elicotteri, pezzi di artiglieria. In modo che non ci possa essere una preponderanza militare».

Andò così?

«No. Nel corso degli anni Novanta il Patto di Varsavia si sciolse, la Nato si allargò e la Russia cominciò a dire “Noi continuiamo a lavorare e a operare sulla base di questo Trattato, però lo dobbiamo riaggiustare, perché questo dà una parità che non corrisponde più all'allargamento della Nato: alcuni armamenti che risultavano dalla nostra parte, adesso sono nel campo Nato”».

E quindi?

«Il trattato fu riaggiustato. Dopo anni di negoziati fra il 1997 e il 1999, cui la Russia teneva tantissimo, venne firmato un nuovo accordo in un vertice dell'Osce a Istanbul nel dicembre 1999 da Eltsin, Bill Clinton, Gerhard Schroeder, Tony Blair, c'era Giuliano Amato da parte di italiana... Il nuovo accordo rinazionalizzava questi limiti: ogni Paese aveva una limitazione territoriale e nazionale di armamenti, che rifletteva grosso modo i parametri precedenti. Questo trattato fu firmato e ratificato da Russia, Bielorussia, Kazakistan eccetera. E fu bloccato dai Paesi della Nato, che pure lo avevano firmato».

Quando?

«Agli inizi del Duemila».

Perché?

«Perché condizionarono la ratifica alla risoluzione di una serie di conflitti regionali, come la Transnistria, l'Ossezia e l'Abkhazia, dove c'erano presenze di truppe russe».

Conflitti che erano irrisolvibili... Di fatto lo bloccarono?

«Di fatto lo bloccarono. Alla fine i russi si ritirarono dal trattato».

Un'altra occasione persa.

«Un'altra occasione persa. Dico questo perché è interessante la tempistica. Nella Csce prima e nell'Osce poi, c'era una serie di consigli ministeriali e summit di capi di Stato che fino al 2002 ogni anno producevano delle dichiarazioni congiunte di tutti i Paesi. E quindi, dalla Russia agli Stati Uniti, ci fu sempre un documento con una visione più o meno comune degli obiettivi, dei problemi e delle cose da risolvere. A partire dal 2002 non si riuscì più a elaborare una dichiarazione congiunta dei ministri. Qualunque presidenza dell'Osce abbia provato, inclusi noi italiani e i tedeschi, non ce l'ha fatta».

Nel frattempo era andato al potere Putin.

«La predizione di Kozyrev si era avverata. A quel punto la comunità europea si è completamente disallineata. È comparsa una frattura tettonica fra Russia e Occidente. E l'Ucraina si è trovata al centro di tutto. Prima aveva un rapporto stretto con la Russia. Quando, dopo Maidan, ha cambiato schieramento, si è disallineata, provocando forti preoccupazioni a Mosca che si sono sommate a quelle già espresse in relazione all'allargamento della Nato».

Lei sta dicendo che negli ultimi 20 anni il dissapore fra Russia e Occidente si è talmente acuito da arrivare alla guerra?

«Esatto. E non è stato preso seriamente».

È la cronaca di una guerra annunciata?

«È esattamente la cronaca di una guerra annunciata. Abbiamo visto dei flash qua e là, come il Kosovo dove ho servito io come capo di Unmik dal 2008 al 2011. Era un dossier dove Europa e Serbia, appoggiata dalla Russia, erano chiaramente su posizioni opposte. Poi c'è stato il conflitto in Georgia. E i conflitti in Transnistria, Ossezia e Abkhazia sono rimasti tutti non risolti».

Congelati...

«Erano congelati, come poi è stato il caso del Donbass, perché il problema non era esclusivamente locale. Si trattava proprio del contrasto di cui aveva parlato 30 anni Kozyrev a Stoccolma. Era l'influenza della Russia nello spazio ex sovietico, la protezione dei cittadini russi fuori dalla Russia. Queste sono le ragioni profonde dei problemi che oggi vediamo».

Ma, in sintesi, che cosa è andato storto?

«Dopo la fine della Guerra fredda, Nato e Occidente non sono riusciti a ridisegnare assieme una nuova Europa. È rimasta un'Europa divisa, la Russia non si è sentita parte di questo, si è sentita messa sotto pressione dall'allargamento della Nato e ha cercato di ricostituire una sua sfera di influenza. E da qui escono tutte le tensioni».

In missione impossibile con il capo dell'Osce in Ucraina (Le serie storiche di Panorama/articolo pubblicato il 18 giugno 2014)

Alla cerimonia d’insediamento del presidente Petro Poroshenko nel parlamento neoclassico di Kiev, sabato 7 giugno, fra gli ospiti speciali in prima fila nella loggia centrale c’era un italiano. Dietro di lui, altissimi dignitari molto noti. Pressoché sconosciuto in Italia, Lamberto Zannier è uno dei diplomatici più in vista sulla scena internazionale. Segretario generale dell’Osce, tiene le fila dell’operazione che cerca di disinnescare la mina ucraina.In quanto capo dell’unica organizzazione internazionale al di sopra delle parti che opera sul campo, è uno dei pochi in grado di fermare la deriva che potrebbe allargare la guerra civile dell’Est all’intera Ucraina. Friulano, 60 anni, l’ambasciatore Zannier è appena stato riconfermato alla testa dell’Osce, l’organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa che guida dal 2011.

Panorama lo ha seguito durante la sua missione in Ucraina, con una fittissima agenda: da un tête-à-tête con il premier Arseniy Yatsenyuk a una cena con il presidente svizzero Didier Burkhalter (nonché presidente di turno Osce), a un meeting con il neopresidente ucraino Poroshenko (inizialmente previsto per l’una e trenta di notte, al suo rientro dalla Normandia). E, per finire, una trasferta a Kharkiv, metropoli filorussa nel turbolento Est del paese, per un incontro con i suoi uomini sul campo. Senza scordare il dossier più delicato: gli otto osservatori Osce ostaggio dei ribelli. Ecco la cronaca del suo viaggio.

Dopo la cerimonia al parlamento, gli alti dignitari vanno in un monastero per il pranzo di gala. Il neo-presidente fa il padrone di casa, ricevendo gli ospiti d’onore. Quando arriva Zannier, ringrazia per le attività Osce sul campo, esprime sostegno e offre aiuto in caso di bisogno. Star del pranzo è il vicepresidente Usa Joe Biden (in menu l’immancabile borsch, la zuppa di barbabietole), ma il cerimoniale omaggia anche Zannier, mettendolo in un «power table» con il numero tre dell’Onu Jeffrey Feltman, il segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland e il vicesegretario generale Nato Alexander Vershbow. Zannier coglie la chance anche per fare lobbying con vecchie conoscenze: il ministero degli Esteri danese, il presidente macedone e quello moldavo.

Dopo pranzo, di corsa all’Hilton con il sottosegretario generale dell’Onu Jeffrey Feltman per una riunione riservata. Visto il delicato ordine del giorno (rifugiati, diritti umani e disarmo), Panorama non è ammesso. Ma al termine ha uno scambio di battute con Feltman, che si precipita a tessere le lodi di Zannier: «L’Italia ha un uomo molto bravo alla guida dell’Osce. È fantastico. Sotto la guida di Lamberto, l’Osce si è molto rafforzata. In Ucraina svolge un ruolo delicato: abbiamo stabilito un’ottima partnership e la sosteniamo con grande piacere».

Finito il meeting, un salto in albergo e poi in macchina, alla volta di Kharkiv: 430 chilometri in una campagna disseminata di dacie, laghetti e mucche al pascolo. A disturbare l’idillio agreste, solo qualche posto di blocco militare. Zannier viaggia su una Toyota Land cruiser blindata, resistente a proiettili di piccolo calibro. Nel furgone che lo segue, il capo dell’Osce in Ucraina, l’ambasciatore turco Ertugrul Apakan (e un onnipresente addetto alla sicurezza). Mentre la Land cruiser sfreccia davanti al villaggio natale di Nikolaj Gogol, Panorama tenta di pressarlo sulla questione degli ostaggi, ma Zannier tace.

L’arrivo a Kharkiv è una sorpresa. A poco più di 100 chilometri di distanza, a Sloviansk, Donetsk e Luhansk, governativi e separatisti sparano e bombardano, mentre la popolazione fugge in massa. Qui la gente prende il fresco passeggiando per i viali e i parchi. A ricordare che è una città filorussa, l’enorme statua di Lenin, nell’omonima piazza, la più grande d’Europa. La domenica mattina, Zannier incontra i suoi uomini sul terreno. «Sono qui non per parlare, ma per ascoltare» dice.

Il team leader, un’espansiva californiana che guida 44 esperti di tutte le nazionalità (inclusi due russi) racconta che cosa fanno: raccolgono informazioni, contattano gli amministratori locali, ispezionano i campi profughi, visitano i carcerati. Zannier chiede cosa pensano del dibattito in corso a Vienna: ritirarsi o no dalle zone a rischio? La risposta è unanime: ciò che conta è che sul terreno ci siano persone preparate, con una struttura in grado di gestire la sicurezza.

Dopo la pausa caffè, arriva un gruppo di osservatori della squadra di Luhansk, riposizionato a Kharkiv dopo l’ultimo sequestro. Quando il capo in camicia khaki si rivolge a lui con il titolo «Sua eccellenza», Zannier lo prega di chiamarlo Lamberto. I reduci di Luhansk (che chiedono a gran voce di tornare indietro) raccontano la situazione sul campo: attacchi armati, furti di auto ai checkpoint, occupazione di edifici, detenzione di amministratori pubblici. E quando Zannier chiede chi controlla il territorio, la risposta è: «Difficile dirlo. In molti casi i cosacchi». Cosacchi locali? In questo caso, l’osservatore allarga le braccia.

Alle 11 in punto Zannier si fionda in auto in direzione Kiev. E qui salta fuori l’altra faccia di Kharkiv: la città è bloccata per una manifestazione dei filorussi, tanto che, per uscirne, Zannier dev’essere scortato dalla polizia (in periferia, però, la gente va a messa e compra fiori). Durante il viaggio di ritorno, Zannier organizza la prossima missione. Andrà dall’altra parte della barricata: a Mosca e probabilmente nella regione del Don. «La forza dell’Osce» commenta «è la capacità di interagire in modo imparziale con tutte le parti in causa». Ed è proprio la sua equidistanza a renderla credibile.

Elisabetta Burba

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