putin società russa
Vladimir Putin (Ansa).
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Dal Mondo

«Putin ha favorito la radicalizzazione anti-occidentale della società russa»

La storica Antonella Salomoni spiega come il presidente russo abbia volutamente chiuso il suo Paese al dialogo e alla democratizzazione.

Antonella Salomoni, storica contemporanea, spiega come «in Russia l’espressione “via peculiare” o “via speciale” è stata uno dei fondamenti della legittimazione politica del regime autoritario, a volte in modo più difensivo e isolazionista, come all’epoca sovietica di Leonid Brežnev, a volte in modo più aggressivo, come è avvenuto nell’ultimo decennio». In particolare, la russista insiste sul ragionamento che «l’idea di una via peculiare di sviluppo, di tipo non europeo, sia servita a impedire o combattere la penetrazione di tendenze democratiche ritenute “estranee” o “straniere”, come sta avvenendo oggi in Ucraina».

Antonella Salomoni, bolognese, è ordinario di Storia contemporanea all’Università della Calabria, dove è titolare dei corsi di Storia dei diritti umani e culture della pace e Storia dei servizi sociali. Insegna inoltre Storia della shoah e dei genocidi presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna. Russista specializzata in storia dell’Europa contemporanea, storia della Russia e dell’Europa orientale, radicalismo religioso nella Russia zarista, transizione post-comunista, dirige Il mestiere di storico, rivista della SISSCo-Società italiana per lo studio della storia contemporanea. Panorama.it ha incontrato la storica contemporanea che ha evidenziato come «negli anni Novanta e nella prima metà degli anni Duemila, si era ancora in Russia disposti ad adattare la tutela degli interessi nazionali alle regole e circostanze che esigeva la partecipazione alla comunità internazionale».

Professoressa, problematici i rapporti tra Russia e Europa…

«L’ipotesi di una Russia come civiltà separata, in competizione con le altre civiltà, era a quell’epoca sostenuta solo dai critici conservatori del Cremlino, dai comunisti ai nazionalisti di matrice imperiale. Quando Putin, nel 2000, venne eletto per la prima volta Presidente della Federazione Russa, sembrò persino che le relazioni tra Europa e Russia potessero ricevere un nuovo impulso, anche perché egli mostrava di voler dare seguito alle riforme democratiche e di mercato, avviate negli anni Novanta, e di mantenere una stretta cooperazione con l’Unione europea».

I primi anni della presidenza di Putin furono effettivamente incentrati sul riavvicinamento all’Ue.

«Tale percorso fu anche dichiarato come uno degli indirizzi chiave della politica estera russa. Inoltre, l’ascesa al potere di Putin fu accompagnata da una retorica della modernizzazione al cui centro era l’intento di creare un sistema per lo scambio di risorse russe contro tecnologie occidentali. Pur dichiarando la volontà di avvicinarsi all’Europa, Putin trascurava però le riforme istituzionali interne: la modernizzazione in stile occidentale sembrava valere solo nella sfera economica, non in quella politica».

Il nuovo corso fu intrapreso alla luce di una sempre più intensa rivisitazione del passato…

«Esattamente, nel quadro di quella che potremmo definire come una strategia patrimonialista della Storia, di cui abbiamo visto gli esiti soprattutto negli ultimi mesi. È vero che in molti pronunciamenti pubblici di Putin e dei suoi principali consiglieri negli anni Duemila, la civiltà russa era ancora collocata, più o meno consapevolmente, nel quadro di sviluppo di quella europea con la quale – si diceva – essa condivideva la ricerca del progresso materiale e l’affermazione di molti valori. Al tempo stesso, però, s’iniziarono a sottolineare gli specifici tratti nazionali, ed è quest’ultimo aspetto che ha infine prevalso».

Quale fu la proposta con cui Putin si presentò all’opinione pubblica?

«Fu quella di abbandonare una tendenza difensiva all’autoconservazione per favorire, in modo sempre più combattivo, la tutela della sovranità e di un patrimonio di statualità da collocare in una storia millenaria. In altri termini, affermò il presidente in un famoso messaggio alla nazione nel 2005, occorreva “preservare i propri valori, non dissipare risultati indiscutibili e riaffermare la vitalità della democrazia russa”. Lo schema proposto in quel messaggio partecipava ad una revisione sovranista della Storia, che operava nella più totale indifferenza al significato della parola democrazia».

Su quali basi si muoveva quella tendenza?

«Sull’assunto che la tradizione democratica non era qualcosa d’importato dall’esterno, ma un valore scaturito in modo naturale e in un determinato momento storico. La Russia era vista come un paese che aveva “scelto da sé la democrazia per volontà del proprio popolo”, evidenziava ancora Putin. In quanto paese sovrano, era dunque in grado, e lo avrebbe fatto in modo autonomo, di definire sia i termini che le condizioni in base alle quali avrebbe seguito questo percorso».

Il dado era ormai tratto…

«Infatti ritroviamo quelle stesse formulazioni nel programma elettorale del partito di maggioranza parlamentare “Russia Unita”, adottato il 1° ottobre 2007, nel quale ci si riferiva ormai alla Russia come ad una “civiltà unica”, il cui sviluppo comportava la protezione di uno spazio culturale comune, la tutela della lingua russa, la difesa delle tradizioni storiche del paese. Era peraltro ufficialmente adottato il termine proto-slavo deržava [grande potenza] per denominare lo Stato in un contesto positivo».

Insomma, Putin sottolineava l’inizio di una nuova retorica della Russia.

«Per la precisione un sistema distinto di valori culturali o civiltà, retorica strettamente connessa con le tematiche del neo-conservatorismo, che ha svolto un ruolo essenziale sia nella promozione di una nuova percezione dell’identità russa che nella fondazione dell’etnopolitica russa. Lo testimoniano ad esempio le attività del club di Izborsk, autorevole formazione intellettuale della destra reazionaria, che ha fornito un solido punto d’appoggio alla svolta conservatrice di Putin dopo la sua rielezione».

Da qui l’adozione di misure volte a favorire la de-democratizzazione e la radicalizzazione anti-occidentale della società…

«Attraverso la creazione di nuove organizzazioni giovanili, il sostegno ad organi di stampa dipendenti dal potere, la creazione di altri organismi sponsorizzati dallo Stato, che hanno anche promosso l’ansia riguardo a minacce interne ed esterne, presunte o reali che fossero, inquietudine favorita dalle ripercussioni sociali della crisi finanziaria internazionale del 2008».

Questo processo di de-democratizzazione è stato lineare?

«Assolutamente no, anzi, spesso è apparso incoerente. Lo stesso Putin, per tutti gli anni duemila, è stato piuttosto sprezzante nei confronti dei sostenitori di una “idea russa”, che non era presente nei suoi discorsi, concentrati piuttosto su tematiche quali gli indicatori economici e i successi in politica estera. Ma si è comunque approfondito il solco in un percorso sempre più centrato sulle particolarità e i valori nazionali. In un discorso del 2012 al parlamento russo, ad esempio, Putin parlava di minacce demografiche e morali che dovevano essere superate se la nazione voleva “preservarsi e riprodursi”, nel quadro di un nuovo equilibrio di forze economiche, civili e militari».

Spostiamoci sul terreno della comunicazione politica…

«Già a quell’epoca, il linguaggio adottato dal Cremlino spinse alcuni osservatori a ipotizzare che la Russia si stesse muovendo in una direzione nazionalista e anti-occidentale intransigente: ne davano prova tanto l’opposizione alle politiche internazionali dell’Occidente, comprese quelle sul sistema di difesa missilistica e sulla stabilizzazione del Medio Oriente, quanto le misure restrittive adottate a livello interno nei confronti di organizzazioni non governative e oppositori politici. Nel complesso, in quel momento si ritenne che fosse prematuro ipotizzare una eccessiva radicalizzazione della Russia, visto che il Cremlino ancora seguiva la linea di preservare solide relazioni con l’Europa e gli Stati Uniti in un contesto globale».

Intanto nel 2014 le relazioni tra Russia e Occidente attraversano una fase di crisi.

«A causa dell’intervento militare russo in Crimea e della successiva occupazione della penisola. Le questioni problematiche nell’agenda bilaterale erano all’epoca già molte, nondimeno fino a quel momento vi erano stati meccanismi e organismi politici per una loro risoluzione a vari livelli: il Consiglio Russia-NATO, i vertici Russia-UE e la cooperazione interparlamentare. La crisi di Crimea ha sconvolto quegli equilibri con importanti effetti anche a livello interno».

E mutò anche il dialogo con i partner occidentali…

«Purtroppo, soppiantato da modelli retorici caratteristici della vecchia diplomazia sovietica, piuttosto che confacenti ad uno Stato che cerca di avere un ruolo nella comunità delle democrazie consolidate. L’anti-occidentalismo è diventato lo sfondo abituale dei discorsi dei rappresentanti ufficiali russi su questioni di politica estera, così come è diventata usuale, tra le élites russe, la formula “La Russia non è l’Europa”, da prefigurarsi come una tendenza stabile, piuttosto che una reazione a breve termine di fronte al deterioramento dei rapporti con l’Occidente».

Qualcosa sotto l’insegna della «via peculiare» o «via speciale» comunque non tornava…

«Sotto il velo di quella terminologia si nascondevano l’incertezza e l’incapacità di creare un’economia efficiente, il rifiuto di una società aperta e di uno Stato di diritto, così come i timori rispetto alla questione della sovranità. Oggi, in effetti, possiamo affermare che alcuni segnali non sono stati adeguatamente raccolti, in particolare quelli relativi alla questione della sovranità, come dimostra l’enfasi posta sul ritorno al tradizionale principio di non ingerenza e sull’inammissibilità di qualsiasi tentativo d’influenzare i processi politici interni dall’esterno».

Opzione, quest’ultima, già fissata da Putin, nel 2014, come uno degli obiettivi della politica estera russa...

«In questo contesto, il Cremlino ha considerato il linguaggio della democrazia e dei diritti umani come una forma di pressione culturale da combattere, fino a predire, appena lo scorso 16 marzo, una “naturale e necessaria autopurificazione” della stessa società russa».

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