Giulio Andreotti Helmut Kohl
Giulio Andreotti con Helmut Kohl a Bonn il 10 settembre 1990 (Getty Images).
Giulio Andreotti Helmut Kohl
Dal Mondo

Andreotti, Kohl e la riunificazione della Germania: lezioni per oggi

L'intervento dell'ambasciatore Umberto Vattani al convegno sulla politica estera italiana organizzato a Urbino. Che ricorda il ruolo del Divo Giulio in occasione del crollo del muro di Berlino e della fine della Guerra fredda.

A 60 anni dalla costruzione del Muro di Berlino e a 30 dalla mozione del Bundestag che ratificò il trasferimento della capitale tedesca da Bonn a Berlino, dal 28 al 29 ottobre si è tenuto a Urbino un convegno per rileggere un periodo storico cruciale del Secolo breve. Organizzato dall'Università Carlo Bo, dall'Istituto Luigi Sturzo e dalla Konrad Adenauer Stiftung, con l'appoggio della Venice International University, il convegno ha presentato le testimonianze di chi ha visto da vicino quegli eventi. Qui di seguito, l'intervento iniziale dell'ambasciatore Umberto Vattani, presidente del Comitato scientifico.


Questo convegno presenta alcune peculiarità che vorrei sottolineare. Sono presenti illustri personalità politiche, storici di valore, ma anche i diplomatici che hanno partecipato agli incontri internazionali al più alto livello e seguito da vicino i leader dei Paesi il cui ruolo è stato determinante negli anni intorno al 1989.

Sono passati oltre trent'anni da allora ed è bello rivederli tra noi. Sono particolarmente grato a quanti hanno accolto l'invito a venire a Urbino. Soltanto tre non hanno potuto superare le difficoltà del momento e li ringrazio di cuore per essersi adattati a questi mezzi di comunicazione moderna che ci permettono di averli con noi. Sono sicuro che anche da lontano parteciperanno attivamente.

La prima sessione inizierà con le testimonianze dei diplomatici. Dopo di loro interverrà brevemente l'onorevole Calogero Mannino e a seguire ci sarà la keynote-address di Giuliano Amato, il quale assunse la guida del governo dopo Giulio Andreotti: con il presidente Amato ho avuto il privilegio di proseguire il mio incarico di consigliere diplomatico prima di partire per la Germania.


Andreotti e Kohl, due statisti

Il titolo del Convegno rivela la visuale dalla quale intendiamo partire: quella dell'amicizia tra i due statisti, Giulio Andreotti e Helmut Kohl. Appartenevano entrambi a partiti che affondavano le loro radici nei valori cristiani. Alla fine della seconda guerra mondiale avevano fatto le medesime scelte per l'Europa e per la collocazione internazionale dei loro Paesi accanto alle grandi democrazie occidentali.

Avevano anche vissuto esperienze drammatiche: Kohl non aveva dimenticato la disperazione e la sofferenza patite dalla popolazione, aveva un ricordo vivido delle macerie, delle città distrutte; disse ad Andreotti di essere stato arruolato in un campo di addestramento militare a 14 anni. Andreotti, nato nel 1919, era stato testimone della crisi economica e sociale dell'Europa, dell'assurdità delle ideologie degli Stati totalitari e delle politiche autarchiche.

Entrambi condividevano il sogno di un'Europa senza guerre, da realizzare attraverso lo sviluppo e la crescita basati sui principi della democrazia, sul riconoscimento degli inviolabili e inalienabili diritti della persona umana, su una economia di mercato capace di assicurare l'equità sociale.

Avevano la profonda convinzione che la progressiva integrazione europea e il graduale rafforzamento della NATO avrebbero assicurato ai loro Paesi l'auspicata stabilità e sicurezza. La Nato non doveva però essere una minaccia per nessuno, ma un elemento di dissuasione, e a tal fine occorreva mantenere il dialogo e i contatti con l'Unione Sovietica e i paesi del Patto di Varsavia per giungere a una vera distensione e agevolare i negoziati per la riduzione degli armamenti tra i due blocchi in cui era divisa l'Europa.

A tutto questo aggiungerei una nota. Alla condivisione di una visione politica si sommava, tra Andreotti e Kohl, un forte rapporto umano. Il Cancelliere non ha mai dimenticato la premura e l'aiuto straordinario prestato da Andreotti al figlio Peter, vittima di un gravissimo incidente nei pressi di Verona, per assicurarne il ricovero in un ospedale specializzato dove fu salvato dai medici.

Cos'altro avevano in comune i due statisti e quali differenze si possono percepire nel loro modo di condurre la politica estera? Joachim Bitterlich e Franz Joseph Jung sapranno descrivere meglio di me la personalità di un grande Cancelliere. Per Andreotti, come per un'intera generazione di politici democristiani, l'impegno per l'Unione europea era una missione. Il punto d'arrivo doveva essere la progressiva integrazione tra Stati per giungere poi all'unità federale dell'Europa.

Questa concezione era strettamente connessa all'atlantismo: la permanenza degli Stati Uniti in Europa non avrebbe dovuto soltanto assicurare la stabilità del continente ma anche rafforzare la cooperazione in altri campi: l'alleanza atlantica era perciò ben più di un patto militare. Nell'azione del leader democristiano sono evidenti questi due principi di fondo che avrebbero orientato la politica estera italiana alla ricerca di un ordine europeo diverso.

Il Cancelliere aveva nel suo programma un obiettivo specifico - la missione della sua vita dirà poi - : la riunificazione tedesca. Era consapevole che sarebbe stata raggiungibile, da un lato, dopo l'avvio di nuova fase di distensione con l'Unione Sovietica, dall'altro, dopo aver rassicurato i partner sulla sincerità dell'impegno tedesco per l'integrazione europea. Una diversità, nell'azione condotta a livello internazionale dai due statisti era evidente nel modo di procedere: più impetuoso e dirompente Kohl, più prudente e riflessivo Andreotti.

La rapidità con cui si realizzò il processo della riunificazione rivelò una virtù politica essenziale del Cancelliere: il suo tempismo e la sua capacità di curare con la medesima attenzione i rapporti con interlocutori diversissimi, dal presidente degli Stati Uniti a quello Sovietico. In un incontro con Andreotti, il Cancelliere citò Otto von Bismarck, perché non trovava immagine migliore per illustrare la situazione in cui venne a trovarsi in quegli anni: «Quando senti i passi di Dio rimbombare attraverso gli eventi, devi saltare su e afferrare il lembo del suo mantello».

Andreotti, anche se più felpato nello stile e sempre attento al contesto internazionale, diede prova anche lui di possedere altrettanta capacità politica. Un esempio per tutti: usando con acume nel 1990 la presidenza di turno della Comunità europea seppe creare in pochi mesi occasioni favorevoli per la conclusione in tempi brevissimi del grande progetto della moneta unica.


L'Archivio Andreotti

Tornando al titolo del Convegno, è chiaro che il tema centrale è la riunificazione della Germania. Sull'argomento esiste una vasta letteratura: monografie, memorie dei protagonisti, pubblicazioni di documenti americani, russi, tedeschi, francesi e inglesi.

Mancano tuttavia i documenti ufficiali italiani di quel periodo. Disponiamo per fortuna dell'archivio personale di Giulio Andreotti, depositato all'Istituto Luigi Sturzo. Lo statista democristiano ha raccolto una voluminosa documentazione sugli incontri e riunioni multilaterali ali quali ha partecipato. Contando il numero degli anni in cui ha seguito o guidato la politica estera non vi è dubbio che egli sia stato uno dei protagonisti dell'Italia repubblicana più presenti sulla scena internazionale. Con interessi estesi a tutte le aree geografiche, alle varie crisi internazionali in corso, e in particolare al Mediterraneo e Medio Oriente, che hanno sempre attirato la sua attenzione.

Dobbiamo essere grati al presidente dell'Istituto Sturzo, Nicola Antonetti, per aver affidato a storici e ricercatori interessati alla storia contemporanea il compito di procedere al riordino dell'archivio e quello di pubblicare le prime interessanti monografie. Vorrei ringraziare il professor Francesco Lefebvre e gli studiosi che sotto la sua guida hanno svolto queste ricerche e messo in evidenza il ruolo della diplomazia italiana su questi temi e quadranti geografici.

Certo, per quanto ampia sia la raccolta delle carte conservate da Andreotti, si tratta pur sempre di una documentazione parziale. E anche le pubblicazioni di documenti diplomatici finora apparsi di altri paesi presentano la stessa caratteristica, perché tendono a mettere in evidenza il ruolo svolto dai governi nazionali. L'interesse che suscita questo Convegno consiste proprio nel fatto che a condurci «down memory lane» per ripercorrere a distanza di 30 anni un periodo così straordinario per il nostro continente e per il mondo saranno i diplomatici qui presenti.

Sono certo che ci aiuteranno a colmare almeno in parte il deficit di conoscenza della documentazione disponibile. Pavel Palazchenko mi ha assicurato che cercherà nell'archivio della Fondazione Gorbaciov i resoconti degli incontri del leader sovietico con Ciriaco De Mita e Andreotti. Sarò grato agli altri colleghi per il loro aiuto.


«La Germania? Ne preferisco due»

Passando all'atteggiamento di Andreotti sul problema tedesco, molti ricordano e gli attribuiscono la frase: «Amo talmente la Germania che preferisco ce ne siano due». In realtà queste parole non sono di Andreotti, anche se lo statista democristiano non ha mai smentito di averle pronunciate. Sono dello scrittore francese François Mauriac, che interpretando il pensiero di Charles De Gaulle, disse: «J'aime tellement l'Allemagne que je suis ravi qu'il y en ait deux».

Le dichiarazioni di Andreotti, ministro degli esteri del governo Craxi, al Festival dell'Unità che si svolse il 14 settembre 1984, non contenevano alcuna battuta di spirito. Rispondendo a una domanda, così si espresse: «Qual è la preoccupazione che c'era fortemente in molti Paesi, a cominciare dalla Polonia, in altri Paesi del blocco di Varsavia, ma diciamo pure anche in altri Paesi fuori dal Patto di Varsavia? Noi siamo tutti d'accordo che le due Germanie abbiano dei buoni rapporti, questo è un contributo alla pace che nessuno sottovaluta, però sia chiaro che non bisogna esagerare in questa direzione, cioè bisogna riconoscere che il pangermanesimo è qualche cosa che deve essere superato: esistono due Stati germanici e due Stati germanici devono rimanere».

Quando Andreotti pronunciò queste parole, ero in servizio all'Ambasciata di Italia a Londra, e dovendo riferire sulle reazioni britanniche dissi che la frase attribuita al presidente aveva fatto sorridere. Il Times, commentandola, scrisse semplicemente che il Signor Andreotti aveva detto a voce alta quello che tutti pensavano, ed era vero.

Ma in Germania le parole del ministro degli esteri suscitarono una forte irritazione. A nulla servirono le precisazioni: Andreotti si riferiva evidentemente alla situazione esistente, alla divisione dell'Europa in due blocchi che avevano schierato missili a testata nucleare puntati l'uno contro l'altro. Non era certo immaginabile, in un clima di piena guerra fredda, una riunificazione dei due Stati tedeschi.

Ancora oggi questa battuta continua a circolare, nonostante si tratti di un'erronea attribuzione, e viene citata a riprova di un Andreotti contrario alla riunificazione tedesca. Il succedersi degli eventi diplomatici e politici ha messo invece in evidenza come il leader democristiano sia stato, nel nuovo contesto internazionale, oltre che un amico, un leale alleato di Kohl, di cui ha sempre avuto la fiducia.


Un leader nuovo dall'Est

Pochi mesi dopo le dichiarazioni di Andreotti al Festival dell'Unità, atterrò a Londra, invitato dalla signora Margaret Thatcher, il numero due del Partito Comunista sovietico, Mikhail Gorbaciov. Le apparizioni in pubblico di questo giovane leader, sempre sorridente, dai tratti non legnosi come quelli ai quali ci avevano abituato i vecchi leader sovietici, destarono sorpresa.

Per i colleghi del Foreign Office Gorbaciov apparteneva a una «specie diversa»: lungi dal ripetere i logori dogmi marxisti, ascoltava i suoi interlocutori, era curioso di conoscere le loro valutazioni sulla situazione internazionale. L'accoglienza che gli fu riservata fu calorosa. Il primo ministro lo accolse ai Chequers, nella sua residenza di campagna, dove aveva invitato i più influenti membri del suo governo.

Ho rivisto il leader sovietico quattro anni dopo, non più sui giornali ma di persona come consigliere diplomatico del presidente del consiglio Ciriaco De Mita. Era il mese di aprile 1988. All'inizio di giugno si sarebbe tenuto a Toronto il Vertice G7 e poco più in là il Consiglio Europeo a Hannover. Sembrava urgente mettere in calendario incontri a Bruxelles con Jacques Delors e Lord Peter Carrington, e con i partner europei per permettere al nuovo capo del governo di incontrare i leader che avrebbe ritrovato, tutti insieme, a Toronto.

De Mita preparò queste visite con Andreotti, che era stato confermato alla Farnesina. Gli chiese una conferma della impressione che Gorbaciov potesse essere veramente l'uomo del cambiamento. La situazione internazionale era in movimento e il presidente De Mita intravedeva promettenti sviluppi nei rapporti est-ovest, suscettibili di portare, dopo 40 anni di immobilismo e di guerra fredda, a un vero e proprio disgelo. Immaginava ci fossero spazi per iniziative capaci di aprire una nuova fase nel processo di distensione.

L'agenda internazionale di De Mita era fitta. Negli incontri che il presidente del consiglio ebbe, tra la fine di aprile e maggio 1988, con i leader europei precisò l'orientamento della politica estera italiana. Il 3 giugno 1988 De Mita, dopo aver accolto a Roma il primo ministro giapponese Noboru Takeshita e il Cancelliere Kohl, andò a Parigi da François Mitterrand. Passarono in rassegna i punti del Vertice di Toronto e del Consiglio Europeo di Hannover.

Per i rapporti Est-Ovest analizzarono le prime conseguenze del Trattato americano e sovietico sugli euro-missili firmato l'8 dicembre dell'anno precedente da Gorbaciov e Reagan, prima intesa tra le due superpotenze sulla riduzione dei rispettivi arsenali nucleari. Era questo uno degli elementi addotti da De Mita per insistere sulle opportunità offerte dal nuovo corso della politica sovietica per portare avanti i negoziati sul disarmo e perseguire un nuovo grande disegno politico. Il viaggio a Washington precedette di pochi giorni il Vertice di Toronto. Prima di partire De Mita aveva concesso un'intervista al corrispondente a Parigi del Washington Post, Jim Hoagland.

Il suo articolo, collocato nella pagina d'onore degli editoriali, sarebbe apparso il giorno del nostro arrivo nella capitale americana il 15 giugno. Si trattava di un'intervista molto articolata: «Questo è un italiano che merita un incontro approfondito perché porta una visione nuova» scrisse Hoagland. E ancora: «Reagan può imparare molto su dove l'Europa sta andando se presterà orecchio a questa new entry sulla pedana dei leader. Quello che gli dirà vale molto di più del chiacchiericcio dei suoi vecchi amici londinesi». Aggiungeva poi: «De Mita è un Premier deciso a mettere una sua impronta originale sulla politica estera italiana, avallando formalmente l'intesa con la Germania Occidentale sulla cooperazione nella Difesa».

Nell'incontro con il presidente Reagan, De Mita insistette sulla necessità di mantenere una posizione comune e sottolineò: «Nel dialogo con il nuovo leader sovietico è importante che, insieme, noi trattiamo i temi dell'agenda occidentale, altrimenti corriamo il rischio che realtà economiche più forti si muovano in maniera indipendente». E aggiunse, riferendosi alla Germania: «È possibile che avendo acquisito un così grande peso nella sfera economica, lasciata a sé stessa, possa muoversi in direzioni diverse, al di fuori di una strategia occidentale».


L'Ostpolitik dell'Italia

A Toronto, il 19 e 20 giugno, De Mita e Andreotti furono d'accordo nel giudicare inadeguata l'analisi contenuta nel testo sullo stato delle relazioni Est-Ovest che attribuiva i progressi fatti nel loro miglioramento esclusivamente «alle democrazie industrializzate che si erano dimostrate un fronte forte e unito».

Da parte italiana si voleva che fosse visibile una valutazione più favorevole delle aperture della nuova leadership sovietica. Non fu facile, nelle sessioni di redazione delle conclusioni, convincere gli sherpa ad aggiungere una frase che sottolineava la necessità di adottare nei confronti del nuovo leader sovietico un atteggiamento più aperto e forthcoming: «Each of us will respond positively to any such developments». Tornati a Roma, illustrai l'aggiunta voluta da De Mita all'ambasciatore Nikolaj Lunkov. Pochi giorni dopo l'ambasciatore tornò a Palazzo Chigi: recava l'invito per il presidente del consiglio e Andreotti a effettuare una visita ufficiale a Mosca (13-16 ottobre 1988).


La visita a Mosca

Per prepararla mi recai in settembre a Mosca. Al Minindiel noi italiani eravamo in tre: il vice-capo missione Gaetano Zucconi, un mio collaboratore e il sottoscritto. Davanti a noi, il capo del cerimoniale, il direttore del primo dipartimento europeo degli esteri, Nikolai Afanasievic, e 12 altri funzionari.

Dissi che avremmo inaugurato una mostra senza precedenti per dimensioni e presenze, «Italia 2000», sul contributo che l'Italia poteva dare allo sviluppo economico dell'Urss, ci auguravamo la presenza del presidente Gorbaciov all'inaugurazione e avremmo desiderato offrire un pranzo in suo onore con 100 invitati. Dal canto suo, il presidente De Mita avrebbe anche voluto fare un discorso all'Accademia delle Scienze e incontrare commentatori politici, direttori di giornali ed esponenti del mondo accademico.

Proponemmo infine una «Serata Italiana al Bolshoi» con artisti della Scala. Quanto al protocollo per l'accoglienza, chiesi lo stesso cerimoniale riservato qualche mese prima al presidente Reagan, con i due leader che entrano nella grandiosa Sala Caterina del Cremlino da due porte sui lati opposti, avanzano e si stringono la mano al centro.

Il giorno dopo, in un nuovo incontro, mi fu confermata l'accettazione delle nostre proposte. Al rientro in albergo, incontrai per puro caso il consigliere diplomatico del cancelliere Kohl, Horst Telschik. Mi disse che era lì per organizzare una visita di Kohl. Seppi che ci stava lavorando da mesi e che si sarebbe svolta dopo quella di De Mita. Era la prova che metteva in evidenza l'azione parallela dei governi italiano e tedesco per agevolare, con una forte presenza politica e iniziative economiche, la realizzazione delle riforme avviate da Gorbaciov.

L'atmosfera nella quale dal 13 al 16 ottobre si svolsero i colloqui a Mosca fu estremamente calorosa, e rifletteva la volontà comune di giungere a un nuovo modo di coesistere. De Mita ricordò lo scambio avuto quattro mesi prima con il presidente Reagan. Da una parte e dall'altra si insistette pertanto sulla necessità di costruire una «casa comune europea» nella quale si sarebbero discussi problemi politici, militari, economici, ecologici e culturali.

Il concetto di De Mita che più colpì Gorbaciov fu: «Abbiamo lavorato 40 anni per evitare la guerra. È ora giunto il momento di costruire la pace» e suggerì tra le varie proposte, quella del Piano Marshall: «Un esempio suggestivo di collaborazione economica che era stata un successo. Non si può». E aggiunse: «Riprodurre meccanicamente una soluzione che è valsa per altri tempi e altre situazioni, ma può essere un'utile indicazione di carattere generale». E precisò: «Questioni quali la convertibilità delle monete, la libertà di circolazione delle persone, delle cose, e dei capitali, i diritti civili, la certezza delle leggi, fanno evidentemente parte di questo quadro necessario».

La reazione di Gorbaciov, che a Andreotti apparve sincera, fu la condivisione dell'obiettivo e la determinazione di superare le contrapposizioni di principio che impedivano al dialogo di ampliarsi. Bisognava allargare la cooperazione a tutti i campi dove fosse possibile costruire rapporti nuovi. Si era aperto un canale privilegiato.


1989, l'anno spartiacque

Nei mesi successivi da parte italiana fu svolta, insieme con i leader europei, un'azione costante per agevolare il nuovo corso di Mosca: si trattava soprattutto di mettere a punto un programma di assistenza per la trasformazione del sistema produttivo sovietico, gigantesco ma ormai superato. Occorrevano consulenze in tutti i campi e aiuti economici su vasta scala.

In parallelo si doveva andare avanti sull'integrazione europea, sui cui aspetti politici la Thatcher continuava a manifestare resistenze. Tutti condividevano il giudizio positivo su questi due percorsi. Non tutti però si rendevano conto della necessità di dover agire con la massima urgenza.

A luglio, anche i leader dei Paesi più industrializzati, riuniti a Parigi al Vertice G7, non trovarono motivi di allarme. Nell'esaminare il panorama internazionale presero atto di cambiamenti in Polonia e Ungheria, che valutarono positivamente; nessuno pensò che fossero scricchiolii che avrebbero avuto gravi conseguenze. Ad ipotesi, poi, di possibili cambiamenti nella Rdt, nessuno fece né riferimento né semplicemente allusione.

Le crepe che si stavano manifestando nella Federazione di Jugoslavia preoccupavano invece, e non poco, Andreotti. La sua rete di contatti gli aveva fatto comprendere che forze centrifughe in Croazia e Slovenia stavano mettendo a rischio la stabilità della regione e, forse, del continente.

Ne parlò a lungo con i suoi colleghi ministri degli esteri ma dovette faticare a lungo per far inserire questo allarme nel testo. La preoccupazione italiana era: se si sfascia una Federazione comunista consolidata negli anni come quella jugoslava, come non temere che questo possa trasformarsi nell'inizio di un possibile sgretolamento, magari ancora più ampio, laddove esiste un mosaico di nazioni? Oggi sembra tutto facilmente comprensibile, ma in quei giorni era molto diverso. Una settimana dopo il Vertice di Parigi Andreotti succede a De Mita come presidente del consiglio.

Alla fine del 1989 una serie turbinosa di eventi, e soprattutto il crollo del Muro, il 9 novembre coglie tutti di sorpresa. Andreotti ammetterà poi «ero impreparato». In realtà tutti erano impreparati all'improvviso vento di libertà che scuote l'Est europeo. I nuovi principii dilagano. In un'atmosfera indescrivibile cadono i regimi, come per un effetto domino, trascinando i sistemi economici comunisti. La democrazia avanza dappertutto nel mondo, con un'unica eccezione, la Cina. L'entusiasmo, il clima di euforia generale è tale che fa dire a Francis Fukuyama: «La storia è finita».

Ci si rende conto che si è davanti a uno sconvolgimento, oggi si direbbe a uno tsunami, una rivoluzione. Nove giorni dopo la caduta del Muro il presidente di turno Mitterrand convoca precipitosamente a Parigi una riunione dei capi di governo e ministri degli esteri per riaffermare il ruolo della Cee. C'è forte preoccupazione e allarme che il vortice di novità possa avere esiti imprevedibili e diventare forse pretesto per iniziative militari. Il presidente francese e la Thatcher manifestano apertamente la loro ostilità a ogni accenno a modifiche di frontiere e a una riunificazione tedesca.

Mitterrand andrà addirittura in dicembre nella Rdt a rassicurare il nuovo presidente Egon Krenz sullo statu quo. Anche Andreotti è molto preoccupato. Teme per la stabilità delle frontiere. L'Italia, spiega, ne sa qualcosa per aver vissuto il periodo dell'instabilità e degli attentati in Alto Adige. Valuta sempre più importante il ruolo che può svolgere la Russia e la necessità di coordinarsi con Mosca all'interno della CsceE.


Andreotti e Gorbaciov vogliono la «casa comune»

Il 28 novembre, in un crescendo di incertezze Gorbaciov arriva in Italia. Per il leader sovietico sarà un grande successo personale. Ogni sua apparizione in pubblico crea un'indescrivibile atmosfera di entusiasmo popolare. Per gli italiani - ma anche per Andreotti - è l'uomo che sta cambiando l'Unione Sovietica e inaugura l'epoca del dopo guerra fredda. Il presidente del consiglio gli fa incontrare il mondo dell'imprenditoria a Milano, dove Giovanni Spadolini, presidente della Bocconi, gli conferisce un importante riconoscimento accademico.

Nei suoi interventi Gorbaciov prende atto che dalla visita precedente «le relazioni italo-sovietiche hanno assunto un nuovo respiro ed è in atto una forte cooperazione costruttiva che va conquistando nuove vette». Anche se, con realismo, Andreotti constata che «passare dal confronto – sia pure freddo – alle corresponsabilità, sarà difficile e delicato».

Quello stesso giorno giunge da Berlino l'annuncio, non concordato, che Kohl aveva presentato poche ore prima al Bundenstag i 10 punti attraverso i quali delineava il percorso per giungere alla «unificazione statale della Germania», peraltro senza indicazioni sulla cruciale questione delle frontiere. Andreotti e Gorbaciov non nascondono l'irritazione; si tratta per entrambi di una fuga in avanti di cui il presidente del consiglio dice che ne parlerà personalmente con Kohl e con Bush. Gorbaciov rincara piccato: «Dobbiamo evitare la riunificazione tedesca altrimenti prenderà il mio posto un militare. Porterete la responsabilità di una guerra».

Insieme, Andreotti e Gorbaciov annunciano poi la determinazione di procedere gradualmente alla costruzione della casa comune europea, basata sui principi della Carta di Helsinki che garantisce l'intangibilità delle frontiere. Di fatto un nuovo modello di relazioni est-ovest da realizzare con una nuova «conferenza di Helsinki» in un quadro non più bloccato dalle contrapposizioni degli schieramenti. Andreotti fa presente che Mitterrand e Thatcher sono d'accordo.

Intanto, nell'ambito UE l'Italia premeva perché gli sviluppi Est-Ovest non lasciassero indietro il processo di integrazione ed in particolare quello relativo all'unione economica e monetaria. Insistenza necessaria perché al Consiglio di Madrid, in giugno, Kohl era sembrato restio ad abbandonare il marco, simbolo della potenza tedesca, e aveva insistito affinché l'unione economica e monetaria avvenisse soltanto dopo l'unione politica.

A fine dicembre, i leader della Comunità si ritrovano a Strasburgo. Andreotti insiste con Mitterrand sulla necessità di «andare al di là dell'Europa di Monnet, quella dei piccoli passi. Occorre prendere una decisione politica e puntare all'obiettivo finale: dotarsi di una moneta europea». Il Consiglio Europeo, con la spinta risolutiva di Mitterrand, decide di convocare la conferenza intergovernativa entro il 1990. Per Andreotti è il momento della soddisfazione. E per questo progetto lavorerà la diplomazia italiana in vista della propria presidenza di turno a metà dell'anno successivo.


1990, via libera alla riunificazione, l'Italia guida la Cee

Sul fronte est-ovest, il «via libera» di Mosca alla riunificazione, ancora senza un percorso e riferimenti temporali precisi, avviene il 30 gennaio 1990.

Andreotti prende atto del fatto che la situazione è mutata. Il 17 febbraio, all'incontro dei capi di partito del Partito Popolare Europeo a Pisa, dopo che Kohl si è impegnato a realizzare l'unificazione sotto il tetto europeo e riconosce le frontiere con la Polonia, il presidente del consiglio annuncia la posizione favorevole del governo italiano. Kohl spiegherà a Andreotti che le sue precedenti esitazioni erano motivate dal timore che: «Il riconoscimento avrebbe potuto rafforzare l'estrema destra tedesca prima delle elezioni».

Andreotti insiste tuttavia affinché la riunificazione si inserisca nell'ambito delle tre strutture di cooperazione esistenti: Nato, Cee e soprattutto la Csce, concetto dei tre cerchi sul quale il presidente del consiglio tornerà costantemente. Al vertice italo-britannico a Londra del 23 febbraio, la signora Thatcher, propone ad Andreotti un'intesa per frenare, insieme alla Russia e con l'appoggio di Mitterrand, il processo verso la riunificazione: «È nella natura dei tedeschi di guardare ad Est. La riunificazione suscita timori in Polonia e in altri Paesi dell'Europa orientale. Dobbiamo trovare il modo di rallentare. Occorre che anche l'Unione Sovietica si impegni di più».

Andreotti condivide le apprensioni del primo ministro, ma per lui la soluzione è un'altra: occorre integrare la Germania nel disegno europeo unitario, ancorarla alla Comunità e rendere il processo irreversibile, sottraendole lo strumento della sua preponderanza in Europa, il marco.

Il primo luglio comincia la presidenza di turno italiana. Anche se difficile, l'obiettivo sembrava raggiungibile. Occorreva accelerare i negoziati perché proprio quello stesso primo luglio la Germania aveva unificato la propria moneta con quella della Rdt. L'argomento al quale ricorre Andreotti con i partner più indecisi è che: «È venuto il momento per far si che la potenza economica della Comunità non si regga sulle gambe di un nano politico», il primo passo necessario è la moneta.

Per procedere con maggiore efficacia, Andreotti decide che ci siano due distinti Consigli europei, uno per l'unione economica e monetaria e l'altro per l'unione politica. Al primo, previsto in calendario il 27-28 ottobre, mancano appena due mesi per far approvare dai Dodici un mandato con dettagliate indicazioni su come raggiungere l'obiettivo di una moneta unica.

Con Tommaso Padoa Schioppa viene scritta la bozza del mandato. Per timore che il testo possa essere stravolto dalle richieste dei partner e da un coinvolgimento diretto della Commissione e del Segretariato del Consiglio, viene salvato su uno dei primi laptop e leggiamo la bozza come work in progress, senza prevedere di lasciare niente di scritto. Con l'accordo di Andreotti escludemmo da subito riunioni allargate, perché avrebbero dato la stura a infinite discussioni. Decidemmo di procedere con incontri bilaterali nei quali approfondire i vari passaggi: paziente esercizio di fine-tuning per raggiungere l'intesa più ampia possibile.

Intrapresi due volte, con un collaboratore, il giro delle undici capitali. Incontrai i consiglieri dei primi ministri, i miei colleghi dei ministeri degli esteri e i direttori generali del Tesoro. Ricordo in particolare l'aiuto prezioso ricevuto nei contatti con Joachim Bitterlich, con Caroline de Margerie e Jean Claude Trichet, con l'olandese Cees Maas. I primi di ottobre tornai a Roma con 10 sì.

Nigel Wicks, second secretary of the Treasury e sherpa della signora Thatcher per i vertici G7, continuò ad opporsi, con un «no» senza condizioni. L'Ambasciatore John Kerr, rappresentante permanente della GB presso la Comunità europea, scommise una bottiglia di champagne che non ce l'avremmo fatta. Neppure l'intervento personale di Andreotti con la Thatcher smosse la signora.

Il 27 ottobre a Roma il Consiglio comincia soltanto nel pomeriggio e ha un ulteriore ritardo per una colazione tra Mitterrand e la Thatcher. Si accelera l'esame dei punti all'ordine del giorno e sull'unione economica e monetaria. Andreotti tira le somme e parla di grande intesa sul percorso che si è delineato nei contatti preliminari. Al che la premier britannica alza la mano: «Signor Presidente, non mi riconosco nelle sue conclusioni». Andreotti sorride e risponde con garbo: «Signora lo so bene, ho riassunto le posizioni degli altri».

L'indomani la Thatcher fa pervenire un biglietto col quale si dissocia formalmente, respingendo l'ipotesi della moneta comune. Andreotti, che per facilitare l'adesione inglese aveva accettato il cambio da «moneta unica» a «moneta comune», propone allora a Kohl di tornare all'espressione originaria. Commentando il risultato del Consiglio Europeo, Andreotti sintetizzò così i risultati ottenuti dalla presidenza: «Senza nulla togliere alla portata del crollo del Muro di Berlino, a Roma nel 1990 è stato fatto un passo straordinario, uno dei più importanti in assoluto nella storia dell'integrazione europea. L'Europa aveva acquisito il potere sovrano di battere moneta».

Nelle sue memorie la signora Thatcher scrisse di essere stata vittima a Roma di un'imboscata, e questa espressione viene spesso ripresa nelle analisi britanniche di quei giorni. Insinuazione senza fondamento smentita dalla ricostruzione sopra descritta. Sull'unione politica i risultati furono meno vistosi. Ci furono però passi avanti sul rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo, furono ribaditi con forza gli obiettivi di politica estera e di sicurezza comuni, venne accentuato il ruolo del Consiglio e previsto un ampliamento delle possibilità di ricorso a maggioranze qualificate per aggirare la paralisi dei veti. Fu inoltre previsto un allargamento delle competenze comunitarie a nuovi campi d'azione quali l'ambiente, la politica energetica e gli scambi culturali.


Gorbaciov in Italia e sviluppi nella Csce

Archiviati con soddisfazione i problemi della moneta e dell'unione politica rimanevano aperti i problemi della sicurezza. Su questo punto le proposte della diplomazia italiana avevano ottime basi, frutto dell'intenso dialogo con Gorbaciov e dalla sintonia delle posizioni sui cambiamenti in Europa. Gorbaciov torna il 18 novembre a Roma dove firma un «Trattato di amicizia e cooperazione» e un accordo finanziario che prevede una generosa linea di credito.

Al centro dei colloqui con Andreotti c'è soprattutto il ruolo che dovrà svolgere la Csce e, al suo interno, l'Unione Sovietica. L'obiettivo condiviso è quello di giungere alla casa comune che dovrebbe consentire ai due blocchi di affiancare alla missione di difesa quella di un dialogo politico ed economico, una via cioè per ristabilire l'equilibrio politico-militare fortemente modificato dalla riunificazione tedesca e dall'ingresso dell'ex Rdt nella Nato.

Sia per Gorbaciov che per Andreotti, la Csce deve diventare il foro ideale per costituire il nuovo ordine europeo post guerra fredda, un luogo per la prevenzione e la soluzione delle controversie e la salvaguardia della pace. Il giorno dopo, il leader sovietico si reca a Parigi al Vertice dei capi di stato e di governo dei paesi della Csce, al termine del quale si firma, il 21 novembre, la «Carta di Parigi per una nuova Europa», a suggellare ufficialmente la fine della divisione dell'Europa in due schieramenti.


Kuwait, banco di prova del post Guerra fredda

La prima crisi internazionale del dopo guerra fredda è l'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Il 17 gennaio 1991 iniziano i bombardamenti su Bagdad e il 24 l'offensiva di terra Desert Storm che in quattro giorni libera il Kuwait. Ma tutto era cominciato il 2 agosto del 1990, mentre era in atto la presidenza italiana dell'Unione europea.

La reazione immediata era stata una riunione d'urgenza dei ministri degli esteri, i quali decisero sanzioni che, poco dopo, verranno riprese dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Non c'era stato attacco che giustificasse l'intervento della Nato, per cui Andreotti ribadì in ogni occasione che il problema era di competenza dell'Onu. E mantenne stretti contatti con Gorbaciov attraverso l'inviato speciale del leader sovietico, Evgenij Primakov. Per la prima volta, dopo i veti incrociati che avevano paralizzato il Consiglio di Sicurezza per anni, l'Unione Sovietica condivise tutte le decisioni prese.

Come presidente di turno della Comunità, Andreotti insistette per il rispetto dei principii della Carta delle Nazioni Unite. Tutte le iniziative da prendere per ottenere il ritiro di Saddam Hussein dal Kuwait dovevano avvenire con l'ampio consenso della comunità internazionale. E in un incontro con Primakov a ottobre a Roma fece notare che «gli Stati Uniti, pur avendo gli strumenti per una solitaria esibizione di forza, stavano rispettando i principi e le regole della Carta delle Nazioni Unite».

Falliti tutti i tentativi di mediazione, dimostrata la necessità di un intervento militare, Andreotti ricordò nei suoi incontri che l'intervento avrebbe dovuto rispettare il criterio della proporzionalità, non oltrepassare il mandato Onu, e non impiegare nell'uso della forza una brutalità analoga a quella dell'aggressore. Lo sforzo della presidenza italiana mirava a creare un precedente per il futuro, fu un esercizio di norm-setting per come affrontare le crisi, un modello purtroppo in seguito disatteso.


Le vane richieste di Gorbaciov

Intanto la situazione economica nell'Urss si era fatta drammatica. Il 22 maggio 1991 Gorbaciov lanciò un ennesimo appello, chiedendo a Andreotti di poter partecipare al G7 di Londra. Fece presente che il percorso di riforme era «essenziale anche per altri paesi europei e per il resto del mondo…se non riusciamo a portare avanti questo indirizzo la perestrojka potrebbe degenerare in qualcosa di molto negativo».

Sulla risposta da dargli, il G7 si divide: Francia, Germania e Italia si adoperano per fornire all'URSS l'aiuto della Comunità, della Banca mondiale, dell'Ocse e della Bers; sono pronti anche ad aiuti diretti. Stati Uniti, Regno Unito e Giappone sono molto tiepidi. Dure addirittura le parole di George Bush al leader sovietico: «Ritardare gli aiuti stimola ad impegnarsi di più nelle riforme. Il salvagente va gettato solo quando è strettamente necessario. Se puoi nuotare, devi farlo».


Conclusioni

Gli eventi successivi sono perfettamente noti: Vertice di Londra, delusione del leader sovietico per i magri risultati ottenuti, tentativo di colpo di stato mentre egli si trovava in vacanza in Crimea, avvio verso la disgregazione dell'Unione Sovietica e uscita di scena di Gorbaciov. Tutta la parabola del nuovo corso di Gorbaciov sembra fatta apposta per ricordarci le parole di Niccolò Machiavelli: «Non è cosa più difficile a trattare, né più dubia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene, et ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono bene».

Alla vigilia del Vertice G7 di Londra, in un incontro con Mitterrand e Kohl, Andreotti aveva attirato l'attenzione sugli effetti negativi di un mancato aiuto all'Urss, aggiungendo che «non sarebbe stata una cattiva idea per coloro che avevano responsabilità di governo sostare a riflettere qualche tempo sulle conseguenze delle decisioni che si stavano prendendo». Citò le parole di William B. Yeats: «Se il centro non tiene, tutto va in pezzi». Preoccupazione accresciuta dal successivo colpo di stato.

Il centro non teneva più e nei successivi incontri internazionali Andreotti ammise di temere che «in caso di fallimento della perestroika, sarebbe arrivato un periodo di instabilità e di turbolenze tali da condurre all'irruzione di un "duro" sulla scena politica di Mosca». Lo stesso Gorbaciov, davanti a un gruppo di parlamentari americani, aveva pronunciato parole che si sarebbero dimostrate profetiche: «Non potete umiliare una nazione, un popolo, e non pensare che non vi siano conseguenze». Un concetto che poi ribadì a Andreotti: «Non c'è cosa che si vendichi più del tempo».

Di fatto, la dinamica dell'evoluzione mondiale vendicherà il tempo perduto. La Russia post-Gorbaciov dovette prendere atto dell'allargamento della Nato ai Paesi dell'Est al di là della RDT e degli interventi e coalizioni militari a guida americana fuori dal quadro Onu. Fatti che indussero anni dopo Evgenij Primakov a definire la sua «dottrina» basata sui tre noti principi di reazione all'occidente: perseguimento di una politica estera autonoma; alleanza con i Paesi emergenti, Cina e India in particolare, per controbilanciare la preponderanza americana; una ripresa di rapporti più stretti e in alcuni casi di una politica assertiva con le vicine Repubbliche dell'ex Unione Sovietica.

Siamo lontani dalle speranze espresse fin dal 1988 da De Mita e Andreotti di un superamento definitivo della guerra fredda, attraverso un Piano di lungo periodo con l'Unione Sovietica per «evitare», come si sottolineò allora a Mosca, «il circolo vizioso che già in passato aveva innescato l'alternanza tra fasi di distensione e di confronto». Sugli avvenimenti che seguiranno alla riunificazione tedesca, si soffermeranno domani eminenti personalità. Ma prima, ascolteremo le relazioni di storici di valore, italiani e tedeschi.

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