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(Ansa)
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In Ecuador la guerra per la droga ed il rame

Le violenze di strada tra i cartelli e l'esercito rischiano di impattare anche sul mercato globale del preziosissimo metallo

La situazione in Ecuador è gravissima, con violenze, rivolte, rapimenti e saccheggi che stanno provocando un caos generalizzato nel Paese. La drammatica escalation è iniziata martedì sera, quando un gruppo armato ha fatto irruzione in uno studio televisivo a Guayaquil, aprendo il fuoco durante una trasmissione in diretta. Un uomo incappucciato ha dichiarato in diretta: «Siamo in diretta perché si sappia che non si scherza con la mafia». Solo l'intervento della polizia ha permesso l'evacuazione dell'edificio, l'arresto degli assalitori e il salvataggio degli ostaggi.

Il presidente dell'Ecuador, Daniel Noboa, ha dichiarato che il Paese è attualmente coinvolto «in un conflitto armato interno», rendendo necessario lo schieramento immediato delle Forze di sicurezza contro il crimine organizzato. La nazione è stata precedentemente sconvolta dall'omicidio avvenuto ad agosto di Fernando Villavicencio, candidato presidenziale di centrodestra, ammazzato da uomini armati prima delle elezioni anticipate di novembre. Villavicencio aveva precedentemente ricevuto minacce da Los Choneros, sebbene le autorità non abbiano collegato il gruppo al suo omicidio. In un decreto integrativo allo stato di emergenza già dichiarato per 60 giorni, Noboa ha identificato la presenza di 21 gruppi del crimine organizzato transnazionale, qualificandoli come «organizzazioni terroristiche e attori non statali belligeranti». La violenza è scoppiata a Guayaquil domenica sera, propagandosi in altre regioni del Paese. L'epicentro della crisi è collegato alla fuga del leader José Adolfo Macías Villamar, noto come «Fito» e capo del gruppo criminale Los Choneros.

La dichiarazione dello stato di emergenza ha scatenato ulteriori rivolte, con bande criminali che hanno provocato disordini nelle carceri. Le autorità hanno ordinato l'evacuazione immediata del parlamento e degli uffici pubblici a Quito e in altre città, con numerosi commercianti che hanno chiuso le attività. Scontri, saccheggi e incendi di veicoli sono stati segnalati in tutto il Paese, portando le autorità a chiedere alla popolazione di rimanere in casa. La spirale di violenza ha già causato otto morti e due feriti, ma il bilancio potrebbe aumentare. L'Ecuador, un tempo considerato uno dei Paesi più sicuri del Sudamerica, è ora coinvolto in una rete complessa di narcotraffico internazionale, situazione aggravata dalla sua posizione tra Colombia e Perù, due importanti produttori mondiali di cocaina. Tutto questo ha provocato una crescente ondata di criminalità guidata da bande di narcotrafficanti in competizione per il controllo di rotte di traffico lucrative e per stabilire collegamenti con cartelli in Messico, Albania e altri Paesi.

Nel 2023, il tasso di omicidi pro capite del Paese è aumentato in modo significativo, raggiungendo 46,5 per 100.000 persone, otto volte di più rispetto al 2018, posizionandosi tra i più alti della regione. Le rivolte nelle carceri rappresentano una sfida significativa per il presidente Noboa, con le prigioni che fungono da centri di potere per i detenuti, organizzando attività e causando problemi di sicurezza, tanto che nel corso degli ultimi quattro anni più di 400 detenuti sono morti e si sono verificati numerosi massacri all'interno dei complessi carcerari, compreso quello in cui era detenuto Adolfo Macías.

Secondo l’analista Giovanni Giacalone «quello che sta accadendo in Ecuador è un’offensiva su vasta scala, diretta in tutto il Paese e indirizzata nei confronti di obiettivi istituzionali e civili come stazioni di polizia, pattuglie, ospedali, università, emittenti televisive, distributori di benzina, autoveicoli. L’obiettivo di questi gruppi è molteplice: in primis, siccome il governo Noboa aveva dichiarato guerra alle gang, queste hanno risposto in maniera violentissima per far vedere al governo di essere più forti. In secondo luogo, paralizzare il Paese e mostrare di poter colpire simultaneamente chiunque e ovunque, senza scindere tra militari e civili. È un modo per costringere l’esecutivo a trattare con le gang».

Come si muovono questi gruppi?

«È un modus operandi da organizzazioni terroriste più che da semplici gruppi criminali in quanto si muovono per fini politici oltre che economici. È altresì vero che in America Latina i confini tra i due fenomeni sono spesso molto sottili. Non si può tra l’altro escludere che possa esserci anche lo zampino di qualche Paese limitrofo, interessato alla destabilizzazione dell’area. Dal canto suo, il governo ha decretato lo stato di emergenza da conflitto interno mentre il comandante delle forze armate ha dichiarato che questi gruppi terroristi sono ora obiettivi militari. L’esercito adesso ha carta bianca».

L’Ecuador è considerato dall’industria mineraria uno dei Paesi con il maggiore potenziale per sostenere il prossimo deficit dell’offerta del rame sui mercati globali. Il rame è onnipresente in tutto ciò che ci circonda ma attualmente la sua disponibilità è una delle condizioni perché la transizione energetica possa avverarsi (Senza rame la transizione energetica è una costosa fantasia - Panorama). Oggi le compagnie minerarie tendono sempre più ad evitare investimenti rischiosi e la situazione di caos del Paese può allontanare definitivamente gli investimenti minerari di cui la nazione ha un disperato bisogno. I ricavi del settore dei metalli vengono stimati fino ad 8 miliardi di dollari all’anno: tra il 2018 e il 2022, i ricavi delle esportazioni di minerali sono decuplicati a 2,7 miliardi di dollari e oggi sono al quarto posto dopo a quelli di petrolio, gamberetti e banane.

A complicare la situazione della nascente industria mineraria del Paese c’è stato il referendum tenutosi nel mese di agosto dello scorso anno per fermare l'estrazione mineraria nella regione settentrionale del Chocó Andino, una riserva naturale protetta ricca di riserve di oro, argento e rame in gran parte non sfruttate. Il voto mirava anche a fermare lo sfruttamento del giacimento petrolifero di Yasuní le cui entrate contribuiscono al bilancio statale con 1,2 miliardi di dollari annui. Il problema è che il bilancio dell’Ecuador non può permettersi il lusso di trascurare l'attività mineraria anche in considerazione del fatto che attualmente non ci sono altre industrie che possano sopperire alle mancate entrate.

Nel Chocó Andino sono state assegnate dodici concessioni per l'estrazione di oro, argento e rame, che il governo sostiene rimarranno valide nonostante l'esito del referendum, ma essendo tutte nelle prime fasi di sviluppo è più che probabile che le compagnie minerarie potrebbero decidere di fermare le attività finché la situazione non dia garanzie che non si ripetano situazioni analoghe quanto accaduto il mese scorso a Panama dove un referendum popolare ha estromesso First Quantum Minerals dalla sua miniera di Cobre Panama dopo un investimento di 10 miliardi di dollari. In tutto il Paese ci sono solo due miniere su larga scala in funzione: la miniera d'oro Fruta del Norte di proprietà della canadese Lundin e la miniera di rame-oro Mirador di proprietà di proprietà di EcuaCorriente SA, controllata dal consorzio cinese CRC-Tongling Nonferrous Metals. Ad aggravare le tensioni sociali saranno gli addetti del settore estrattivo che si troveranno all’improvviso nell’indigenza: solitamente il loro lavoro viene dimenticato nelle lotte delle associazioni ambientaliste che dimenticano come frequentemente il peggior nemico della natura è la povertà, non l'estrazione mineraria, quando è regolamentata dallo Stato. Nell’attuale situazione del Paese queste persone saranno spinte verso l’estrazione illegale ed il crimine organizzato: dove c’è rame molto spesso c’è anche oro ed è evidente che questi minatori verranno spinti verso l’estrazione illegale dell’oro che è una delle peggiori piaghe per gli ecosistemi.

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