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Biden si prende la Casa Bianca; Trump si arrende

Dopo il no della Corte Suprema al ricorso del Texas per l'attuale presidente Usa non c'è più nulla da fare

Joe Biden è sempre più vicino alla Casa Bianca. Lunedì scorso, il collegio elettorale gli ha attribuito più dei 270 voti necessari per ottenere la presidenza: in particolare, è riuscito a conseguire i voti di tutti gli Stati in bilico su cui Donald Trump aveva concentrato le proprie battaglie legali (Nevada, Georgia, Pennsylvania, Arizona, Michigan e Wisconsin). Il democratico ha ricevuto 306 voti elettorali contro i 232 del presidente in carica. Parlando poco dopo alla nazione, Biden ha dichiarato che "lo stato di diritto, la nostra Costituzione e la volontà del popolo hanno prevalso".

Se è vero che il team legale di Trump non abbia ancora mostrato intenzione di arrendersi, la strada per lui si è ormai fatta fondamentalmente impraticabile. L'ultima concreta speranza per il presidente in carica era il ricorso che, alcuni giorni fa, lo Stato del Texas aveva presentato alla Corte Suprema: un ricorso che è tuttavia stato respinto. È pur vero che – a livello eminentemente teorico – Trump possa intentare ulteriori azioni legali e sperare di essere ascoltato nuovamente dalla stessa Corte Suprema. Tuttavia, dopo l'ordinanza sul caso texano, le probabilità di un simile scenario sono quasi inesistenti. È plausibile ritenere che il presidente cercherà di far leva sul 6 gennaio: quando il Congresso (appena rinnovatosi dopo il voto novembrino) si riunirà per conteggiare e certificare i voti elettorali espressi lo scorso 14 dicembre. È infatti il 6 gennaio ad essere la data dirimente che blinderà formalmente la vittoria di Biden, aprendogli quindi la strada per l'insediamento. Ma che cosa potrebbe succedere quel giorno?

In base a quanto permette l'Electoral Count Act, i parlamentari possono contestare le liste dei voti elettorali. Tuttavia, affinché l'obiezione possa formalmente disporre di una chance di successo, è necessario che venga effettuata da almeno un deputato e un senatore: cioè da almeno un componente di entrambe le camere. Nel 2017, per esempio, ci furono alcuni deputati democratici che provarono a contestare dei voti elettorali a favore di Trump. Tuttavia, non riuscendo ad ottenere l'appoggio di alcun senatore, il loro tentativo di ricorso fallì sul nascere. Se quindi Trump vuole avere qualche speranza, è necessario che trovi almeno un deputato e un senatore disposti ad agire. Il deputato repubblicano dell'Alabama, Mo Brooks, ha già fatto sapere di voler avviare una contestazione il 6 gennaio, mentre al momento nessun senatore dell'elefantino si è espresso negli stessi termini. Secondo indiscrezioni della stampa, non risulterebbe del tutto escludibile che possano alla fine decidere di agire in questa direzione il senatore del Wisconsin, Ron Johnson, o il suo collega del Kentucky, Rand Paul.

Tuttavia, stando a quanto riferito da The Hill, la leadership repubblicana al Senato non avrebbe alcuna intenzione di spalleggiare una eventuale contestazione il 6 gennaio. Una contestazione che, anche qualora avesse luogo, probabilmente fallirebbe. Nel caso infatti ci fossero almeno un deputato e almeno un senatore disposti ad avanzarla, questo implicherebbe che Senato e Camera si riuniscano separatamente per una discussione di due ore. Al termine del dibattito, si terrebbe un voto a maggioranza semplice. Ed è proprio qui il problema. La Camera è a maggioranza democratica ed è alquanto improbabile che possa esprimersi a favore di Trump. Tutto questo, mentre in Senato siedono alcuni repubblicani che non sosterrebbero mai la linea dell'attuale presidente: basti pensare a Mitt Romney, Susan Collins e Lisa Murkowski. Già soltanto queste tre defezioni farebbero naufragare una eventuale obiezione. Infine, se anche per ipotesi il Senato si schierasse con Trump e si verificasse dunque un conflitto tra le due camere, la lista di voti che alla fine verrebbe probabilmente accettata sarebbe – secondo Politico – quella certificata dal governatore dello Stato di appartenenza: ricordiamo che in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania (i principali Stati contesi nel post elezioni) siano in carica governatori del Partito democratico. Se è dunque possibile che il 6 gennaio avranno luogo delle contestazioni al Congresso, è molto improbabile che riusciranno ad arrivare da qualche parte.

D'altronde, è altrettanto improbabile che Trump stesso stia realisticamente sperando ormai di ribaltare l'esito delle ultime presidenziali. È infatti possibile che il presidente in carica stia ragionando in termini di strategia politica, in vista di una (eventuale) ricandidatura per il 2024. Trump potrebbe infatti puntare a mettere sotto pressione l'amministrazione entrante, portando avanti una linea di delegittimazione nei suoi confronti (un po' come i democratici hanno fatto con lui ai tempi del Russiagate). La campagna elettorale per le prossime presidenziali, insomma, potrebbe essere di fatto già iniziata.

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