bin salman
(Ansa)
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L'Arabia Saudita vuole diventare l'ombelico del mondo arabo e non solo

Dopo Formula 1, calcio ora Bin Salman si prende anche Expo. Ed è solo l'inizio

«Non sprecheremo i prossimi trent’anni della nostra vita avendo a che fare con idee estremiste. Le aboliremo oggi, immediatamente. Vogliamo vivere una vita normale, una vita che rifletta la nostra religione tollerante e le nostre buone abitudini e tradizioni in modo da convivere con il mondo e contribuire allo sviluppo della nostra nazione e del mondo».

È tutta qui la sintesi del Mohammed Bin Salman–pensiero. Il principe ereditario dell’Arabia Saudita ha appena incassato l’ultimo dei dividendi del nuovo corso politico saudita: dopo che i suoi colleghi-rivali emiratini e qatarioti avevano ottenuto rispettivamente l’Expo Dubai 2020 e il Mondiale di calcio 2022, Mohammed Bin Salman ha conquistato l’Expo 2030 e il Mondiale 2034. E chissà cos’altro ancora gli riserva il futuro.

Questa gigantesca operazione di marketing ha il duplice scopo di accreditare il regno dei Saud quale nuovo ombelico del mondo, e modernizzare l’Arabia affrancandola dalla sua mono-economia basata sul petrolio che, per quanto redditizia, in tempi di cambiamenti climatici e lotta all’inquinamento rischia di non durare per sempre. E quale miglior modo per un Paese dove il 70% della popolazione ha meno di trent’anni, se non abbinare l’immagine di Riad ai simboli del capitalismo e dell’edonismo occidentale, quali lo sport e il divertimento?

Gli esperti lo chiamano «sportwashing», un modo per ripulire l’immagine di un Paese retrogrado e conservatore, con operazioni-simpatia che danno lustro e pubblicità a livello mondiale. Così, in pochi anni, il Public Investment Fund (Fondo Sovrano, o Pif) dell’Arabia Saudita ha comperato la blasonata squadra di calcio britannica Newcastle, sull’esempio del City Manchester emiratino e del Paris Saint Germain qatariota. Il cinque volte pallone d’oro Cristiano Ronaldo è divenuto il nuovo «ambasciatore del calcio» per conto dell’Arabia, mentre il campionato locale già oggi schiera i migliori talenti del pallone moderno, tra i quali figura anche l’italiano Roberto Mancini (che ha gettato alle ortiche la maglia azzurra in men che non si dica per un compenso stellare).

Anche l’automobilismo è sempre più appannaggio di Riad: il rally di automobilismo e motociclismo più famosi al mondo, un tempo noti come Parigi-Dakar, non si svolgono più tra Francia e Africa occidentale, ma per la quanta volta di fila (e d’ora in avanti) esclusivamente in Arabia Saudita. È il segno dei tempi. Così come, da quando la compagnia petrolifera di Stato Saudi Aramco è diventata main sponsor della Formula Uno, c’è posto anche per Gedda nelle città che ospitano il Gran Premio. E, come per l’Expo, a farne le spese in un prossimo futuro potrebbe essere proprio l’Italia che, insieme agli Stati Uniti, al momento è uno dei soli due Paesi al mondo a ospitare due diverse gare sul proprio territorio. Non finisce qui. Anche il tennis è destinato a giocarsi sempre più in Arabia Saudita, che sta puntando a portare nel Golfo i Masters 1000 e altri tornei di altissimo livello, dopo che Gedda si è già assicurata le Atp Next Gen Finals fino al 2027. Anche in questo caso a scapito dell’Italia, e in particolare di Milano.

Ma il Fondo sovrano saudita ha fatto di più e di meglio in borsa: ha acquistato quote delle compagnie petrolifere in tutta Europa - la norvegese Equinor, l’anglo-olandese Shell, la francese Total e l’italiana Eni - e continua a fare shopping anche in molti altri settori, dalle auto elettriche (partecipa alle azioni di Tesla) alle crociere (controlla tra il 5 e l’8% del colosso anglo-americano Carnival), dai sistemi finanziari (vedi la holding giapponese Softbank) all’arte: tanto per dire, la discussa opera Salvator Mundi - attribuita nientemeno che a Leonardo Da Vinci e venduta all’asta da Christie’s a New York nel 2017 per la cifra record di 450 milioni di dollari - fa bella mostra di sé sul panfilo personale di Mohammed Bin Salman, il megayacht Serene.

Tutto merito dei petroldollari? Non soltanto. C’è anche l’ambizione personale di un Re Sole arabo dietro a ciò. Se non aveva ragione Matteo Renzi quando nel 2021 disse che in Arabia Saudita c’erano le condizioni «per un nuovo Rinascimento», poco ci manca. All’epoca molti lo criticarono – soprattutto in ragione del fatto che la monarchia assoluta di Riad non è incline alla democrazia e alle libertà individuali – ma oggi molti devono ammettere che in lui l’ex presidente del consiglio italiano aveva scorto l’homo novus del Medio Oriente. E in certo senso lo è, almeno agli occhi dei sui connazionali.

Mbs, com’è stato soprannominato il futuro monarca del Regno, è tutto tranne che legato alle tradizioni del suo popolo. Al contrario, gli scandali accompagnano da sempre la sua vita: tra i più innocenti, vi sono proprio le feste sul Serene, che in passato gli hanno causato feroci reprimende dei severi esponenti del clero saudita, imbarazzati per alcune foto dove erano presenti giovani ragazze in bikini, felici di poter frequentare un uomo che vanta un patrimonio personale pari a 3 miliardi di dollari e che - unico nel suo genere tra i reali sauditi - dà l’impressione di sentirsi a proprio agio con i costumi occidentali così come con le donne, cui stringe mani e ricambia sguardi (non a caso ha concesso loro la possibilità di guidare e viaggiare da sole). Il principe ereditario ha anche tolto il divieto assoluto di ospitare concerti di musica dal vivo, nonostante la musica non religiosa sia ufficialmente proibita finanche nell’ascolto, e prossimamente intende ospitare in Arabia Saudita i festival di musica tecno più seguiti al mondo.

Ci sono ovviamente luci e ombre: se Mbs è arrivato sin qui, lo deve anche alla spietatezza che lo ha condotto a reprimere ogni dissenso lungo il cammino verso la cosiddetta Vision 2030, il più ambizioso programma di modernizzazione che si sia mai visto al mondo, e a minacciare fisicamente chiunque lo ostacolasse. A cominciare dalla famiglia: ha impedito al cugino Mohammed bin Nayef, inizialmente designato come principe ereditario al suo posto, sequestrandolo e costringendolo a giurargli fedeltà. Ha rinchiuso cento principi e uomini d’affari sauditi al Ritz-Carlton di Riad, fino a che non hanno acconsentito a sganciare 100 miliardi di dollari per finanziare la Vision 2030.

Per non dire di quando ha sequestrato e torturato il premier libanese Saad Hariri, reo di appoggiare la linea politica iraniana anziché saudita. O di quando ha fatto uccidere il giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi non appena questi ha smesso di incensare il principe. E di come ha messo in piedi un durissimo blocco navale contro il Paese-rivale Qatar e scatenato una guerra contro i ribelli sciiti Houthi nello Yemen.

Se al lettore è venuto il capogiro, la cosa è comprensibile. Ma la via per la modernizzazione dell’Arabia Saudita, sino a ieri uno dei Paesi più oscurantisti al mondo, passa ahinoi per questi metodi. Ed ecco che Mbs oggi firma gli storici Accordi di Abramo con Israele, preludio del riconoscimento di Gerusalemme e degli ebrei in Terra Santa. Intesse rapporti e riapre le relazioni diplomatiche con l’arci-nemico Iran, strizzando l’occhio alla Cina e riconoscendolo quale mediatore privilegiato. Mantiene vivo il legame storico con gli Stati Uniti e non dice una parola sulla questione palestinese, perché ha compreso che nel futuro non c’è spazio per fanatismi religiosi in stile Hamas o per quei tribalismi che hanno lacerato per secoli le società arabo-musulmane. Questo, piaccia o meno, è il tempo di Mohammed Bin Salman e del suo soft power. Un potere niente affatto etico o illuminato, ma specchio dei tempi e del materialismo imperante nel quale il capitalismo ci ha cacciati.

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Luciano Tirinnanzi