Difficile per i repubblicani conquistare la Casa Bianca
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Difficile per i repubblicani conquistare la Casa Bianca
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Difficile per i repubblicani conquistare la Casa Bianca

Per il GOP ora la sfida è selezionare un candidato in grado di battere i democratici, in una competizione molto diversa da quella per il congresso

Nella sua prima conferenza stampa post mortem politica (come l'ha definita il New York Times) Barack Obama ha promesso che, nonostante la bruciante sconfitta subita dai democratici nella notte del Midterm, intende mantenere in vita la sua presidenza negli ultimi due anni che gli rimangono da passare alla Casa Bianca.

I possibili punti d'intesa con i repubblicani

Con il Congresso nelle mani dei repubblicani, Obama giocherà in difesa, ma giocherà. Ha annunciato che cercherà di collaborare con i vincitori su alcune determinate questioni, quelle sulle quali ci sarebbe già un terreno comune: il trattato di libero scambio con l'Europa (che dovrebbe favorire le esportazioni dei prodotti americani); la riforma del sistema fiscale per le aziende (voluta anche dai repubblicani, sebbene ci siano dei punti di divergenza con i democratici); lo stanziamento di almeno sei miliardi di dollari per combattere la diffusione di Ebola e, infine, l'autorizzazione formale (con tanto di milioni di fondi annessi) per la guerra contro l'Isis.

Mitch Mitch McConnel, il nuovo leader della maggioranza del Senato, ha detto che su questi temi la trattativa è aperta. E'su altri che si prevede lo scontro. Obama lo sa bene e ha fatto già sapere che userà le armi in suo possesso per bloccare le nuove leggi che non può accettare. La penna che metterà il veto su ogni possibile modifica della Riforma Sanitaria è già pronta sulla scrivania del presidente.

Gli ordini esecutivi e il veto

Obama la prenderà in mano anche per firmare gli ordini esecutivi che gli permetteranno di prendere limitate decisioni anche senza il segnale verde del Congresso. Lo farà sull'immigrazione. La riforma che voleva è diventata adesso una chimera, ma Obama può siglare un ordine presidenziale per mettere mano parzialmente alla questione. McConnel gli ha già messo le mani avanti: qualsiasi passo in quella direzione verrà vissuto dai repubblicani come una dichiarazione di guerra.

Parole forse superflue. La guerra ci sarà. E non sarà certo segreta. Per i prossimi due anni ci saranno scambi di colpi tra Pennsylvania Avenue e Capitol Hill. Ma non vedremo attacchi atomici. Mitch McConnell avrebbe deciso di non andare allo scontro finale. Adotterà una tattica di profondo logoramento contro un presidente isolato e con scarse possiblità di manovra. Il perché di questa scelta è presto detto: in previsione della sfida del 2016 per la Casa Bianca, i repubblicani vogliono spegnere ogni entusiasmo e ogni speranza di cambiamento nell'elettorato democratico.

La mobilitazione del 2016

Nel 2012, Barack Obama è stato eletto da una maggioranza composta dalla somma delle minoranze: giovani, donne, ispanici, afroamericani. Un elettorato che tradizionalmente non si presenta alle urne per il Medio Termine, come anche in questa occasione è avvenuto visto che i repubblicani hanno vinto grazie alla mobilitazione dell'elettorato bianco e conservatore che voleva dare una lezione a Obama.

Tra due anni però potrebbe essere diverso. Tra le elezioni per il Congresso e quelle per la Casa Bianca c'è un abisso. Le prime suscitano poco interesse nell'elettorato. Le seconde, invece, mobilitano gli animi.

La nuova composizione demografica sta spingendo verso sinistra la società americana, e quindi dal punto di vista politico verso i democratici. Basta pensare ai matrimoni omosessuali per avere la prova di questo.

I candidati repubblicani

I repubblicani non hanno molte armi per fronteggiare quest'onda. O trovano un candidato "diverso", in grado di intercettare i nuovi sentimenti degli americani, come potrebbe essere il libertario Rand Paul, oppure devono demotivare gli elettori delle minoranze di genere o etniche ad andare alle urne. Come farlo? Facendo passare il messaggio che votare è inutile. Tanto chi è a Washington (Obama, o qualsiasi altro presidente democratico) non può fare nulla per loro. Capitol Hill è in mano dei repubblicani.

Il Grand Old Party deve fare di necessità virtù. Per ora non ha un cavallo forte su cui puntare. Paul piace ai media e può attrarre voti degli indipendenti, ma l'elettorato conservatore sociale d'ispirazione religiosa lo vede come il fumo negli occhi. Gli altri in pista appaiono deboli. Marco Rubio, il senatore della Florida, astro nascente due anni fa sembra già "vecchio"; Scott Walker, il governatore del Wisconsin, non appare avere la possibilità di diventare un personaggio nazionale. Cris Christie, il governatore del new Jersey, è stato danneggiato dalle polemiche e dagli scandali che hanno coinvolto il suo staff. Rimane l'ultimo Bush, Jeb, fratello di George. Potrebbe essere lui l'outsider.

La tattica repubblicana

Mitch McConnel avrebbe scelto questa strada. Una tattica che potrebbe rivelarsi un boomerang tra due anni. Gli americani amano il balance of powers. Se alla Casa Bianca c'è un democratico, il Congresso deve essere repubblicano e viceversa. L'idea che potere legislativo e potere esecutivo siano controllati dallo stesso partito non piace molto. E, infatti, negli ultimi decenni c'è sempre stato un controllore e un controllato, a parte nel 2008 quando l'onda lunga degli anni di Bush ha portato al trionfo di Obama e alla storica vittoria dei democratici al Congresso, perso parzialmente già due anni dopo, nel 2010.

L'occasione per Hillary

Perchè dovrebbe essere diverso nel 2016? E'probabile quindi che la mobilitazione dell'elettorato democratico ci sia. E'più che possibile che le minoranze che hanno eletto Obama tornino alle urne. E'quasi certo che chi non vuole un'emegonia del partito repubblicano a Washington vada a votare per il candidato democratico. Per Hillary Clinton, donna di esperienza e vissuta come probabile ultimo baluardo alla nascita di una nuova era politica conservatrice negli Usa, l'occasione è più che ghiotta.




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