Venezia 77: bilancio, numeri e totoleone di una Mostra necessaria
Il red carpet del film "The World to Come": Christopher Abbott, Katherine Waterston, Mona Fastvold, Vanessa Kirby, Alberto Barbera (Foto: La Biennale di Venezia/Giorgio Zucchiatti)
Venezia 77: bilancio, numeri e totoleone di una Mostra necessaria
Cinema

Venezia 77: bilancio, numeri e totoleone di una Mostra necessaria

Meraviglia e gratitudine sono stati i sentimenti predominanti di un'edizione particolare, che si erge a esperienza modello. Cicutto: «Italia prima ad andare in lockdown e prima a ripartire in sicurezza con un festival del cinema»

Nomadland, ultimo film in concorso, chiude la Mostra del cinema di Venezia. Un'edizione che quest'anno più di sempre, oltre al consueto totoleone, chiede bilanci e riflessioni. È stato davvero un bene che il festival ci fosse, in tono minore, con la pandemia che pressa i fianchi? Il Leone d'oro che sarà attribuito avrà lo stesso peso dei Leoni precedenti? Noi le risposte personali le abbiamo maturate vivendo il festival al Lido, giorno per giorno, tra proiezioni e misure anti-Covid. E sono tutte affermative. Venezia 77 è stata un'edizione necessaria.

Grazie a Barbera e Cicutto

Da Cate Blanchett a Claire Denis, da Luca Guadagnino a Emma Dante, per la maggior parte degli artisti presenti al Lido i sentimenti predominanti sono stati meraviglia e gratitudine. Lo stesso che si percepisce tra pubblico e giornalisti.

La Mostra del cinema di Venezia, primo grande evento internazionale in presenza in epoca Covid, infonde speranza e ci indica la strada per ripartire. Ci riapre alla possibilità e al sogno. «È un privilegio, un piacere e un grande onore essere qui. Sembra quasi un miracolo»: sono state le parole di apertura di suo splendore Blanchett, presidentessa di giuria della sezione in concorso. E la Denis: «Grazie a Venezia per aver aperto porte rimaste chiuse per mesi. È vitale per noi. Non solo per il mondo dell'arte. Per tutto il mondo».

Le parole della Dante: «Respirare male attraverso le mascherine ci rende consapevoli di non essere sani, anche se non siamo malati. Non dobbiamo festeggiare dimenticando quello che il mondo sta vivendo oggi, ma la Mostra di Venezia ci ha regalato la possibilità e il privilegio di ricominciare a sognare».

Ci sono state anche voci fuori dal coro. Il quotidiano francese Le Monde ha lanciato una critica pesante, parlando di «Mostra amorfa in clima di allerta sanitaria». Ma dalla maggior parte delle testate internazionali, da Variety a Time, sono arrivati giudizi positivi. Il direttore artistico Alberto Barbera ha detto: «Per ora sono di gran lunga di più i giudizi positivi, c'è una rassegna stampa persino imbarazzante negli elogi».
Il presidente della Biennale Roberto Cicutto ha parlato di «edizione laboratorio» e di successo: «Il mondo ci invidia questa esperienza modello, Italia prima ad andare in lockdown e prima a ripartire in sicurezza con un festival del cinema».

Noi non abbiamo dubbi: grazie a Cicutto e Barbera per aver sempre creduto, con fermezza, a Venezia 77. Grazie per averci protetto con procedure anti-contagio rassicuranti e, soprattutto, per farci tornare a guardare al futuro e aprire luci in mezzo al buio.

I numeri della Mostra

I numeri della Mostra non possono che essere storia a parte. Sono stati circa 5 mila gli accrediti ritirati rispetto ai 12 mila del 2019.

Cicutto e Barbera, si sono detti comunque soddisfatti del risultato ottenuto, visto che prevedevano un numero di accreditati attorno al 33% e, invece, ha sfiorato il 50% rispetto all'anno scorso.

La qualità dei film in concorso e il totoleone

C'è chi punta il dito sulla qualità dei film presenti al Lido. È evidente che il parterre di prodotti a disposizione quest'anno è stato limitato: molti big del cinema hanno preferito rimandare il rilascio dei loro film a periodi migliori. Ma Venezia 77 non è stata una Mostra di basso livello. Il livello medio dei 18 film in corsa per il Leone d'oro è stato simile se non superiore agli anni scorsi. Quello che è mancato, invece, è il film che incatena alla poltroncina e conquista senza remore. Quello che per noi l'anno scorso era stato Storia di un matrimonio (e non Joker che vinse il Leone d'oro).

Ed è mancato anche il glam di Hollywood. L'America è una vistosa inevitabile assenza della Mostra del 2020: ai talent, anche a quelli che avrebbero voluto farlo sotto la loro responsabilità, è stato imposto tramite i loro legali di non venire. Ecco così che Frances McDormand, protagonista dell'applaudito e atteso Nomadland, e la sua regista Chloé Zhao, prima cinese a dirigere un film Marvel (Eternals), si sono palesate per la conferenza stampa solo via Zoom. Alex Gibney, che con il documentario fuori concorso Crazy, Not insane indaga le menti omicide, ha dovuto affidare a un videomessaggio i suoi saluti «al festival che preferisco nel mondo», filmandosi da «una piccola cucina nel Maine».

In un'edizione come questa, assume connotazioni particolari anche il totoleone. Cate Blanchett, che insieme a Tilda Swinton è stata una delle stelle più brillanti del Lido, ha imposto ai giurati riunioni giornaliere dopo aver visto i due film del concorso.

Tra i giudizi dei critici italiani hanno un posto privilegiato Notturno di Gianfranco Rosi e Miss Marx di Susanna Nicchiarelli. Per la stampa internazionale, invece, Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić, Nuevo Orden di Michel Franco, Dorogie Tovarischi! (Cari compagni!) di Andrei Konchalovsky e The World to Come di Mona Fastvold, l'altro americano in gara (erano invece presenti sul red carpet le due protagoniste del dramma lesbico ottocentesco, la britannica Vanessa Kirby e la statunitense di origine inglese Katherine Waterston, che ha confessato di aver avuto il Covid). E poi, certo, il frontrunner Nomadland, film che Venezia condivide con i Festival di Toronto, Telluride e New York: la pandemia ha generato un inedito dialogo tra direttori di festival, spesso in competizione tra loro.

Quo vadis, Aida?, New Order e Nomadland sono anche tra i nostri titoli preferiti. Ma hanno acceso le nostre suggestioni anche Səpələnmiş Ölümlər Arasında (Tra una morte e l'altra), poesia esistenzialista dell'azero Hilal Baydarov, e l'insolito polacco Śniegu już nigdy nie będzie (Non ci sarà mai più la neve) di Małgorzata Szumowska e Michał Englert.

Blanchett & co, preferiranno premiare critiche sociali e politiche forti, che lasciano poco spazio alla speranza, come Nuevo Orden. O, visto il clima di incertezza e sfiducia che stiamo vivendo, promuoveranno qualcosa di più rassicurante come Nomadland che, pur additando le iniquità sociale, canta la libertà e la possibilità?

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